POVERTÀ E FRAGILITÀ DEL PIANETA

Quaderno 3961

pag. 35 - 49

Anno 2015

Volume III

11 Luglio 2015
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«L’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta» (LS 16) è il primo dei temi trasversali che risuonano in tutta l’enciclica. Il Papa la descrive così: «una prolungata riflessione, gioiosa e drammatica al tempo stesso» (cfr Preghiere finali). Un modo di leggere l’enciclica è attraversare le tappe di questa relazione intima e riflettere sul suo significato profondo, poiché essa è stata scritta seguendo un pensiero che il Papa è solito definire «circolare». Pensiero circolare significa che «ogni capitolo, sebbene abbia una sua tematica propria e una metodologia specifica, riprende a sua volta, da una nuova prospettiva, questioni importanti affrontate nei capitoli precedenti» (LS 16).

E poiché questo accade soprattutto con alcuni elementi cardine che attraversano l’intero documento, è possibile leggerlo non soltanto in ordine progressivo, ma anche a partire da punti specifici che possono attirare maggiormente l’attenzione personale, sulla scorta dei quali è possibile un collegamento con tutti gli altri punti. I poveri e il Pianeta, uniti da un’intima e comune fragilità: questo è il tema che vogliamo mettere in luce.

L’intima relazione tra i poveri e la fragilità del Pianeta

I poveri danno un volto ai cosiddetti «problemi ecologici». E poiché Cristo ha voluto assumere il volto dei più poveri, l’ecologia acquista anche un volto cristologico. Ne deriva che l’opzione preferenziale per i poveri e la cura per il Pianeta non assumono soltanto un carattere etico-ecologico, bensì si aprono al mistero del Dio Creatore, in modo tale che la nostra relazione con il nostro Padre Creatore (cfr LS 13; 65; 75; 246) e con la nostra madre terra (cfr LS 1; 92; 241) passino per il tramite del prossimo più fragile (cfr LS 78). In questo modo prendono concretezza lo sguardo, il discernimento e le azioni da affrontare, come afferma Papa Francesco: «Non si può parlare di povertà senza avere l’esperienza con i poveri. […] Non si può parlare di povertà, di povertà astratta, quella non esiste! La povertà è la carne di Gesù povero, in quel bambino che ha fame, in quello che è ammalato, in quelle strutture sociali che sono ingiuste. Andare, guardare laggiù la carne di Gesù»[1].

San Francesco d’Assisi è l’ispiratore di questa relazione. Egli è «l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale […], di un’attenzione particolare verso la creazione di Dio e verso i più poveri e abbandonati. […] In lui si riscontra fino a che punto sono inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia per i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore» (LS 10).

E poiché il Papa fa menzione della propria elezione, ci è di aiuto ricordare come la racconta, perché ci permette di vedere come questa enciclica sia nata insieme con il suo pontificato. Quando fu eletto, il cardinale Hummes lo abbracciò e gli disse: «Non dimenticarti dei poveri». Francesco afferma che «quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. È per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? È l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero… Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!»[2].

Il senso dei poveri

L’enciclica applica metodologie specifiche per ciascun tema affrontato (cfr LS 16), ma ha come sfondo costante un ritmo che conduce alla contemplazione, al discernimento e alla proposta di azioni concrete. Questa metodologia spirituale segue una vera logica dell’amore, ed è attiva e operosa in tutti i punti, ma acquista particolare chiarezza ed efficacia quando si tratta dei più poveri. A questo proposito, il n. 158 ci appare particolarmente emblematico: «Nelle condizioni attuali della società mondiale, dove si riscontrano tante inequità e sono sempre più numerose le persone che vengono scartate, private dei limiti umani fondamentali, il principio del bene comune si trasforma immediatamente, come logica e ineludibile conseguenza, in un appello alla solidarietà e in una opzione per i più poveri. Questa opzione richiede di trarre le conseguenze della destinazione comune dei beni della terra, ma, come ho cercato di mostrare nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, esige di contemplare prima di tutto l’immensa dignità del povero alla luce delle più profonde convinzioni di fede. Basta osservare la realtà per comprendere che oggi questa opzione è un’esigenza etica fondamentale per l’effettiva realizzazione del bene comune» (LS 158).

