Papa Bergoglio, il 12 aprile scorso, con la Lettera apostolica Vidimus stellam ha proclamato san Gregorio di Narek dottore della Chiesa universale. Lo stesso giorno, al termine della solenne concelebrazione nella Basilica Vaticana, il Santo Padre ha consegnato ai patriarchi armeni un messaggio nel quale definisce san Gregorio «formidabile interprete dell’animo umano che ha saputo dar voce al grido, che diventa preghiera, di un’umanità dolente e peccatrice, oppressa dall’angoscia della propria impotenza ma illuminata dallo splendore dell’amore di Dio e aperta alla speranza del suo intervento salvifico, capace di trasformare ogni cosa»[1].
Poiché san Gregorio è un autore ben noto agli specialisti di letteratura armena e di teologia orientale ma sconosciuto alla maggior parte dei cattolici italiani, ci pare opportuno delineare per sommi capi la dottrina di colui che il Papa, nella citata Lettera apostolica, ha definito «teologo, mistico e poeta insigne per la sapienza evangelica e per la dottrina teologica».
La vita
Secondo la tradizione, Gregorio nacque intorno all’anno 950 nella regione di Andzevatsik e morì intorno all’anno 1005 a Narek. L’anno precedente, aiutato da suo fratello, monaco anche lui, aveva completato la sua opera principale: Il libro della lamentazione[2].
Suo padre Khosrov Andzevatsi era scrittore e, dopo la morte della moglie, fu insignito del ministero episcopale, nel quale visse degnamente. Gregorio trascorse l’adolescenza nella sua famiglia, che teneva in grande onore lo studio delle lettere. Ebbe due fratelli, Giovanni e Sahak, il più giovane, e come maestro Anania Narekatsi, cugino di sua madre e abate del monastero di Narek. Gregorio entrò in età giovanile in questo monastero, che era stato fondato nel secolo X sulla riva orientale del lago di Van (nell’attuale Turchia) ed era una celebre scuola di Sacra Scrittura e di patrologia. Infatti, dopo l’indipendenza dagli Arabi nel secolo IX, si era avviato per il popolo armeno un breve ma fecondo periodo di rinascita caratterizzato sia dalla riorganizzazione interna, da un ritrovato benessere e dai fasti dell’architettura nella storica capitale Ani, sia dai vertici culturali e spirituali mai più successivamente raggiunti; e in ciò ebbero una gran parte i numerosi cenobi come quello di Narek.
Nel suo monastero Gregorio, che fu anche sacerdote, visse tutta la vita, che non presenta tratti particolarmente rilevanti se non quelli di un’alta esperienza mistica e teologica, che gli crearono, lui ancora vivente, la fama di santo e di maestro nella disputa contro la setta eretica dei Thondrakiani. Fu sepolto a Narek,
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