foto: Flickr/James Joel

DOLOROSI ITINERARI DI LIBERTÀ

L’arte racconta i rifugiati

Quaderno 4013

pag. 424 - 430

Anno 2017

Volume III

ABSTRACT – Le mappe geografiche sono uno specchio del tempo: frontiere e confini si spostano sullo scacchiere della storia e raccontano di guerre, occupazioni e trattati internazionali. «Scrivere la storia significa incasinare la geografia», per dirla con Pennac. O, come scriveva l’esule Élisée Reclus, «la geografia non è altra cosa che la storia nello spazio, così come la storia è la geografia nel tempo». L’esodo forzato di milioni di rifugiati, cui assistiamo oggi, racconta proprio una «storia nello spazio»: quella di una nazione di profughi, apolidi e sfollati che nel 2016 ha superato i 65 milioni di persone.

Una geografia fluida, che interroga non soltanto sociologi, politici, opinionisti e, ovviamente, geografi, ma anche artisti di tutto il mondo. Sì, perché al pari dei geografi, gli artisti da sempre realizzano mappe concettuali per narrare l’esodo interiore ed esteriore dell’uomo. Utilizzano prospettive diverse per raccontare la fuga di milioni di persone in cerca di futuro e di pace. Carte geografiche, itinerari, racconti di sbarchi ed esperienze di accoglienza sono così entrati prepotentemente nell’immaginario collettivo di tanti artisti e scrittori.

Lo possiamo vedere nel progetto The Mapping Journey Project di Bouchra Khalili, i cui otto protagonisti, uomini e donne, tracciano su una carta geografica il loro itinerario di fuga. È il tragitto di tanti sopravvissuti che hanno lasciato l’Africa, il Medio Oriente e l’Asia per trovare rifugio in Europa. Per molti rifugiati, il racconto della fuga si scontra con la fatica di ricostruire un percorso doloroso, fatto di violenza e di solitudine. Non è la destinazione a determinare il percorso, ma la paura.

O anche nell’opera Passport photo di Rabee Kiwan, che dipinge una serie di fototessere e di timbri su sfondo neutro. Ritratti anonimi, sfigurati, simili a passaporti sgualciti. Documenti che rivelano fughe e identità negate.

Oppure infine nel Centro di permanenza temporanea di Adrian Paci, in cui un gruppo di persone attraversa lentamente la pista d’atterraggio di un aeroporto per salire sulla scaletta che dovrebbe condurre al portellone di un aereo; giunti alla scaletta però, davanti a loro, il vuoto. Per loro non c’è approdo, nessun aereo.

Abbiamo ancora bisogno di un’arte come questa che produca una ferita nello sguardo, senza la quale le nostre conoscenze rimarrebbero prive di senso e di umanità.

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PAINFUL ITINERARIES OF FREEDOM. Art recounts the refugees plight

The exile Élisée Reclus wrote that «geography is nothing more than history in space, just as history is geography over time». The forced exodus of millions of refugees, which we are witnessing today, tells a «story in space»: that of a nation of refugees, stateless and displaced persons who exceeded 65 million people in 2016. A fluid geography that questions not only sociologists, politicians, columnists and, of course, geographers, but also artists from all over the world, who realize conceptual maps to tell the inner and outer exodus of man.

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