Cade nel 2026 il centenario della nascita di Michel Foucault, i cui contributi in diversi e variegati campi del sapere (psicologia, filosofia, sociologia, politica, letteratura) uniscono l’approccio strutturale (anche se Foucault rifiutò sempre questa attribuzione) alla ricchezza della documentazione storica su tematiche a prima vista marginali o antitetiche all’approccio razionale. Queste molteplici indagini riflettono anche il suo percorso intellettuale, estremamente ricco e variegato.
Foucault nasce a Poitiers il 15 ottobre 1926. Studia all’École Normale Supérieure di Parigi sotto la guida di docenti illustri sia in campo storico-filosofico (Jean Hyppolite), sia in quello della filosofia politica e delle scienze umane (Louis Althusser, Maurice Merleau-Ponty, Georges Canguilhem, Georges Dumézil).
Insegna inizialmente psicologia, e rimane intrigato dal non detto che caratterizza la vita umana, qualora si scavi dietro l’apparente facciata di ordine e razionalità. Nel 1965, nel corso di un programma curato dalla televisione di Stato francese, egli presenta in questi termini il ruolo che filosofia e psicologia dovrebbero rivestire in sede didattica: «Se io fossi professore di filosofia e dovessi insegnare psicologia, la prima precauzione che prenderei sarebbe quella di comprarmi una maschera, la più perfetta che possa immaginarmi e la più lontana dalla mia naturale fisionomia, in modo che i miei allievi non mi riconoscano. Cercherei, come Anthony Perkins in Psycho, di assumere una voce diversa, in modo che nulla dell’unità del mio discorso traspaia. Ecco la prima precauzione che prenderei. In seguito, proverei, in tutti i modi possibili, a introdurre gli allievi alle tecniche che sono attualmente diffuse fra gli psicologi: metodi di laboratorio, metodi di psicologia sociale; proverei a spiegare loro in che cosa consiste la psicoanalisi, e poi, nell’ora successiva, mi toglierei la maschera, riassumerei la mia voce e farei della filosofia, a costo di rincontrare, a quel punto, la psicologia come quel vicolo cieco inevitabile e assolutamente fatale nel quale si è trovato il pensiero occidentale del XIX secolo. Ma quando dicessi che si tratta di un vicolo cieco inevitabile e fatale, non criticherei la psicologia come scienza, non direi che non è una scienza veramente positiva e non direi neanche che è qualcosa che dovrebbe essere più filosofico o meno filosofico; direi semplicemente che c’è stata una sorta di sonno antropologico nel quale la filosofia e le scienze dell’uomo si sono in qualche modo incantate e addormentate vicendevolmente, e che occorre svegliarsi da questo sonno antropologico, come un tempo ci si è svegliati dal sonno dogmatico»[1].
Filosofia
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