Prima che, a partire dal IV secolo, le controversie sui misteri della Trinità e dell’incarnazione impegnassero i pastori in dibattiti dottrinali sempre più specifici, verso la fine del II secolo troviamo in Ireneo[1] un teologo che sa mettere in luce la coerenza complessiva della fede «cattolica», cioè, nel senso letterale, della fede considerata «secondo» (κατά) il «tutto» (ὅλον). Senza questo fondamento «generale» (καθολικός), la teologia, nelle sue varie dimensioni, non costituirebbe un corpus unitario di dottrine, ma una pila di fascicoli privi di legami organici[2]. Tale fondamento è esplicitato da Ireneo mediante immagini suggestive, come quella della «sinfonia», che fonde in unità le note apparentemente discordanti dei vari strumenti[3], o del mosaico, che compone le tessere variamente colorate nell’immagine dell’unico Re[4].
Il ritratto del discepolo veramente spirituale
Questa mentalità olistica è, secondo Ireneo, propria del «discepolo veramente “spirituale”», non nel senso di uno che si occupa solo dello spirito trascurando il resto, ma di uno che «ha ricevuto lo Spirito di Dio», e perciò, come dice Paolo, «giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno» (1 Cor 2,15). Egli infatti non dissocia i vari contenuti della fede, ma li tiene insieme in unità, in modo che «il corpo della verità rimanga intatto, armonioso quanto al collegamento delle membra e senza sconnessioni» (AH II, 27,1). A questa mentalità olistica si contrappone quella divisiva, tipica di chi non partecipa dello Spirito di Dio. Ireneo parte dall’esaminare le numerose forme di «dissociazione» che portano all’errore.
La prima è di chi separa la creazione dal Creatore, finendo per adorare la creatura al posto del Creatore (cfr AH IV, 33,1). La seconda è di coloro che non accettano le due venute di Cristo: la prima, quella umile, perché si è compiuta nel disonore della croce; la seconda, quella gloriosa, perché sarà accompagnata dal giudizio (ivi). La terza dissociazione è di chi pone una distanza infinita tra il Dio Creatore e il Dio Padre buono, come se fossero due dèi (cfr AH IV, 33,2). La quarta è di coloro che a parole professano un solo Signore Gesù Cristo, ma poi dicono che una cosa è il Verbo, un’altra il Cristo e un’altra il Salvatore (cfr AH IV, 33,3). La quinta è di quelli che considerano Gesù Cristo un uomo ordinario, e non il «Dio con noi» (AH IV, 33,4). La sesta è di coloro che ritengono la venuta di Cristo
Contenuto riservato agli abbonati
Vuoi continuare a leggere questo contenuto?
Clicca quioppure
Acquista il quaderno cartaceoAbbonati
Per leggere questo contenuto devi essere abbonato a La Civiltà Cattolica. Scegli subito tra i nostri abbonamenti quello che fa al caso tuo.
Scegli l'abbonamento