E la credenza va. Sempre. Come se l’esperienza che origina quella credenza avvertisse l’urgenza di sfuggire al corpo limitato di chi l’ha sperimentata, e la sua sola strategia fosse quella di tramutarsi in simbolo. È lì che, circolando nella società, va la credenza.
Di solito si dimentica che dietro ogni simbolo in circolazione c’è un’esperienza che si può «simbolizzare» e che cerca di ricreare se stessa mettendo in circolazione la forma simbolica che la rappresenta. Diciamo che la costruzione, il consumo, la ricostruzione e il rimettere in circolazione una forma simbolica sono un tentativo collettivo di far risorgere un’esperienza che è già passata.
Questa idea della rappresentazione come tentativo di rendere di nuovo presente una realtà assente si collega per analogia con due delle nozioni cristiane più radicali: l’incarnazione e la risurrezione. Queste a loro volta presuppongono il corpo come possibilità di presenza reale e di azione nel mondo. In questa prospettiva antropologica, immagine, simbolo e logos sono realtà rappresentative e, quindi, riattualizzanti, cioè capaci di agire nella dinamica del mondo.
Se si ammette quanto ora si è detto, il fenomeno «teologia e comunicazione», o della «credenza e sua circolazione sociale», va oltre il limitato campo dell’elaborazione dei messaggi e si apre al riconoscimento di «campi» nei quali non soltanto i messaggi o forme simboliche transitano e vengono scambiati, ma anche – e questa è la cosa più interessante – se ne costruiscono i sensi.
Da sempre, la cinematografia fantastica e la fantascienza[1] sono uno degli elementi più provocatori di letture teologiche o trascendentali. Molti film di questo genere[2] sono perfino riusciti a introdurre nel discorso sociale discussioni teologiche e filosofiche che in qualche modo erano rimaste riservate all’accademia o gli ambienti ecclesiali. Nel caso specifico delle analisi di narrazioni di fantascienza lette nella prospettiva della credenza, segnaliamo almeno tre idee o presupposti comuni.
1) Una teoria dell’intelligenza costruttiva[3], che distingue il momento dell’esperienza della realtà dal momento in cui la si denomina; e, in quest’ultimo momento, distingue il processo della costruzione del senso dell’esperienza vissuta, l’elaborazione della sua forma simbolica e la sua circolazione sociale o comunicazione.
2) Una nozione di «campo»[4], o «universo di significato», come quadro interpretativo in cui si strutturano i significati, e anche come spazio sociale in cui si costruiscono e circolano i significati.
3) Una considerazione narrativa della tecnologia[5], in cui le sue manifestazioni e le sue capacità articolano un discorso
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