Nell’Antico Testamento si proclama spesso che il Signore è re. Del Dio il cui nome è tre volte santo, che regnava sulle costellazioni del cielo, si poteva dire: «Il Signore regna: esulti la terra» (Sal 97,1). Il Signore era visto prima re d’Israele, poi re dell’universo. Con l’esilio, infatti, era emersa pienamente la confessione di fede per cui c’era un solo Dio a regnare sul mondo. E Dio lo diceva per mezzo dei suoi profeti: «Io sono Dio, non ce n’è altri. Sono Dio, nulla è uguale a me» (Is 46,9b). Questo Dio era il Dio non solo d’Israele, ma di tutti i popoli: «Perché del Signore è il regno: è lui che domina sui popoli!» (Sal 22,29).
E in quanto re, egli era anche giudice, perché, presso tutti i popoli, una delle principali funzioni di un re era quella di giudicare il proprio popolo. E Dio era anche il legislatore: «Poiché il Signore è nostro giudice, il Signore è nostro legislatore, il Signore è nostro re» (Is 33,22). Il re d’Israele poteva essere chiamato re e giudice, ma solo in modo subordinato, relativo e dipendente dalla Legge e dalla parola di Dio, che poteva manifestarsi attraverso i suoi profeti. Al culmine della vita del re Davide, ci viene detto di lui: «Davide regnò su tutto Israele e rese giustizia con retti giudizi a tutto il suo popolo» (2 Sam 8,15).
Il giudizio del Figlio dell’uomo
Ma con il libro di Daniele si manifesta un nuovo sviluppo. Al di là del caso particolare del re d’Israele come giudice del suo popolo, si parla di una misteriosa figura che viene associata al giudizio divino: il «figlio d’uomo» o «figlio dell’uomo». A metà del II secolo a.C., quando il popolo d’Israele soffriva sotto il dominio dell’impero seleucide, l’autore del libro di Daniele fece affermazioni inaudite. Aveva avuto una visione straordinaria: quella di un uomo che instaurava un regno, il regno voluto da Dio. Più che di un semplice «uomo», si dovrebbe parlare con maggiore precisione di un «figlio dell’uomo». «Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo […]. Gli furono dati potere, gloria e regno» (Dn 7,13-14a). Dio non voleva accontentarsi di regnare «nei cieli»: voleva che la sua volontà di vita e di salvezza si realizzasse anche «sulla terra».
In questa figura sarebbero confluite altre aspettative precedenti, che esprimevano tutte la sete di giustizia
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