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SAN GREGORIO DI NAREK, DOTTORE DELLA CHIESA

Quaderno 3972

pag. 588

Anno 2015

Volume IV

26 Dicembre 2015

Papa Bergoglio, il 12 aprile scorso, con la Lettera apostolica Vidimus stellam ha proclamato san Gregorio di Narek dottore della Chiesa universale. Lo stesso giorno, al termine della solenne concelebrazione nella Basilica Vaticana, il Santo Padre ha consegnato ai patriarchi armeni un messaggio nel quale definisce san Gregorio «formidabile interprete dell’animo umano che ha saputo dar voce al grido, che diventa preghiera, di un’umanità dolente e peccatrice, oppressa dall’angoscia della propria impotenza ma illuminata dallo splendore dell’amore di Dio e aperta alla speranza del suo intervento salvifico, capace di trasformare ogni cosa»[1].

Poiché san Gregorio è un autore ben noto agli specialisti di letteratura armena e di teologia orientale ma sconosciuto alla maggior parte dei cattolici italiani, ci pare opportuno delineare per sommi capi la dottrina di colui che il Papa, nella citata Lettera apostolica, ha definito «teologo, mistico e poeta insigne per la sapienza evangelica e per la dottrina teologica».

La vita

Secondo la tradizione, Gregorio nacque intorno all’anno 950 nella regione di Andzevatsik e morì intorno all’anno 1005 a Narek. L’anno precedente, aiutato da suo fratello, monaco anche lui, aveva completato la sua opera principale: Il libro della lamentazione[2].

Suo padre Khosrov Andzevatsi era scrittore e, dopo la morte della moglie, fu insignito del ministero episcopale, nel quale visse degnamente. Gregorio trascorse l’adolescenza nella sua famiglia, che teneva in grande onore lo studio delle lettere. Ebbe due fratelli, Giovanni e Sahak, il più giovane, e come maestro Anania Narekatsi, cugino di sua madre e abate del monastero di Narek. Gregorio entrò in età giovanile in questo monastero, che era stato fondato nel secolo X sulla riva orientale del lago di Van (nell’attuale Turchia) ed era una celebre scuola di Sacra Scrittura e di patrologia. Infatti, dopo l’indipendenza dagli Arabi nel secolo IX, si era avviato per il popolo armeno un breve ma fecondo periodo di rinascita caratterizzato sia dalla riorganizzazione interna, da un ritrovato benessere e dai fasti dell’architettura nella storica capitale Ani, sia dai vertici culturali e spirituali mai più successivamente raggiunti; e in ciò ebbero una gran parte i numerosi cenobi come quello di Narek.

Nel suo monastero Gregorio, che fu anche sacerdote, visse tutta la vita, che non presenta tratti particolarmente rilevanti se non quelli di un’alta esperienza mistica e teologica, che gli crearono, lui ancora vivente, la fama di santo e di maestro nella disputa contro la setta eretica dei Thondrakiani. Fu sepolto a Narek, presso la chiesa di santa Sandukht, e la sua tomba fu subito meta di pellegrinaggi dei fedeli che lo veneravano come santo. Il popolo armeno conservò questa memoria di lui anche dopo la devastazione, nel 1571, del territorio nel quale il santo era vissuto. Negli anni 1915-16, nei quali si consumò il massacro del popolo armeno, il monastero e il sepolcro del santo monaco furono distrutti.

Gregorio ebbe la facoltà di scandagliare profondamente l’animo umano che fu l’oggetto della sua teologia poetica. Principale fonte d’ispirazione fu la sua stupefacente conoscenza della Scrittura che, tramite continui rimandi e intrecci, costituisce il sostrato della sua esigua produzione letteraria. Oltre che della Scrittura, Gregorio si nutrì degli scritti dei Padri della Chiesa, attraverso i quali giunse a lui la tradizione della fede cristiana, che rivisse con i più vari registri che gli erano forniti dalla sua capacità creativa e dal suo talento poetico[3].