Basta guardare la realtà per stabilire che bisogna passare alla «effettiva realizzazione del bene comune», attraverso un’opzione preferenziale. La logica dell’amore è diretta: fa vedere il ferito e fa passare all’azione, mossi dalla compassione. Ma il richiamo non va soltanto dallo sguardo ai beni comuni e all’inequità con cui essi sono distribuiti: il Papa ci fa considerare le persone, ci fa «contemplare prima di tutto l’immensa dignità del povero alla luce delle più profonde convinzioni di fede», alla luce del Vangelo.

Sono queste «soste contemplative», in cui lo sguardo attento del Papa si sofferma sui più poveri — con rispetto, tenerezza, compassione e decisioni concrete — che vogliamo mettere in rilievo come chiave di lettura dell’enciclica. Sant’Alberto Hurtado, poco prima di morire, in una lettera a un amico diceva che stava scrivendo qualcosa sul «senso del povero», che per lui era l’essenza del cristianesimo[3]. «Il senso del povero» è la capacità di interessarsi al povero, di scoprire nella fede la sua vera identità, vale a dire, che «il povero è Cristo», e vivere di conseguenza. Hurtado parlava dell’avere una «devozione affettuosa per il povero», che implica il rispetto e la cura per la sua dignità[4].

Ricevere dai poveri

Prendendo di mira il paradigma tecnocratico, l’enciclica contrappone l’atteggiamento di «ricevere quello che la realtà naturale da sé permette, come tendendo la mano», all’atteggiamento di «estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso l’imposizione della mano umana» (LS 106).

Lo sguardo proposto da Laudato si’ è uno sguardo che per un istante «frena», per così dire, la spinta all’azione e contempla Cristo nel volto del povero. Prima di andare ad aiutare i più bisognosi — o mentre li si aiuta nelle necessità materiali urgenti —, si riceve da loro quella grazia che ogni povero è in grado di dare. Ne è in grado perché Cristo si è identificato con i poveri: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». È attorno a questo «ricevere dai poveri che aiutiamo» che l’enciclica fa la differenza rispetto ad altri discorsi sull’ecologia che propongono ragioni meritevoli di considerazione, ma non sempre capaci di conquistare la nostra adesione impegnata.

Nel corso dell’incontro con i giovani a Manila, ci fu un momento in cui il Papa mise da parte il discorso scritto (in seguito chiese scusa perché non aveva letto ciò che aveva preparato, ma aggiunse che in compenso «la realtà che mi avete presentato è superiore a tutte le risposte che io avevo preparato») e parlò del «ricevere dai poveri»: «“Una cosa sola ti manca”. Questo è ciò che ci manca: imparare a mendicare da quelli a cui diamo. Questo non è facile da capire: imparare a mendicare. Imparare a ricevere dall’umiltà di quelli che aiutiamo. Imparare ad essere evangelizzati dai poveri. Le persone che aiutiamo, poveri, malati, orfani, hanno molto da darci. Mi faccio mendicante e chiedo anche questo? Oppure sono autosufficiente e so soltanto dare? Voi che vivete dando sempre e credete che non avete bisogno di niente, sapete che siete veramente poveri? Sapete che avete una grande povertà e bisogno di ricevere? Ti lasci aiutare dai poveri, dai malati e da quelli che aiuti? Questo è ciò che aiuta a maturare i giovani impegnati come Rikki[5] nel lavoro di dare agli altri: imparare a tendere la mano a partire dalla propria miseria»[6].

A un simile imparare a ricevere mira lo sguardo contemplativo che si concentra sui poveri. Essi hanno la chiave di ciò che realmente siamo: poveri, anche se spesso «dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7)» (LS 2). La consapevolezza di essere creature, sebbene «superiori» in dignità rispetto a quelle che non sono spirituali, ci fa radicalmente uguali nel fatto di essere poveri, nel non avere il potere di darci l’esistenza. È questa creaturalità che ci fa sentire «intimamente uniti a tutto ciò che esiste», in modo che «la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea» (LS 11). Questa povertà ontologica e teologale è l’unica in grado di far sì che, sperimentando profondamente la realtà come dono gratuito, non la trasformiamo in oggetto di uso e dominio (cfr ivi).

