Iniziamo questo itinerario musicale e poetico della canzone di Francesco De Gregori con il brano «Signora aquilone» (1972), che fa parte dell’album Theorius Campus, pubblicato con Antonello Venditti, in cui troviamo già alcuni temi cari al cantautore romano, sviluppati in seguito in gran parte della sua produzione artistica.
Se il linguaggio è ancora acerbo – all’epoca De Gregori aveva appena poco più di vent’anni –, troviamo già in nuce quello stile evocativo, sinestetico e dadaista, capace di accostare immagini apparentemente slegate tra loro e che diventerà una delle caratteristiche peculiari della sua poetica: E così me ne andai che ero un poco più saggio / con tre soldi di dubbio e due di coraggio / e incontrai un ubriacone travestito da santo / che ogni sera si ubriacava bevendo il proprio pianto [...] E mi feci vicino e gli chiesi perdono / ma volevo sapere se il suo pianto era buono. / Lui mi disse: «Fratello, è antico come Dio / ma è più dolce del vino perché l’ho fatto io».
Il testo è in prima persona ed esplicita un’esperienza personale, diretta, di un io che molla gli ormeggi, prende il largo con poche certezze e forse più incoscienza (ero un poco più saggio / con tre soldi di dubbio). L’idea della partenza e del viaggio, legato al cammino esperienziale e di maturazione dell’essere umano, rimane un tema ricorrente di molti brani degli anni Sessanta, come ad esempio il celebre «Blowin’ in the wind» di Bob Dylan– How many roads must a man walk down / Before you call him a man?[1] – ed è testimoniato sin dagli albori della musica folk, come possiamo vedere in alcune canzoni di Woody Guthrie[2] che descrivono la durezza di chi è costretto a viaggiare alla ricerca della fortuna: I’ve been havin’ some hard travelin’, I thought you knowed / I’ve been havin’ some hard travelin’, way down the road / I’ve been havin’ some hard travelin’, hard ramblin’, hard gamblin’ / I’ve been havin’ some hard travelin’, Lord[3].
Un altro cliché contenuto nella canzone «Signora aquilone» è l’incontro con l’alcolizzato (ubriacone), che è assimilato a un santo. A questa figura, che si trova in altri brani – come ad esempio «La casa del pazzo»[4] (1972), o «L’angelo»[5] (2006) –, si accompagna l’idea di una santità che appare come condizione esistenziale eccedente, espressa proprio dal vino, che dà
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