Il lettore moderno resta impressionato dalla coscienza, così viva in Gregorio, del peccato che ha ferito l’uomo e della distanza tra il Creatore e la creatura. Finora poco ascoltata, almeno in Occidente, la voce di Gregorio, per la sua bellezza e profondità, può far risuonare con accenti nuovi nella teologia della Chiesa il rapporto teologico-esistenziale con Cristo in cui si trova l’uomo creato, caduto e redento.

«Il libro della lamentazione»

Concentriamo l’attenzione sul libro al quale è legata la fama di Gregorio, Il libro della lamentazione, che riassume la spiritualità armena ed è il monumento di quella letteratura. Gli armeni lo studiano, lo imparano a memoria, hanno inserito alcune sue parti nella liturgia, gli riconoscono un carisma profetico rispetto alle loro vicende spesso tragiche e, addirittura, un potere taumaturgico. È un testo che sfugge a una facile comprensione nel ritmo travolgente dei suoi versi, per la molteplicità dei significati sottesi, per l’espressione ardita e affascinante dell’antica lingua armena[4].

Noi, che ci proponiamo di offrire una prima informazione al lettore e siamo condizionati dallo spazio concesso a un articolo, non riporteremo i versi di Gregorio, paghi di segnalarne la dottrina e di esortare il lettore a prendere per suo conto visione diretta del testo poetico.

Il Matean (il libro) è formato di 95 ban, ossia di altrettante «parole» di diversa lunghezza: parole di supplica, di consigli di penitenza, di autoaccuse, di confessioni dei peccati, «unguenti forti per le piaghe inguaribili, farmaci efficaci per i mali non apparenti»[5]. Un «cantico di lacrime»[6], che esprime la viltà umana e confessa la gloria divina che si manifesta nella misericordia rinnovatrice.

Gregorio si serve di un genere letterario, penthos o katanyxis, ben noto all’antichità cristiana orientale, dai Padri egiziani del deserto a Origene, da Efrem a Giacomo di Sarug a Evagrio Pontico, fino a Simeone il Nuovo Teologo. È l’espressione accorata dell’uomo redento che lamenta il proprio tradimento nei confronti della salvezza gratuitamente ricevuta e colpevolmente perduta, e desideroso di essere nuovamente perdonato e purificato[7]. La ripetizione del mełay (ho peccato), è la porta della rinnovata salvezza, la «sorella del battesimo»[8]. La confessione personale di Gregorio è la confessione di tutta l’umanità, comunanza nel peccato e nel bisogno di implorare salvezza. Educato dai Salmi, Gregorio si è fatto voce e partecipe dell’umanità peccatrice, della sua vergogna, della sua lode e della sua speranza.

Se il peccato è il motivo dei gemiti e delle lacrime, e la coscienza del suo dominio nella storia degli uomini tinge di pessimismo le pagine di Gregorio, nel Matean non è assente la celebrazione della misericordia come l’attributo più glorioso di Dio, che è «tenerezza»[9]. Dinanzi alle tenebre e alla miseria creaturale, la misericordia manifesta l’amore di Dio come pura grazia. Questo taglio esistenziale, che pure è centrale in Gregorio, si salda con il dialogo che dal profondo dell’umanità sale verso la Parola increata, che dalla creatura peccatrice e redenta entra in relazione con la Parola del Padre.

Creazione e ri-creazione

La prospettiva di Gregorio è completamente cristologica, e quindi in essa è ben visibile la continuità tra l’opera della creazione e quella della riparazione, accomunate dall’unità dell’azione della seconda Persona divina riguardo all’uomo[10]. Colui che era stato reso splendente dal soffio creatore, dopo essere divenuto mortale, è stato ricoperto dal lume di gloria del Figlio. Se le tematiche ecclesiologiche e sacramentali sono in Gregorio eloquenti (il peccatore è trapiantato nella Chiesa mediante il Battesimo e l’Eucaristia, ed entra in familiarità con le realtà celesti), il percorso salvifico culmina con la figliolanza adottiva, quando il Dio fatto uomo rende il Padre suo padre dell’uomo.

