«UNORTHODOX». DONNA, RELIGIONE E LIBERTÀ

Una serie Netflix 2020

Quaderno 4077

pag. 291 - 295

Anno 2020

Volume II

2 Maggio 2020
Voiced by Amazon Polly

Diffusa dal 26 marzo 2020, Unorthodox appartiene al concetto relativamente nuovo di miniserie o serie brevi. Diretta da Maria Schrader, scritta da Anna Winger e Alexa Karolinski, è interpretata con forza da Shira Haas, che colpisce per la sua versatilità emotiva e l’intensa energia che emana dalla sua persona, peraltro minuta. Vi recitano anche Amit Rahav, Jeff Wilbursch, Ronit Asheri, Dina Doron, Tamar Amit-Joseph, Safinaz Sattar. Coproduzione tedesco-americana, essa comprende solo quattro episodi. Dice molto in poco tempo.

Una serie di qualità

Questa miniserie è notevole sotto molti aspetti. È tratta da una storia vera, quella di Deborah Feldman, una ragazza della comunità ebraica ortodossa chassidica Satmar. Nel 2012, lei ha pubblicato un’autobiografia intitolata Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots (Simon & Schuster). La miniserie intreccia, con un sistema di flashback, la vita passata di questa giovane donna nel distretto di Williamsburg, a Brooklyn, con la sua nuova vita a Berlino, dove è fuggita.

Si è scelto di rimanere fedeli al libro per quanto riguarda il passato di Deborah, ma di inventare una trama immaginaria per quanto riguarda la sua vita a Berlino. Ciò permette di aggiungere un forte elemento di tensione drammatica alla storia, quando suo marito la cerca per convincerla a tornare a New York.

La Feldman è stata in contatto con l’équipe del film e ha accettato questi cambiamenti. In effetti, la serie assume il suo lato parzialmente fittizio, che certamente contribuisce al successo della sceneggiatura, creando una suspense quasi mozzafiato. Attori eccellenti, in gran parte provenienti dall’ambiente ebraico ortodosso, riprese prevalentemente realizzate in yiddish, una produzione sofisticata, una volontà di non diffamare una religione, ma di raccontare l’irresistibile aspirazione alla libertà di una giovane donna fuori del comune e forte: tutto ciò rende Unorthodox un’opera originale e di innegabile successo. Prenderemo ora in considerazione alcuni elementi del contesto.

Una comunità chassidica

Chi sono i Satmar? Il mondo ebraico ultraortodosso (definito haredi) comprende due grandi gruppi: quello dei mitnagdim, a volte chiamato «lituano» dal nome del Paese in cui erano in maggioranza, e quello degli hassidim. Questi ultimi sono nati nel XVII secolo, in seguito alla predicazione di un uomo soprannominato Bal Shem-Tov, il maestro del Buon Nome (1698-1760). Di fronte a ciò che percepiva come un inaridimento della pietà, un’eccessiva insistenza sullo studio intellettuale del Talmud, egli propose una nuova via spirituale, attribuendo un’importanza molto maggiore alla gioia e alla celebrazione, ai sentimenti mistici dei credenti.

Nelle comunità ebraiche oppresse dai pogrom in Ucraina e tristi perché Sabbatai Tsvi (1626-1676) si era rivelato un «falso Messia», questo movimento spirituale rispose a una sete profonda, e ben presto si diffuse in tutto il mondo ebraico ashkenazita, nell’Europa orientale. In termini di pratica della legge ebraica, gli hassidim si distinguono poco dai mitnagdim, ed entrambi si oppongono alla modernità e ad altre correnti ebraiche più liberali.

D’altra parte, essi accordano un posto molto importante al loro rebbe (rabbino capo e leader spirituale), e si sono gradualmente costituiti in varie famiglie spirituali chiamate «dinastie». Una di queste è quella dei Satmar, così chiamati perché sono originari della città di Satu Mare, oggi in Romania. La grande maggioranza degli hassidim è stata sterminata dai nazisti, e non dobbiamo dimenticare – come giustamente ricorda la sceneggiatura di Unorthodox – che essi sentono il dovere morale e religioso di ricostituire un popolo scomparso, e ciò contribuisce a rendere il loro tasso di natalità ancora più alto di quanto non fosse stato prima della guerra.

