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UCRAINA: POSSIBILI SOLUZIONI DEL CONFLITTO

Quaderno 3938

pag. 146

Anno 2014

Volume III

19 Luglio 2014
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Per mesi la comunità internazionale è sembrata impotente di fronte a una Ucraina che si lacerava e si divideva sempre più profondamente. I media hanno seguito da vicino la rivoluzione di piazza Maïdan, la fuga del presidente Yanukovich, l’annessione della Crimea da parte della Russia, l’elezione presidenziale di Petro Poroshenko a Kiev e la guerra nella parte est del Paese. Trasformazioni di questo tipo appaiono surreali alle porte dell’Europa nel 2014. Fin dove si spingerà la riconfigurazione di questa regione, con quali conseguenze internazionali? Può la Russia esercitare il suo potere sui suoi confini più lontani? Si pensava che in Europa le frontiere si fossero stabilizzate dopo la guerra dei Balcani negli anni Novanta, ma ecco che tutto sembra rimesso in discussione come nel XIX secolo.

Non si può capire questa crisi, se si rimane al livello degli avvenimenti quotidiani. Bisogna prendere allora un po’ di distanza storica e politica per far chiarezza su questo pasticcio, che è un complesso accavallarsi di questioni economiche, politiche, culturali, sia interne sia esterne.

Una storia di identità

L’Ucraina è un Paese culturalmente diviso da secoli. La linea di demarcazione è il corso del Dniepr, in mezzo al territorio. Il Trattato di Andrusovo, firmato nel 1667, divide l’attuale territorio dell’Ucraina in due: a est il territorio è stato dominato dai Russi, a ovest dalla Polonia, e così rimase fino alla seconda guerra mondiale. Tre secoli di storia non si cancellano per un desiderio d’Europa, tanto più che l’uso delle lingue ha confermato questa divisione. Nel XIX secolo si parlavano sei lingue a ovest del Dniepr, e una sola a est, il russo[1]. Per dire la profondità della frattura: nella sua particolare visione del mondo Huntington colloca nel cuore dell’Ucraina la linea di rottura tra la civiltà occidentale e la civiltà ortodossa[2].

La fine del regime zarista nel 1917 è l’occasione di una espressione forte da parte dei nazionalisti ucraini, mentre Nicola II e i suoi predecessori avevano annientato senza pietà i movimenti di indipendenza. Ma i bolscevichi sono presenti anche a Kiev. Una vera e propria guerra civile, in cui è molto attivo ciò che resta delle truppe zariste, fortemente anti-ucraine, viene vinta infine dai sostenitori di Mosca nel 1920. L’Ucraina viene annessa all’Urss nel 1922, con un cambiamento di regime sociale, soprattutto nelle campagne. Gli eventi peggiori si verificano nel 1929-33 e sono legati alla presenza sovietica: la carestia, che ha causato circa 4 milioni di vittime, è il frutto di una collettivizzazione forzata da parte di Mosca, quando l’Ucraina era solo una delle Repubbliche socialiste sovietiche. Il popolo se ne ricorderà durante la seconda guerra mondiale.

Questa guerra ha lasciato tracce di un’altra grande tragedia: 8 milioni di vittime. Ma le due parti del Paese non hanno vissuto la stessa guerra, perché i nazisti hanno pensato di potersi annettere l’ovest del Dniepr, con la popolazione che li accoglieva come liberatori: 150.000 soldati ucraini dell’ovest si sono arruolati nelle Waffen-SS[3]. A est è guerra di sterminio, con la distruzione completa di numerosi villaggi. La guerra continuerà fino alla fine degli anni Quaranta con Nikita Kruscev.