Va segnalato, in Gregorio, l’attributo di creatore riservato a Cristo, le cui mani, che tutto avevano creato, si sono distese sulla croce per convincere l’uomo ad aderire alla volontà salvifica. Indubbiamente la superiorità della redenzione sulla creazione è affermata per l’attrazione degli eventi pasquali, in base ai quali, cioè in chiave cristologica, Gregorio legge la protologia. Con quegli eventi Cristo ha salvato coloro che egli stesso aveva creato, originando la nuova umanità. Ed è comprensibile che la creatura, che con la sua confessione sale verso Dio, abbia il suo interlocutore nel Salvatore, e a lui, incarnato e crocifisso, chieda misericordia e perdono.

Il Salvatore è dipinto come un creatore permanente, che dà la vita all’ordine creato, mantenendone l’armonia[11]. Il tema di Cristo creatore si unisce spesso a quello della luce, il simbolo prediletto da Gregorio per sintetizzare in Cristo la protologia, la rivelazione e la soteriologia. Da Cristo luce, perfetto rivelatore del Padre e illuminatore dell’uomo, discende la teologia dell’immagine. Essendo Cristo l’immagine del Padre, egli è la luce che si riflette nell’uomo nel quale lo Spirito ha restaurato l’immagine divina dopo il peccato. Si può qui osservare che la teologia dell’immagine veicola con naturalezza la dottrina dell’inabitazione della Trinità nella creatura umana.

L’uomo è chiamato a conformarsi pienamente all’immagine di Cristo. In mezzo alle fluttuazioni della vita, deve rimanere scolpito dall’immagine del Salvatore, re-impresso in profondità dall’effigie di Cristo. Qui Gregorio insegna la costituzione essenzialmente cristica dell’essere umano e la comunicabilità della Persona divino-umana nella sua creatura. Così prega il ban dedicato al sacro myron, il crisma solennemente venerato dalla Chiesa armena, che, benedetto dallo Spirito, imprime l’immagine di Cristo mediante i Sacramenti e crea la conformazione a lui.

Il peccato stravolge l’immagine divina al punto che l’uomo non comprende più la propria identità, ma, quando la lacerazione e l’angoscia che così si è procurato sfocia nella supplica al «Misericordioso»[12], questi manifesta la sua grandezza più nel mantenere l’immagine sua nell’uomo purificato che nel convertire un pagano. E poiché la restaurazione dell’immagine divina nella creatura avviene con i Sacramenti, ecco che la Chiesa perpetua il più grande tra i miracoli della storia.

Cristo medico dell’uomo

La malattia che pervade l’uomo è il peccato inteso come allontanamento da Cristo[13] e cedimento a quei vizi che sono stati sconfitti sulla Croce[14]. La protervia umana delle origini, il tentativo di ascendere accanto a Dio, ha compromesso l’elevazione alla quale l’uomo era destinato e, se non vi fosse il Vivificatore, cuore, intelligenza, corpo, memoria, ogni facoltà sarebbero devastati dalla forza indomita e insormontabile del peccato[15]. Alcuni passaggi che sembrerebbero evidenziare in Gregorio un pessimismo quasi assoluto hanno il fine di far comprendere nel modo più drammaticamente reale e accorato che l’uomo, distolto da Dio, smarrisce del tutto se stesso[16].

Drammatica è altresì la descrizione della situazione di chi ha peccato dopo aver ricevuto nei Sacramenti l’azione salvifica della grazia. Sembra che l’opera di Dio sia vana nel peccatore, perché questi ricade continuamente e fatalmente; e Gregorio è atterrito al pensiero del giudizio divino. Il rimorso per le cadute e le battaglie interiori per non cadere fanno sì che l’uomo si dibatta tra la disperazione del peccato, l’ansia del dubbio e la speranza legata a una nuova effusione di misericordia[17]. Il pessimismo, che nasce dalla coscienza acuta del peccato, si stempera nella contemplazione della grandezza divina, che risiede specialmente nella misericordia e trascende infinitamente la reale gravità del peccato: «Mi resta questo solo raggio di speranza: la memoria della redenzione»[18].