Religione e individuo

La serie è una specie d’indagine sociologica, nel senso che ci fa scoprire la vita quotidiana di una famiglia ebrea ultraortodossa. Per chi non crede in Dio o non fa della relazione con Dio il centro della propria vita questi riti sembreranno terribilmente soffocanti. La pratica delle leggi rituali ebraiche struttura davvero la vita di tali comunità. I matrimoni sono molto spesso combinati, e la vita della donna è totalmente consacrata alla casa e ai figli, come quella degli uomini deve esserlo allo studio. Certo, alcuni uomini – quelli che in particolare sono meno portati per lo studio – devono cercare professioni secolari compatibili con la vita religiosa ortodossa.

La stragrande maggioranza delle persone che crescono in queste comunità ne condividono l’ethos e vivono una vita felice, dominata dal fervore delle grandi feste religiose e della vita familiare. Il fatto è, però, che vi possono essere commessi alcuni abusi[1], soprattutto a causa dell’assoluta autorità spirituale del rebbe; che vengono scoraggiati gli studi secolari; e che non è facile per i giovani uscire da questo stile di vita.

È per questo che, da qualche anno, sono state costituite alcune associazioni per aiutare i giovani, come Footsteps negli Stati Uniti, o Mavar nel Regno Unito e, più recentemente, Hillel in Israele. Infatti, conoscendo poco l’inglese, essendo privi di istruzione laica, ed essendo isolati dalle loro famiglie, essi vivono un’esperienza traumatica di cui vari libri hanno riferito in questi ultimi anni. Possiamo citare Cut Me Loose: Sin and Salvation After My Ultra-Orthodox Girlhood, di Leah Vincent (2014); o All Who Go Do Not Return, di Shulem Deen (2015), eccellente dal punto di vista letterario, tradotto in diverse lingue (in italiano: Indietro non si torna).

Il concetto di libertà individuale è molto ridotto in queste comunità, che valorizzano soprattutto la fedeltà collettiva a uno stile di vita regolato dalla Torah: non soltanto dalla Torah orale codificata nel Talmud, ma anche da un gran numero di regole elaborate dai rabbini nel corso degli anni. La tensione tra l’individuo, con le sue aspirazioni e i suoi desideri, e la comunità onnipotente è quindi estrema.

Tuttavia, a differenza dei monaci cattolici, la maggior parte di loro non ha scelto consapevolmente questa vita, ma deve ratificarla quando raggiunge l’età adulta. Alcuni che vorrebbero sfuggirvi non hanno i mezzi o il coraggio per farlo. In particolare, è difficile per una donna dover rinunciare ai suoi figli, tanto è arduo ottenerne l’affidamento anche alternato (ciò che Deborah Feldman è riuscita ad avere, grazie al suo avvocato e alla sua strategia).

Condizione femminile e aspirazione alla libertà

La serie, come il libro, si concentra ovviamente sulla condizione femminile, perché è lì soprattutto che il contrasto con la società contemporanea che sostiene l’uguaglianza di genere è più evidente. Poiché il matrimonio è il grande evento della vita, l’esistenza delle donne ruota attorno alla sua organizzazione e ai figli che ne sono il fine. La reputazione gioca un ruolo fondamentale, come pure la genealogia.

Deborah Feldman era doppiamente squalificata: sua madre aveva divorziato per lasciare non soltanto la comunità, ma anche il mondo della fede, e suo padre era diventato alcolista. Nessuno dei suoi genitori aveva una genealogia antica nella comunità Satmar. In questo mondo in cui la modestia è spinta a limiti estremi, dove i rapporti sessuali sono limitati, fortemente disciplinati e finalizzati esclusivamente alla procreazione, l’assenza di tenerezza e di attenzione può essere estremamente dolorosa.