E quaranta anni dopo, arriva il momento dell’indipendenza: storia recente, che risale al 1991. La fine della tutela di Mosca e nello stesso tempo la fine del regime socialista liberano tutte le forze in campo, senza più nessun controllo esterno. Possono essere fatti dei paralleli con lo smantellamento della Iugoslavia negli anni Novanta: a lungo il dominio di Tito e del regime comunista avevano cancellato le differenze etniche e religiose del Paese. Qui si tratta di una opposizione più semplice tra le culture ucraina e russa sullo stesso territorio: opposizione che era stata dimenticata finché l’Ucraina rimaneva solidamente nel grembo dell’Urss. Essa si cristallizzava sulle alleanze future del Paese, sia con la Russia che con l’Unione europea. L’esitazione del Paese tra questi due poli — russo ed europeo —, sancita da voti in cui la maggioranza era sempre molto esigua, ha potuto a lungo far credere alla possibilità di un equilibrio e di un riavvicinamento.

La posta in gioco è importante sia per la Russia sia per l’Europa, perché l’Ucraina è un Paese con ricche potenzialità agricole e industriali su un vastissimo territorio[4]. In compenso la sua popolazione è in calo, come nella maggioranza dei Paesi dell’Est dell’Europa, compresa la Russia. La sua popolazione di 45 milioni di abitanti nel 2013[5] dovrebbe diminuire (a territorio costante) a 33 milioni nel 2050. Questo calo importante sul lungo periodo si spiega con il basso tasso di natalità (1,5 bambini per donna), con l’emigrazione verso l’estero e con l’assenza di immigrazione.

Tensioni estreme

Dietro questa facciata, andavano creandosi tensioni sempre più grandi, fomentate dalla volontà della Russia di mantenere nel suo grembo l’Ucraina, e da qualche gaffe dell’Occidente troppo ansioso di includere l’Ucraina tra i suoi alleati. La proposta fatta all’Ucraina — dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna nel 2007 — di diventare membro della Nato poteva essere vissuta come una provocazione. Fortunatamente la Germania e la Francia si sono opposte, ma il danno ormai era fatto.

Il malcontento ribolle nella popolazione a causa del crollo dell’attività economica negli anni Novanta, nel momento dell’apertura al sistema dell’economia di mercato. Il Pil diminuisce del 60% tra il 1991 e il 1999. La corruzione aumenta[6]. L’elezione del 21 novembre 2004, truccata, sembra, dal presidente Yanukovich e dal clan di Donetsk, servirà da scintilla alla Rivoluzione arancione, che porterà Viktor Yushchenko al potere con Yulia Timoshenko come Primo ministro. La rivoluzione è ampiamente sostenuta dagli americani e dagli europei, e questo non piace né ai russi di Mosca, né ai pro-russi dell’Est dell’Ucraina. Ma la pressione russa comincia a farsi sentire sul gas, il cui prezzo passa da 50 a 95 dollari per 1.000 m3.

Grazie alle nuove elezioni del 2010 il pro-russo Yanukovich torna al potere con il 48,9% dei voti, mettendo in luce l’alternanza e l’esitazione del Paese sul suo futuro. Ma di fronte a nuove rivelazioni di corruzione e quando Yanukovich respinge un accordo previsto con l’Unione europea a vantaggio di un legame più stretto con la Russia, si scatena la Rivoluzione di piazza Maïdan, a Kiev nel novembre 2013, provocata da movimenti nazionalisti. Il 22 febbraio 2014 il Parlamento ucraino decreta che il presidente Yanukovich è incapace di esercitare le sue funzioni e annuncia nuove elezioni presidenziali per il 25 maggio 2014. Seguono tre mesi di confusioni con gravi scontri a est, sostenuti da forze speciali straniere[7], un aiuto americano molto visibile a Kiev[8], e una crescente inquietudine sulla possibilità dell’elezione presidenziale del 25 maggio e del suo significato.

Queste elezioni del 25 maggio alla fine saranno vinte fin dal primo turno dal forte pro-europeo Poroshenko, con il 56% dei voti espressi; gli sono mancati molti voti dell’est del Paese. Questa assenza di una parte dell’elettorato permette un risultato mai raggiunto, perché tutte le elezioni degli ultimi 20 anni si erano giocate su qualche punto percentuale in un senso o nell’altro.