Questa redenzione, che ha attraversato il male del mondo, è stata resa possibile da quel riversarsi di Dio nelle piaghe dell’umanità, trovando il suo culmine nell’immolazione sostitutiva del Figlio: il Sacrificio (patarag), continuamente offerto nella liturgia eucaristica[19]. Questo aspetto soteriologico ascendente (l’offerta del Figlio al Padre per i suoi fratelli), prevalente nella tradizione armena e sempre delineato in armonia con l’aspetto discendente (la divinizzazione operata dal Figlio incarnato), offre all’uomo redento la possibilità di offrire e soffrire con e per Dio, prolungando l’opera di espiazione e di guarigione dei peccati del mondo.

L’attenzione di Gregorio non si sofferma su un qualche meccanismo salvifico, ma sulla Persona divino-umana di Cristo, che è la salvezza onnicomprensiva dell’uomo. In particolare, le sofferenze subite dal Salvatore nella sua passione sono il vero antidoto che può liberare l’uomo dai vizi più reconditi. Pertanto, soltanto l’unione con il Signore risorto purifica l’uomo; e, sebbene la risposta umana alla misericordia coesista con il male, la certezza della potenza salvifica di Cristo rimane speranza sicura[20].

Se in Gregorio la distanza tra Dio e l’uomo è sempre vertiginosamente drammatica e il divario tra l’ingratitudine del peccatore per i doni di grazia ricevuti è tanto abissale da sembrare più ampio di quello che sussiste tra l’uomo creato e il suo destino di gloria, la liberazione dell’essere umano dal male, onerosamente operata da Cristo per pura misericordia, è allora tanto concreta quanto mirabile, ed è l’unico fine dello sforzo dell’uomo, della teologia e della stessa vita.

La Parola che salva

Nella storia e nella cultura armena, che formano un tutt’uno con la fede cristiana, un’importanza seconda soltanto alla croce è riservata all’alfabeto, origine della parola, il quale, spesso raffigurato in caratteri d’oro sormontati dalla colomba dello Spirito Santo, è considerato ciò che ha permesso al Signore di rivelarsi: e quella rivelazione fu tradotta in lingua armena da un santo monaco, Mesrop-Maštoc‘ [21]. Per i più antichi storici armeni la Parola di Dio, codificata, letta, scritta e proclamata, ha consentito al popolo di diventare civiltà. Nella storia dell’Armenia, nella quale l’alfabetizzazione è stata sinonimo di evangelizzazione, i monaci sono stati i maestri dell’una e dell’altra, e un altro monaco, san Gregorio di Narek, ha utilizzato la parola per la causa somma della conversione del cuore, della penitenza volta a ottenere la salvezza per se stesso, per il popolo, per chi si pente e prega[22].

È del tutto evidente che Gregorio riecheggia la Scrittura. La parola, uno dei doni che più nobilitano la creatura, è stata anch’essa compromessa dal primo peccato e la libertà di esprimersi è divenuta presunzione di proferire. Ma è stata guarita dalla potenza della Parola. E la Chiesa, da sempre, si dedica al ministero della Parola e implora che la Parola continui a imprimersi in modo indelebile negli uomini e sia la loro salvezza dal peccato[23]. Il sentirsi solidale con tutti i figli del primo Adamo, l’essere solidale e compartecipe con il Figlio di Dio, di quella solidarietà scaturita sia dal legame creaturale esaltato dalla teologia dell’immagine, sia dal vincolo battesimale che crea la discendenza del nuovo Adamo, conduce Gregorio a identificarsi con tutti gli uomini e a intercedere per tutti. Così diventano sue le parole dei personaggi del Vangelo che hanno bisogno di guarigione e di liberazione, e quelle  dei Salmi[24]. Così la preghiera del santo monaco si fa interceditrice per tutti presso la Madre di Dio, gli Angeli e i santi, perché egli si è fatto, e si sente, «debitore di ogni colpa»[25].

