L’attentato a Mussolini del 31 ottobre 1926, a Bologna, il quarto in meno di un anno, diede occasione al regime di emanare nuovi provvedimenti repressivi delle libertà statutarie e di continuare dunque l’opera di fascistizzazione dello Stato, iniziata già dopo le vicende del delitto Matteotti e continuata in occasione dei diversi attentati compiuti contro la vita di Mussolini, spesso da squilibrati irresponsabili.
Fu, infatti, il fallito tentativo dell’ex deputato socialista Tito Zaniboni del 4 novembre 1925 a porgere il destro al governo per emettere i primi provvedimenti che miravano a modificare in senso autoritario la natura e la struttura dei poteri pubblici. Un provvedimento legislativo del 24 dicembre 1925 conferì a Mussolini – ormai denominato «capo del governo e Duce del fascismo» – la totalità del potere esecutivo, del cui esercizio egli era chiamato a rispondere soltanto davanti al re. Un altro provvedimento del 31 gennaio 1926, completando quello precedente, riconosceva al governo il potere di fare le leggi senza riferirne al Parlamento, che veniva così ridotto alla semplice funzione di «camera di registrazione». Altri provvedimenti legislativi, assunti successivamente, riguardavano l’ambito e le funzioni dei poteri prefettizi (che furono ampliati a scapito dei ras locali) e l’organizzazione delle amministrazioni locali.
Ma soltanto con le cosiddette «leggi fascistissime», approvate dal governo dopo l’attentato di Bologna, venne assestato l’ultimo e definitivo colpo mortale all’edificio delle garanzie statutarie, cioè a quel sistema di libertà che, secondo Mussolini, anziché unire gli italiani nell’ordine, «che rende tutti corresponsabili della pace all’interno di un Paese», li divideva in fazioni opposte[1]. L’attentato di Bologna, insomma, giocò nella storia del Ventennio fascista una parte che si può paragonare, con una certa approssimazione, come scrive lo storico francese Milza, «a quella che giocherà l’incendio del Reichstag nella Germania hitleriana. Stessa volontà, nei due dittatori, di trovare un pretesto che permettesse di eliminare l’opposizione e di instaurare un ordine totalitario»[2].
Sull’attentato di Bologna si è discusso molto in sede storica, ma lo svolgimento dei fatti risulta ancora oggi avvolto nel mistero. Si è insistentemente parlato di provocazione poliziesca, di complotto organizzato da alcuni ambienti governativi ostili alla politica mussoliniana. Si è fatto anche il nome di alcuni possibili mandanti, come per esempio quello di Leandro Arpinati (ras di Bologna) e di Roberto Farinacci, ambedue autorevoli esponenti dell’ala intransigente del partito fascista[3].
“Sull’attentato di Bologna si è discusso molto in sede storica, ma lo svolgimento dei fatti risulta ancora
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