In questo stesso periodo si verificava una crisi locale in Crimea, di cui conosciamo la sequenza degli avvenimenti: il 28 febbraio soldati non identificati invadono la penisola; il 2 marzo le truppe russe, autorizzate dal Parlamento russo, entrano in Crimea; l’11 marzo il Parlamento della Crimea vota la creazione della Repubblica di Crimea e il suo ingresso nella Federazione russa. Il fatto è che il 58% degli abitanti[9] della Crimea sono russi, su un territorio che è ucraino solo dal 1954. I russi usano l’argomento della protezione delle popolazioni russe per giustificare la loro presenza sul territorio. Gli ucraini sono solo il 24% della popolazione: non possono resistere.

Il porto di Sebastopoli[10] è un motivo evidente di questa azione lampo. La flotta russa deve essere salvaguardata dalle velleità di Kiev e da un riavvicinamento all’Europa. Il Trattato del 1997 della Russia con l’Ucraina è valido fino al 2042: un tempo molto lungo e incerto per una flotta russa così preziosa alla mercé di un Governo che avrebbe voglia di orientarsi rapidamente verso l’Europa. Bisogna garantire il suo futuro, stabilizzando la qualità dell’amicizia dell’occupante di questo territorio. Inoltre la Crimea diventa così una base di riconquista per una eventuale controrivoluzione ucraina. È anche oggetto di contrattazione e di ricatto a favore dei russi. Preoccupa il precedente della Georgia: in effetti, la procedura usata per l’annessione della Crimea può ripetersi?

Eventi simili si svolgono nella regione est dell’Ucraina. Elementi non identificati lottano con i ribelli per il controllo della regione del Donbas. Gli scontri si moltiplicano, sempre più feroci, spesso con il sostegno di una parte della popolazione locale. È in atto un braccio di ferro tra l’est e l’ovest del Paese, ma anche geopolitico tra Obama e Putin, sotto lo sguardo attento della Germania: ognuno teme il peggio, sapendo che nessuno si augura un ampliarsi del conflitto. Si spiano i segni di quiete o di tensione e si cerca di capire le chiavi del conflitto.

L’Ucraina non è né russa né europea, ma un po’ tutte e due. I russi sono il 18% della popolazione, e tutti gli ucraini parlano russo[11], anche nella capitale Kiev. Putin non ha tanto una visione imperialista delle sue relazioni con gli ex-Paesi satelliti quanto uno sguardo opportunista sulle possibilità di recuperare ciò che ha perduto[12]: perché non ricostituire sotto altra forma l’ex-Urss? Egli ha così cercato di russificare il Paese con Yanukovich, senza successo, perché l’Ucraina ha resistito. Ma la Crimea era un obiettivo possibile e interessante senza andare incontro a troppe conseguenze negative.

Un altro obiettivo non è stato raggiunto: Putin non ha ottenuto la completa Unione doganale che si augurava, perché l’Ucraina ha rifiutato di aderire agli accordi firmati tra la Russia, il Kazakistan e la Bielorussia. Ma, con l’annessione della Crimea, ha ridato fiato allo spirito nazionalista russo e ritrovato una popolarità che era pericolosamente calata negli ultimi mesi: l’economia russa non gode di buona salute, e la corruzione generalizzata irrita profondamente la popolazione.

Da parte sua, l’Unione europea ricorre alla politica del bastone e della carota dell’integrazione con Kiev, ma senza fornire gli aiuti necessari. L’est del Paese resiste a questi inviti. Nel frattempo i membri dell’Unione europea discutono tra di loro senza fine sulla possibilità di sanzioni contro la Russia[13], ma alcuni Governi temono una dinamica perdente contro perdente, e sanzioni che rischiano di aprire una guerra sul gas russo, di cui alcuni Paesi europei non possono fare a meno.