«Quando non si riconosce nella realtà stessa l’importanza di un povero, di un embrione umano, di una persona con disabilità — per fare solo alcuni esempi —, difficilmente si sapranno ascoltare le grida della natura stessa. Tutto è connesso. Se l’essere umano si dichiara autonomo dalla realtà e si costituisce dominatore assoluto, la stessa base della sua esistenza si sgretola, perché “invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura”[7]» (LS 117).

Questa contemplazione della dignità del povero ha come primo protagonista nientemeno che il Padre: «O Dio dei poveri, aiutaci a riscattare gli abbandonati e i dimenticati di questa terra che tanto valgono ai tuoi occhi» (Preghiera interreligiosa).

I poveri del mondo gridano al Signore

Lode e clamore. Come nei Salmi, la lode e l’invocazione di intercessione sono i due sentimenti che scandiscono l’enciclica Laudato si’ di Francesco. «Niente di questo mondo ci risulta indifferente», dice il Papa, esprimendo il senso più profondo dell’umanità. L’esistenza ci meraviglia o ci terrorizza, ci fa cantare lodi o gemere di dolore e invocare giustizia. Tutto fuorché restare indifferenti alla bellezza della nostra «sorella madre Terra» e al grido dei poveri. Ci sono «situazioni [che] provocano i gemiti di sorella terra, che si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta» (LS 53). «I poveri della terra stanno gridando: Signore…» (Preghiera cristiana finale)[8]. Il desiderio della Laudato si’ è che il gemito e il grido della terra e dei poveri si trasformino in lode. La lode per la creazione è l’inizio di un cambiamento per il bene di tutti.

L’appello del Papa, che fa eco ai suoi predecessori, è ad una «conversione ecologica globale» (LS 5) per «costruire la nostra casa comune». La parola «cambiamento» s’impone fin dall’inizio. L’introduzione ci parla di «mutamento radicale» (LS 4), di «cambiare profondamente gli “stili di vita […], le strutture consolidate di potere”» (LS 5), di «cambiamento dell’essere umano» (LS 9), di cambiamento richiesto dai giovani (cfr LS 13). E questo cambiamento, afferma il Papa, «ha bisogno di motivazioni e di un cammino educativo», che egli vuole «proporre» e non imporre (LS 15).

E siccome il primo cambiamento deve avvenire in quella «struttura» che è il linguaggio, visto che il modo di parlare e il tono modificano il nostro modo di vedere la realtà, è necessaria una «apertura verso categorie che trascendono il linguaggio delle scienze esatte o della biologia e ci collegano con l’essenza dell’umano» (LS 11).

Il linguaggio scelto da Papa Francesco è «il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo» (ivi). Se è vero che «siamo terra, e terra fragile e povera», il linguaggio che unisce fraternità e bellezza è appropriato perché unisce tutte le creature — terra e uomo — in una stessa e comune «povertà e fragilità», che consolida una logica creaturale fondata e motivata dal dono e non dal dominio. Quella di seguire il discorso dell’enciclica là dove ci parla dei più poveri diventa così una chiave di lettura in profondità. Il meglio dell’enciclica si concentra attorno a queste «povertà e austerità» francescane, che non sono «un ascetismo puramente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio» (ivi).

Come dice l’Evangelii gaudium, «l’opzione per i poveri è cristologica»[9]. Questo fa sì che l’opzione per la terra povera sia altrettanto cristologica e che quella per i poveri non sia più meramente «teologica ed etica», ma anche «ecologica». E che l’opzione ecologica non sia più soltanto una questione scientifica e tecnica, ma si consolidi eticamente come questione riguardante tutta l’umanità, e per questo trovi supporto nelle religioni, e in modo particolare nella rivelazione cristiana. La logica del dono unisce realtà e potenzia soluzioni. Il Papa desidera dialogare con tutti coloro che accettano di utilizzare questo linguaggio, ed è particolarmente grato a «quanti lottano con vigore per risolvere le drammatiche conseguenze del degrado ambientale nella vita dei più poveri del mondo» (LS 13).