Avendo desiderato che la sua parola risulti strumento di salvezza per tutti, Gregorio l’ha valorizzata e spinta al più alto rango stilistico, come continuazione e veicolo di quella storia salvifica che perdura nei secoli, riflesso della Parola dell’Amore crocifisso[26]. Così la visione dell’uomo, oppresso dalla colpa e dalla lotta che non conosce tregua, si àncora alla Parola viva, si innesta in Colui che ha partecipato alla crea­tura la propria natura divina, conducendola, per pura misericordia, al suo fine ultimo e unico, al Padre mediante lo Spirito, e quindi alla Trinità.

Gregorio ha percorso un cammino nell’alveo della soteriologia, tra creazione e ri-creazione, tra le cadute dell’uomo e la guarigione che soltanto Cristo sa offrire e realizzare, fino alla consumazione eterna in lui. Lo svolgimento esistenziale e drammatico del rapporto tra la creatura e la Parola creatrice è certamente l’eredità peculiare che Gregorio di Narek ci consegna, insieme alla pregnanza dell’azione che Cristo, luce creatrice – immagine – parola, esercita sull’uomo, formandolo, riformandolo, imprimendovisi con una comunicazione personale così concreta da richiedere una risposta libera e vitale da parte di colui che soltanto nel Figlio può comprendere se stesso.

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[1].      Cfr Oss. Rom., 13-14 aprile 2015, 4 s.

[2].     Di questa opera, la maggiore di Gregorio, esiste una versione italiana incompleta. Cfr B. L. Zekiyan, La spiritualità armena. Il libro della lamentazione di Gregorio di Narek, Roma, Studium, 1999, 155-325; C. Gugerotti, «Narek emblema del popolo armeno», in Studium 2001, n. 4, 555-561.

[3].     Cfr B. L. Zekiyan, La spiritualità armena…, cit., 25-66.

[4].     Cfr ivi, 19; 67-102.

[5].     Ivi, 156.

[6].     Ivi, 289.

[7]  .   Cfr T. Špidlík, La spiritualità dell’Oriente cristiano. Manuale sistematico, Milano, San Paolo, 1995, 175 s; I. Hausherr, Penthos. La doctrine de la componction dans l’Orient Chrétien, Roma, Pont. Ist. Orientale, 1944; C. Gugerotti, «Peccato del mondo, compunzione, redenzione», in J.-P. Mahé – B. L. Zekiyan (eds), Saint Grégoire de Narek théologien et mystique, ivi, 2006, 255-278.

[8]  .   B. L. Zekiyan, La spiritualità armena…, cit., 279.

[9]  .   Ivi, 171.

[10].    Cfr ivi, 178 s.

[11].    Cfr ivi, 230 s.

[12].    Ivi, 245.

[13].    Cfr ivi, 242.

[14].    Cfr ivi, 249.

[15].    Cfr ivi, 243; 232 s; 257; 235; 262; 219.

[16].    Cfr ivi, 219; 253 s.

[17].    Cfr ivi, 158; 206; 195; 287; 201.

[18].    Ivi, 320.

[19].    Cfr ivi, 215.

[20].    Cfr ivi, 182.

[21].    Cfr C. Gugerotti, «L’invenzione dell’alfabeto in Armenia. Teologia della storia nella Vita di Maštoc‘ di Koriwn», in C. Moreschini – G. Menestrina, La traduzione dei testi religiosi, Brescia, Morcelliana, 1994, 101-126.

[22].    Cfr B. L. Zekiyan, La spiritualità armena…, cit., 255; 233-235.

[23].    Cfr ivi, 227; 222.

[24].    Cfr D. Barsotti, «Solidarietà nel peccato e universale salvezza in San Gregorio di Narek», in Nella comunione dei Santi, Milano, Vita e Pensiero, 1970, 137-160.

[25].    B. L. Zekiyan, La spiritualità armena…, cit., 264.

[26].    Cfr ivi, 283.

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