Shanghai/China (foto: iStock/Martin-Leitch)

C’È DEL «SACRO» A SHANGHAI?

Geografia religiosa e spirituale di una metropoli cinese

Quaderno 4044

pag. 579 - 588

Anno 2018

Volume IV

15 dicembre 2018

ABSTRACT – Il concetto di «sacro», profondamente radicato nel vocabolario latino, è stato integrato nel lessico cinese con la creazione di una parola specifica. Il termine shensheng viene utilizzato soprattutto dagli studiosi e dai cristiani – in particolare cattolici –, ma può es­sere usato anche da tutti i cinesi che tentano di descrivere un luogo misterioso, carico di energie spirituali. Non si tratta solo di luoghi geografici: molti fanno del loro intimo, di alcune loro situazioni spirituali, il luogo del «sacro» autentico.

Tra il 2012 e il 2017 sono state studiate le diverse comunità reli­giose e spirituali attive a Shanghai – una metropoli di 24 milioni di abitanti –, cercando di capire come i loro membri sperimentassero la forza del «sacro» di cui erano impregnati i luoghi che ospitavano le loro e le altre comunità.

Shanghai condivide un certo numero di caratteristiche comuni con altre megalopoli del mondo. Quindi, un’analisi della sua impo­stazione religiosa conforme a quella delle ricerche condotte in altre città contemporanee può apparire più suggestiva di una sua analisi sulla base dell’«eccezionalismo cinese». Così si possono considerare gli elementi religiosi di base – templi o parrocchie, in particolare –, la cui natura e funzione sono ben riassunte nel termine inglese compound, una sorta di melting pot («crogiolo»), dove le persone del quartiere, cittadini da poco trasferitisi in questo nuovo ambiente, migranti che provengono da altre province cinesi e talvolta gruppi stranieri devono confrontarsi e spesso aiutarsi a vicenda.

Poiché Shanghai è situata nella rete di corsi d’acqua che attraversano la regione di Jiangnan, l’immagine dell’acqua può sintetizzare bene la mobilità e la duttilità che contraddistinguono le comunità dei credenti del luogo. Ma non basta studiare le confessioni religiose considerandole indi­pendentemente l’una dall’altra. In qualche modo tutti i fedeli, quale che sia la loro confessione religiosa, e anche tutti i cittadini parteci­pano alla geografia sacra della loro città.

La dicotomia tra «sacro» e «profano» è universale? O questa ter­minologia è irrimediabilmente etnocentrica? Essa sembra riflette­re, almeno in parte, alcune realtà cinesi. Nello stesso tempo, il rapporto esistente tra le virtù cardinali con­fuciane del li (competenza rituale) e del ren (benevolenza, senso di umanità) suggerisce una correzione alla distinzione sacro/profano: mentre questa mette in luce una discontinuità, simbolica ed esistenziale, il lessico e i classici cinesi sottolineano la necessità di una continuità in tutti i processi vitali.

Il sacro a Shanghai «circola» come il «mana» polinesiano descritto da Marcel Mauss per indicare una forza che modella e rimodella in continuazione la comunità.

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IS THERE ANYTHING “SACRED” IN SHANGHAI? Religious and spiritual geography of a Chinese metropolis

How do those living in Shanghai (a metropolis of 24 million people) live and experience the “sacred” from religious buildings, as well as from their city as a whole? Since Shanghai is located in the network of waterways that cross the Jiangnan region, the image of water can well summarize the mobility and ductility that characterize the communities of local believers. The sacred in Shanghai “circulates” like the Polynesian “mana” described by Marcel Mauss to indicate a force that continuously shapes and remodels the community.

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