Quando Esther Shapiro giunge a Berlino, non sa quasi nulla del mondo moderno e dei suoi costumi, per di più nell’ambiente artistico molto libero di Berlino. Avendo sempre amato la musica e il pianoforte, scopre che non ha – e non avrà mai – il livello adeguato per farlo diventare il suo lavoro ordinario. Sebbene le manchi il mondo da cui proviene – poiché vi aveva dei sostegni, in particolare sua nonna tanto amata, sopravvissuta ai campi di concentramento –, ha una sete irrefrenabile di scoperte, di libertà e di incontri.

Bisogna riconoscere che le religioni hanno spesso relegato la donna a determinati ruoli, hanno ridotto le sue aspirazioni a esercitare una vita sociale e hanno portato alcune donne a una scelta crocifiggente tra la loro fede e la loro libertà. Deborah Feldman è veramente credente, attaccata ai riti e alle usanze ebraiche, e per nulla ostile alla religione in sé, e questo viene ben evidenziato nel film. D’altronde, lei ha affermato, a proposito del libro (e questo resta vero per la serie): «Semmai, ho attenuato molte cose e ho lasciato fuori molte cose folli»; e ha aggiunto: «Tutti pensano sempre: “Oh, hai lasciato Williamsburg, devi essere antisemita”, ma non lo sono. Sono molto ebrea. Non puoi cambiarlo. Voglio solo il mio tipo di ebraismo, tutto qui. Da bambina adoravo Purim e Chanukah. Non amavo la mancanza di istruzione e le restrizioni»[2].

Questa serie merita di essere vista in un tempo in cui, sia nell’islam sia nel cattolicesimo, viene dibattuta la questione del ruolo delle donne[3].

La serie è scritta egregiamente e interpretata in modo straordinario da Shira Haas, che manifesta una sorprendente plasticità di espressioni e un’intensità coinvolgente. Conformemente al libro, lo scopo della serie non è quello di criticare la «religione», o anche una particolare comunità, ma, a partire da un caso individuale, quello di mostrare l’aspirazione alla libertà di una giovane donna il cui carattere indipendente soffoca nella vita molto inquadrata di una comunità ultraortodossa.

La regista a volte vuole dimostrare un po’ troppo di fare del «cinema indipendente all’americana», specialmente nel terzo episodio, forse il più debole. Nel complesso, però, questa è una serie forte ed emozionante. Si dovrà fare attenzione nello spiegare ai giovani che essa non descrive tutto l’ebraismo, e che la stragrande maggioranza degli ebrei, compresi i credenti, non vive come i Satmar; ma essa potrà aprire un dibattito sull’equilibrio tra intensa vita di comunità, ethos familiare e aspirazioni individuali, come pure sulla condizione femminile.

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Riproduzione riservata

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«UNORTHODOX». WOMAN, RELIGION AND FREEDOM. A Netflix 2020 series

The Unorthodox mini-series, which has been broadcast since March 2020, is interesting for several reasons. Located in an ultra-orthodox Judaism environment, it permits the viewer to discover this unfamiliar reality from within. The production was adapted from Deborah Feldman’s autobiography, though the Berlin part of the protagonist’s new life is imaginary. This mini-series, which shows how difficult it is for an independent young woman to choose a different life in this closed world dominated by men who are mainly dedicated to study, is not hostile to religion, nor does it attempt to generalize. Beautifully interpreted by Shira Haas, it offers us an excellent portrait of women and a reflection on the links between women, religions and freedom in patriarchal religious circles.

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[1] Cfr il romanzo di Eishes Chayil [Judy Brown], Hush, New York, Bloomsbury, 2010; e il film documentario M (come Menahem), di Yolande Zauberman, uscito nel 2019, premiato al Césars 2020.

[2] «If anything, I toned a lot of stuff down and left out a lot of the crazy stuff»; «Everyone always thinks: “Oh, you left Williamsburg, you must be an anti-Jew”, But I’m not. I’m very Jewish. You can’t change that. I just want my kind of Judaism, that’s all. As a kid I loved Purim and Chanukah. I didn’t love the lack of education and the restrictions». Cfr The New York Jewish Week, 9 febbraio 2012 (online).

[3] Cfr la recente tesi di L. Castiglioni, Filles et fils de Dieu. Une manière d’articuler égalité baptismale et différence sexuelle, Paris, Cerf, 2020.

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