Gli Stati baltici, membri dell’Unione, hanno paura anche dei possibili effetti di tali sanzioni sulla loro popolazione russa. La Germania è particolarmente sensibile a una possibile destabilizzazione nell’Est dell’Europa a cui è molto vicina, e ha i mezzi per imporsi soprattutto perché la signora Merkel può parlare direttamente e in russo a Vladimir Putin. Ma non vuole troppe sanzioni. La Francia, da parte sua, parla alto e forte contro la Russia, ma poi non fa granché, perché ha molti interessi economici e finanziari in ballo con essa[14]. Al contrario la Polonia spinge per sanzioni severe e un rapido accordo tra l’Unione europea e l’Ucraina, che è sua diretta vicina. Con tante diversità di punti di vista non ci si meraviglierà dell’incapacità dell’Unione europea di decidere per una politica ferma e costante in questa crisi, il che è un triste rivelatore della paralisi europea sul piano internazionale.

I confini della discussione sono chiari: Putin non vuole l’Unione europea alle sue frontiere, e la maggioranza degli ucraini vuole uscire dalla tutela russa e costituire un Paese unificato. Donetsk non è separatista per principio. I suoi abitanti vogliono l’unità del Paese, ma temono che Kiev non li ascolti e decida del loro destino sopra le loro teste. Vogliono una Ucraina federale. Una volta integrati tutti questi punti, resta da costruire un Paese vitale e pacifico.

Il fattore economico

Uno dei fattori del conflitto e uno degli elementi di scontro si gioca nell’ambito economico. L’Ucraina è sull’orlo della bancarotta, con un debito consistente e una crescita molto bassa. Ha anche ricevuto crediti russi per un ammontare di due miliardi di dollari, il che impedisce alla Russia di agire troppo rapidamente, con il rischio di perdere tutto il suo investimento. La guerra economica sarebbe uno scacco e un disastro per la Russia, dati i suoi legami con l’Ucraina.

Le forniture di gas sono particolarmente problematiche. Kiev dipende energeticamente dalla Russia da molti anni. Se l’industria nazionale Naftogaz annuncia che possiede riserve di dodici miliardi di m3 di gas, ha bisogno di un approvvigionamento regolare. Ora, Gazprom il 16 giugno 2014 ha chiuso i rubinetti del gas in provenienza dalla Russia per ottenere il pagamento di due miliardi di dollari su un debito totale di 4,5. L’Ucraina lamenta che il prezzo del gas è salito molto: sono passati dai 95 dollari per 1.000 m3 alla fine della rivoluzione arancione ai 268 nel 2013. Ma sono passati a 485 dollari per 1.000 m3 dopo la crisi[15]. I negoziati hanno portato a una riduzione della differenza dei prezzi: Gazprom chiede 385 dollari, e Kiev ne propone 326. Le posizioni si avvicinano, ma siamo lontani dal raggiungere l’obiettivo e, dopo quelle del 2006 e del 2009, sembra che sia cominciata la terza guerra del gas.

Tutta l’Europa ne è coinvolta, perché il 15% del gas consumato in essa passa attraverso l’Ucraina. Ogni interruzione per l’Ucraina è un’interruzione per l’Europa, che ha ripercussioni a medio termine[16], anche se ci sono delle riserve. Ma anche i legami economici dell’Ucraina con l’Europa sono molto forti, ancora più forti che con la Russia : l’Ucraina è cliente dell’Unione per il 31% dei suoi acquisti e della Russia per il 19%; vende all’Unione il 26% dei suoi prodotti e alla Russia il 24%.

In questa partita a braccio di ferro, in cui si mescolano tanti problemi diversi, dove vuole e può arrivare Putin? Probabilmente non lo fermeranno i discorsi dell’Occidente sul rispetto del diritto internazionale. Siamo in un gioco di forze in cui le sanzioni economiche e finanziarie avranno un peso reale. Potrà fermarlo solo la considerazione degli inconvenienti che incontrerebbe nel perseguimento dei suoi obiettivi. La crisi finanziaria dovuta all’esodo dei capitali, la protesta degli oligarchi russi che vedono ridursi la loro libertà, la debolezza dell’economia russa che non può basarsi all’infinito sulle rendite del gas costringeranno Putin a limitarsi, a considerare un arresto dei conflitti e la ricerca di una stabilizzazione in Ucraina.

