RECENSIONE

“L’INFANZIA DI GESÙ” E “I GIORNI DI SCUOLA DI GESÙ”

Due romanzi di J.M. Coetzee

Marco Testi

Quaderno 4041

pag. 300 - 301

Anno 2018

Volume IV

3 Novembre 2018
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Un bambino viene trovato solo su una nave di migranti che, mano a mano che si avvicinano alla nuova terra, dimenticano l’antica, fino a diventare persone completamente diverse. Simón, uno di loro, decide di aiutare il ragazzino a ritrovare la madre, facendogli da padre putativo. Da qui prende le mosse il premio Nobel per la letteratura, il sudafricano John Maxwell Coetzee, per narrare la storia di un Gesù dei nostri giorni secondo due suoi romanzi: L’infanzia di Gesù, uscito nel 2013, e I giorni di scuola di Gesù, del 2017.

Il primo racconto parte da un’adozione – allusione al ruolo di san Giuseppe – e da un’inusitata ricerca di una madre, che culmina con l’accettazione di questo scomodo ruolo da chi non ci si aspetterebbe: una viziata signorina che lascia tutte le comodità per fare da mamma a un bambino sconosciuto e per di più accompagnato da un uomo che non ha nulla che potrebbe piacerle: è povero, straniero, senza una storia e piuttosto sempliciotto. Il nome della donna è però assai impegnativo, perché «Inés» vuol dire «pura», e anche qui abbiamo un secondo riferimento alle Scritture.

Il primo romanzo narra di come un bambino che sembra avere problemi di apprendimento piano piano mostri una strana capacità di porsi e porre domande di difficile risposta sul senso della vita, sull’unione tra uomo e donna ecc. Poiché il bimbo non è stato registrato allo stato civile – i suoi nuovi genitori temono che venga sottratto alla loro tutela –, alla nuova famiglia non resta che mettersi in cammino e chiedere di porta in porta: «Cerchiamo un posto dove stare, per cominciare la nostra vita nuova».

Il secondo romanzo, I giorni di scuola di Gesù, inizia da qui: il viaggio conosce una sosta in una non meglio identificata «Estrella» (nella nuova terra si parla spagnolo). Il «novello Giuseppe» si mette a lavorare, cosa che farà poi anche Inés, e il bimbo prende lezioni private da un ingegnere, che però ha qualche dubbio sulla sua intelligenza: «Sospetto che il piccolo David possa soffrire di quello che viene definito un deficit cognitivo. Il che vuol dire che gli mancano certe capacità mentali essenziali». Una – per certi versi – precoce intelligenza viene scambiata per un disturbo cognitivo. È capitato a tanti: da Einstein a Maiorana, solo per restare nel campo di coloro cui sono stati diagnosticati disturbi che avevano a che fare proprio con il loro pane quotidiano, i numeri.

Questa affrettata diagnosi dell’ingegnere-professore ci rimanda a domande assai antiche: «Saremmo in grado di riconoscere Gesù se nascesse ai giorni nostri? E se si presentasse sotto le spoglie di un bambino problematico o diversamente abile?». Sono domande che tra l’altro si sono posti alcuni grandi scrittori. Dostoevskij, nel romanzo L’ idiota (1868), narra la storia di un uomo assolutamente buono – un menomato, secondo chi lo circonda – destinato all’emarginazione e alla follia.

David deve comunque essere istruito, ma, essendo «clandestino» – è chiaro qui il riferimento alle reali situazioni di molti migranti –, non può frequentare scuole regolari: viene affidato allora a una strana accademia di danza, diretta dalla bella Ana Magdalena, persona affascinante e «magica» – che verrà uccisa da un suo spasimante –, fortemente influenzata dalla filosofia platonica e pitagorica. Nonostante abbia a che fare con i numeri, che alcuni «dotti» giudicano estranei alla sua intelligenza, il bambino dimostra una profonda comprensione della loro realtà, di ciò che si nasconde dietro la fredda enunciazione scolastica: in poche parole, della loro reale essenza.

Abbiamo accennato alla presenza di analogie con la vita di Gesù: David è venuto da un’altra terra; i suoi genitori sono adottivi; incontra peccatrici (fin dal nome, la direttrice dell’accademia di danza ricorda Maria Maddalena), personaggi saggi che riconoscono la sua «diversità»; c’è un censimento in corso.

Qui finiscono le somiglianze, perché Coetzee non forza la mano: il racconto è immerso in un’atmosfera irreale, in un luogo in cui i migranti vengono accolti con una capillare organizzazione che li dispone al lavoro e alla nuova lingua.

Si fa largo la sensazione che la violenza del passato esiga un tributo per essere davvero rimossa: l’abbandono del vecchio uomo. La condanna del sesso come animalità può essere interpretata come metafora della necessità di liberare il rapporto di coppia dalla gabbia di superficialità edonistica ed estetizzante imposta dai media. La precedente vita, di cui i migranti non ricordano nulla, potrebbe essere sia quella di un’antica violenza da lasciarsi alle spalle, sia quella di una ricchezza inutile che ha creato il male, invece di curarlo.

Il nuovo Gesù svela le antiche contraddizioni del potere (celato anche nei sentimenti) e sembra indicare, attraverso le sue inquietanti domande, una nuova vita alla luce di valori la cui realizzazione impone dolorose rinunce.

È un libro «aperto», senza finalità confessionali, ma nello stesso tempo senza pretese «demitizzanti», che pone di fronte a problemi attuali, collegandoli con le domande che l’uomo da millenni si pone: su se stesso e sul suo viaggio, reale e simbolico, qui e ora.

JOHN M. COETZEE
L’infanzia di Gesù
Torino, Einaudi, 2013,
256, € 20,00.

e

I giorni di scuola di Gesù
Torino, Einaudi, 2017,
224, € 19,00.

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