RECENSIONE

ITINERARI DELLA FILOSOFIA E DELLE RELIGIONI

Vol. I: Filosofi, Gnostici, Cristiani; vol. II: Idealismo, Fenomenologia, Ermeneutica

Leonardo Messinese

Quaderno 4041

pag. 303 - 304

Anno 2018

Volume IV

3 Novembre 2018
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Il titolo dato a questa importante raccolta di scritti, distribuita in due volumi, intende sottolineare l’intreccio tra «esperienza religiosa» e «riflessione filosofica» che caratterizza l’esistenza umana, mentre i sottotitoli indicano i settori più specifici delle due serie di saggi.

L’intreccio in questione ha dato luogo a delle sinergie nell’ambito del pensiero, in particolare nella formazione di alcuni concetti come ad esempio quello di «spirito», secondo quanto l’autore documenta in uno dei saggi del primo volume, «Lo “spirito” e l’eredità dei Greci».

D’altra parte, il medesimo intreccio presenta anche alcune tensioni: si pensi a quella tra filosofia e tragedia, ovvero tra il «razionalismo teologico-politico di Platone» e le «basi religiose dell’esperienza tragica», secondo quanto mette in luce il saggio «La colpa tragica nei filosofi antichi».

Sempre tra gli scritti del primo volume, vanno segnalati quelli rivolti al «pensiero gnostico»», di cui l’autore è un noto studioso, e quello su «La filosofizzazione del Cristianesimo», in cui viene presentata innanzitutto la problematica sottostante all’«evoluzione» della fede cristiana nel rapporto che si stabilì con la cultura e la filosofia greca, e poi si analizzano le divergenze che si generarono tra gli autori cristiani riguardo a un utilizzo di tale razionalità. Senza dimenticare la presenza di un’«autodefinizione del cristianesimo come filosofia», nei primi secoli prevalse l’uso «apologetico» della filosofia greca, ossia «l’impegno di fornire una “dimostrazione” ragionata della validità dell’annuncio cristiano» (p. 333).

Al di là di un’attenta ricostruzione di ordine storico, andando più a fondo nell’analisi del legame tra fede cristiana e filosofia greca, all’autore preme sottolineare che «il rapporto con la filosofia non è stato così puramente strumentale ed estrinseco […], ma al contrario la filosofia (quella filosofia) è entrata a fondo nella mentalità cristiana» (p. 342), e risiederebbe qui la «vera ragione della divaricazione forse inarrestabile fra il cristianesimo e la modernità» (ivi).

L’ampio saggio che apre il secondo volume è intitolato «Due temi “fenomenologici” in Husserl e Hegel». Dopo aver rilevato come non si possa parlare di una vera influenza dell’hegelismo sulla filosofia husserliana, l’autore prende in considerazione alcune significative interpretazioni del rapporto tra i due filosofi esaminati. A volte, nell’analisi di tale rapporto è stato fatto intervenire anche l’ulteriore fattore dell’esistenzialismo heideggeriano, ma per Magris sono da preferire le trattazioni che se ne astengono, come quelle di A. De Waelhens, per il quale la «coscienza» husserliana è vincolata alla finitezza, e di E. Fink, che sostiene invece la tesi opposta.

In un capitolo successivo l’autore si sofferma sull’interpretazione della Fenomenologia dello spirito hegeliana offerta dai fenomenologi, e qui tra gli artefici ritorna il nome di Heidegger, assieme a quelli di Marcuse e di Paci.

Dopo questa attenta ricognizione, si sviluppa la parte teoretica del saggio, che è un’indagine sul significato di «fenomenologia» e su quello della filosofia in quanto tale, dove la trama del discorso è incentrata sul rapporto tra l’«apparire» e l’«essere» (cfr pp. 32-42). Vengono in seguito chiarificati i concetti di «trascendenza» e «immanenza» nella fenomenologia husserliana, e alla fine l’autore rileva che «quello che doveva essere sicuramente immanente si è rivelato trascendente; gli oggetti “concreti” dell’esperienza sono risultati ambigui e inafferrabili, pur senza levarsi in volo alle sedi dell’iperuranio; persino l’io è una trascendenza per me» (p. 82).

Seguono due saggi che vanno al cuore del pensiero heideggeriano successivo alla «svolta». Il primo, intitolato «Pensiero dell’evento e avvento del divino in Heidegger», sottolinea che «l’“essere” dell’ontologia metafisica ha tanto poco a che vedere con l’“essere” della Seinsgeschichte heideggeriana quanto il “Dio” onto-teo-logico con il “Dio divino”» (p. 146). Il saggio si conclude indicando «il compito che Heidegger ci ha posto, di pensare una buona volta Dio facendo a meno della metafisica» (p. 163).

Il secondo saggio, intitolato «I concetti fondamentali dei Beiträge di Heidegger», dopo una valutazione generale dell’opera in questione, ne espone la «sistematica», mettendo in luce l’intreccio organico e il dispiegarsi di concetti fondamentali che si richiamano vicendevolmente.

Tra gli altri saggi del secondo volume, segnaliamo quello in cui l’autore si sofferma criticamente sul tema della «demitizzazione» sollevato da Bultmann, e due scritti dedicati all’«ontologia della libertà» teo­rizzata da Pareyson e all’«egoteologia di Carlo Arata e i suoi problemi». In entrambi i casi, per Magris si tratta di autori che, pur prendendo le distanze dalla metafisica classica, hanno osato affrontare «un discorso filosofico sulle cose prime e sulle cose ultime».

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