Le possibilità dell’Occidente

La situazione dell’Occidente è complicata dal fatto che ci sono legami e interessi in gioco. È buona cosa fare delle proteste, e l’Occidente ha protestato verbalmente. La sospensione del G8 in giugno a Sochi è soprattutto simbolica, come la sospensione del diritto di voto al Consiglio d’Europa. Ma queste misure isolano ulteriormente la Russia, e ciò non è mai una cosa buona nel gioco internazionale.

Sulla stessa linea sono state prese misure concrete contro la Russia: soppressione dei visti, congelamento dei beni di alcuni responsabili russi, blocco dei movimenti finanziari o sanzioni contro istituti finanziari. Le prime misure possono essere seguite da altre più restrittive che daranno fastidio alla Russia e agli imprenditori russi nei loro affari. È chiaro che, se la Russia avesse invaso il Donbas, le sanzioni sarebbero state molto gravi. La Russia si è astenuta dal farlo ufficialmente, anche se elementi russi sono stati provati sul territorio ucraino, soprattutto a Donetsk.

Al tempo stesso i Paesi dell’Ovest dipendono dalla Russia, come abbiamo visto: il 30% del gas viene consumato dalla Germania[17]. Ma è una dipendenza reciproca, perché la Russia ha bisogno di valuta. Per complicare lo scenario, Angela Merkel è pronta a sottrarsi a questa dipendenza, contando sulle energie rinnovabili e sul carbone. Comprerebbe anche gas americano. Anche l’Inghilterra si mantiene prudente e la City non è pronta a comminare sanzioni.

L’aiuto all’Ucraina, soprattutto finanziario, è un altro modo di compensare i rischi in cui essa incorrerebbe, se la Russia facesse seguito alla sua minaccia di chiudere i rubinetti del gas all’Ucraina qualora non pagasse il suo debito insoluto di 2,2 miliardi di dollari. L’Occidente ha una capacità di pressione sulla Russia, che rischia di perdere molto, se non cerca rapidamente una via di uscita al conflitto.

Dopo molte vicissitudini, dopo la grande incertezza dell’inizio del 2014, i vari partner del conflitto ucraino, interni o esterni — Ucraina, Russia, Stati Uniti, Unione europea — si sono incontrati per una Conferenza a Ginevra. Le conclusioni raggiunte il 17 aprile chiedevano la cessazione degli scontri e l’apertura di un dialogo per riconoscere gli interessi regionali. L’est dell’Ucraina ha accolto questi accordi nell’indifferenza e nel disprezzo.

Questi accordi non hanno fornito nessuna agenda particolare per il futuro, come la stesura di una nuova Costituzione e gli orientamenti che essa potrebbe prendere. Tra l’altro hanno dimenticato la Crimea. Ma si poteva fare diversamente, quando la semplice menzione del ritorno all’Ucraina integrale blocca ogni possibile dibattito? Nemmeno la Russia viene menzionata nei disordini dell’est dell’Ucraina.

Questi accordi di Ginevra non rimarranno nella storia come una svolta definitiva del conflitto, ma rappresentano una tappa, probabilmente necessaria, del ritorno al dialogo tra le parti antagoniste.

Dopo l’elezione presidenziale del maggio 2014

Questa Conferenza ha comunque rafforzato la credibilità del progetto di elezione presidenziale, che si è potuta svolgere il 25 maggio, nonostante tutti i dubbi che erano stati espressi, mentre la violenza nell’est del Paese non si fermava[18]. L’elezione di Petro Poroshenko ha due facce: la prima è positiva, perché stabilizza le istituzioni ucraine e restituisce a Kiev unità e coerenza. Ma è anche un rischio, perché crea paura nel Donbas. Tutto dipenderà dalla capacità di Poroshenko di animare il dibattito dopo aver ascoltato i vari punti di vista.

Ogni settimana porta con sé segnali contraddittori: all’inizio di giugno la morte di due giornalisti russi e l’abbattimento di un aereo ucraino con 49 persone a bordo fanno risalire la tensione. La settimana successiva la stampa rende pubblica[19] una conversazione tra Putin e Poroshenko, che discutono tra loro di un cessate il fuoco. La storia ha un andamento ambiguo. In giugno la distensione sembra quasi raggiunta, con un piano in 14 punti[20] proposto il 19 giugno da Poroshenko per uscire dalla crisi. Ma la guerra continua nel Donbas.

In questo scenario devono svolgersi discussioni sulla futura organizzazione dell’Ucraina. Tenuto conto delle varie componenti del Paese, in quale forma politica l’Ucraina potrebbe trovare i mezzi per realizzare il modello democratico migliore? Ognuno prende posizione. Poroshenko vorrebbe un’opzione di decentralizzazione contro l’idea di una federazione. Le parole sono cariche di significato, perché l’introduzione di una federazione è richiesta da Mosca.

Al di là di un apriori sfavorevole per tale soluzione, visto che è proposta da Mosca, è necessario riflettervi seriamente: federazione non ha mai voluto dire indipendenza di una regione rispetto alle altre.

Chiese divise e concorrenti

Date le frequenti vicinanze delle Chiese ortodosse con i poteri politici, risulta necessario uno sguardo sulla situazione religiosa. I cristiani sono divisi in varie Chiese. Tra gli ortodossi, un primo gruppo è costituito da quelli che dipendono da Mosca. Sono numerosi nelle due parti del Paese, e questo ha spinto il Patriarca di Mosca a non prendere posizione durante il conflitto. Il secondo gruppo è costitui­to da una Chiesa ucraina ortodossa diretta dal patriarca Filarete a Kiev. Il terzo gruppo, meno numeroso, è un’altra Chiesa ortodossa autocefala. Da parte cattolica, i greco-cattolici sono 5 milioni, guidati dall’arcivescovo maggiore Shevchuk, e i latini un milione.

Le varie confessioni cristiane e le altre religioni del Paese fanno parte di un’associazione, guidata da una di esse con una presidenza a turno. L’insieme si è impegnato a favore della pace, per una unità nazionale[21], il che non ha impedito numerose rivalità, competizioni e critiche reciproche, soprattutto fra ortodossi pro-Mosca e greco cattolici.

Il fatto che Petro Poroshenko appartenga alla Chiesa ortodossa che dipende dal Patriarcato di Mosca è una realtà abbastanza positiva, perché sarà più facilmente accettato dal Patriarcato di Mosca, e quindi sarà visto positivamente dal Cremlino nel lavoro di ricostruzione di un’unità nazionale. Il peso politico delle religioni è tuttavia debole a causa dell’estrema divisione della scena religiosa ucraina.

Conclusione

Dopo le tensioni estreme dei mesi di marzo e di aprile, in cui si vedeva profilarsi lo scenario peggiore, l’eventualità di un contagio della guerra sembra regredire. Le elezioni del presidente Poroshenko, che in aprile sembravano impossibili, si sono svolte dappertutto, tranne che in qualche città dell’est. L’eletto è stato ricevuto in pompa magna in Francia il 6 giugno per l’anniversario dello sbarco in Normandia. Ha potuto incontrare i leader del mondo intero, compreso Putin. È stato incoronato Presidente di fronte all’ambasciatore russo, inviato da Mosca. Ha comunicato direttamente con il Presidente russo per telefono, per prendere in considerazione un cessate il fuoco nell’est del Paese. Tutto ciò, a questo punto, suona come una stabilizzazione.

Tanto però rimane ancora da fare per il futuro: soprattutto si deve redigere una nuova Costituzione che possa essere accettata da tutti. Il Paese deve in particolare rinnovare le sue pratiche politiche, eliminare la corruzione e il crimine organizzato che incancreniscono la giustizia, la polizia e la politica. L’oligarchia deve essere sottoposta al controllo della legge[22]. È un lavoro immenso, ma assolutamente necessario. Rimane anche il problema dell’epurazione: bisogna vietare qualsiasi posto ufficiale a chi si è compromesso con i precedenti regimi russofilo o comunista? Fino a che punto processare i funzionari del passato?

La cosa più difficile sarà forse creare le condizioni di un vero dibattito democratico tra attori che non ne hanno l’abitudine, o che si sono espressi per strada nelle manifestazioni. Che cosa fare degli ex-militanti di Piazza Maïdan? Come integrare i pro–russi nel dibattito nazionale? Il Parlamento è pronto a svolgere il suo ruolo con responsabilità? Gli oligarchi rispetteranno le regole di una vera costruzione democratica?

Si tratta soprattutto di ricostruire il rispetto reciproco tra Paesi che si sono umiliati a vicenda, così come tra attori ucraini che si sono fatti la guerra. I metodi usati sono stati discutibili, anche se li si è rivestiti di legalità. Soltanto il rispetto reciproco potrà garantire la pace.

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Riproduzione riservata

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[1].      Cfr l’articolo molto illuminante su mille anni di storia in Ucraina di J. Gautheret, «Des princes de Kiev à l’indépendence, mille ans d’identité ukrainienne», in Le Monde, 26 febbraio 2014.

[2].      Cfr S. P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Milano, Garzanti, 2001, 239-242.

[3].      Cfr le opere di Christian Ingrao, Cnrs, specialista sul nazismo.

[4].      Più di 600.000 kmq.

[5].      La popolazione era di 51 milioni nel 1991. La Crimea conta 2 milioni di abitanti.

[6].      Si legga la storia di Pavlo Lazarenko, magnate di industria, governatore, ministro, Primo ministro, accusato di corruzione, condannato a 9 anni di carcere negli Stati Uniti nel 2006 per riciclaggio di denaro. Cfr «Gli oligarchi alla fiera dell’Est», in Limes, 4 aprile 2014, 56-58.

[7].      Gli americani hanno annunciato di possedere la prova dell’implicazione di truppe russe.

[8].      La visita di Joe Biden, vice–presidente degli Stati Uniti, il 22 aprile, sancisce l’appoggio di Washington.

[9] .     In Crimea vivono due milioni di abitanti, con un tasso di natalità molto basso. La regione perde ogni anno lo 0,3% della sua popolazione.

[10].    Qui sostano 340 navi russe e tutta la flotta ucraina.

[11].    Questo però non è più vero per la giovane generazione nata dopo il 1991.

[12].    Intervista di Hélène Carrère d’Encausse sul Corriere della Sera, 28 aprile 2014.

[13].    Cfr l’articolo dettagliato di G. Du Bois, «Union et désunions autour de l’Ukraine», in Nouvelle Europe, 15 aprile 2014.

[14].    Due navi da guerra tipo Mistral sono state acquistate dalla Russia al prezzo di un miliardo di euro l’una. La Francia non vuole annullarne la vendita per ragioni economiche e sociali.

[15].    Dieci volte quanto era all’inizio degli anni 2000.

[16].    Un’interruzione prolungata in giugno avrebbe degli effetti durante l’inverno successivo.

[17].    L’ex-cancelliere Gerhard Schröder è stato a lungo funzionario di Gazprom.

[18].    Dall’aprile 2014 questa guerra all’Est ha causato 360 morti.

[19].    Il 19 giugno 2014.

[20].    Il piano propone elezioni legislative, disarmo, decentralizzazione del potere, un corridoio per permettere ai mercenari russi di lasciare il Paese, un’amnistia per i combattenti e la protezione della lingua russa mediante emendamenti alla Costituzione. Tuttavia, non propone una riscrittura della Costituzione, né un disarmo unilaterale.

[21].    Cfr S. Merlo, «Unità, indipendenza, dialogo: l’appello delle chiese ucraine», in Limes, 4 aprile 2014, 131-140.

[22].    Cfr F. Scaglione, «Gli oligarchi alla fiera dell’Est», in Limes, 4 aprile 2014, 53-64.

 

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