Una vera prospettiva ecologica si trasforma sempre in sociale

Il primo capitolo, intitolato narrativamente «Quello che sta accadendo alla nostra casa», assume il peso dell’usura delle «riflessioni filosofiche e teologiche [che] possono suonare come un messaggio ripetitivo e vuoto», dice il Papa, se non si confrontano «con il contesto attuale, in ciò che ha di inedito per la storia dell’umanità» (LS 17). Qual è l’aspetto inedito? L’enciclica lo propone nei termini di una sfida: «la sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare» (LS 13). La chiave sta nel fatto che siamo consapevoli di poter cambiare, ma corriamo il rischio che «oggi l’umanità non avverta la serietà delle sfide che le si presentano» (LS 105). La rilevata difficoltà ad affrontare questa sfida ha a che fare con un deterioramento etico e culturale che accompagna il deterioramento ecologico (cfr LS 162). È senza precedenti anche la possibilità di correggere la rotta e di avviare un processo «di educazione e di spiritualità ecologica» che tenga conto del sociale (cfr cap. V).

La contemplazione della realtà, alla luce delle scienze, con uno sguardo più fenomenologico (cap. I), ci mette davanti a un fatto innegabile e ineludibile: il degrado dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del Pianeta. «Tanto l’esperienza comune della vita ordinaria quanto la ricerca scientifica dimostrano che gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera[10]» (LS 48).

Quello che sta accadendo alla nostra casa è che si sta riscaldando, e questo comporta, nei più poveri, la necessità di emigrare, con la conseguente esposizione e precarietà che questo fatto genera e con una «grande incertezza sul futuro della loro vita e dei loro figli» (LS 25).

Quello che sta accadendo alla nostra casa è che si sta inquinando, e questo ha effetti «sulla salute, in particolare dei più poveri, e provoca milioni di morti premature» (LS 20).

Quello che sta accadendo alla nostra casa è che c’è una grande «povertà di acqua pubblica», che tocca l’intero continente africano (LS 28); «un problema particolarmente serio è quello della qualità dell’acqua disponibile per i poveri» (LS 29), ed è causa di morte per tantissimi bambini. C’è una grande disparità nella distribuzione degli alimenti: «Sappiamo che si spreca approssimativamente un terzo degli alimenti che si producono e “il cibo che si butta via è come se lo si rubasse dalla mensa del povero”[11]» (LS 50). Inquadrare la situazione in termini di inequità planetaria porta a chiarire che «ci sono responsabilità diversificate e, come hanno detto i Vescovi degli Stati Uniti, è opportuno puntare “specialmente sulle necessità dei poveri, deboli e vulnerabili, in un dibattito spesso dominato dagli interessi più potenti”[12]» (LS 52).

Arriviamo così al nocciolo dell’enciclica: «Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (LS 49).

E, andando ancora oltre, possiamo dire, seguendo lo spirito dell’enciclica, che se la prospettiva ecologico-sociale non si apre al mistero trascendente di Dio creatore, è impossibile che il genere umano s’interessi davvero all’ecologia integrale. Se manca la trascendenza, il Pianeta è un barcone di profughi disperati in cui ognuno combatte per la propria vita, senza curarsi degli altri.

La fragilità del Pianeta

Nel secondo capitolo l’enciclica offre con umiltà, ma con la consapevolezza del valore che possiede, il «Vangelo della creazione». Nel presentarlo, si mostra particolarmente esigente nei confronti dei cristiani e degli altri, mettendosi alla loro altezza, senza alcuna pretesa di essere «padrona della verità». Papa Francesco fa vedere che «se si vuole […] riparare tutto ciò che abbiamo distrutto, allora […] nessuna forma di saggezza può essere trascurata» (LS 63), e mostra con semplicità il plus che ha la visione cristiana, quello di essere «aperta al dialogo con il pensiero filosofico» (ivi), che l’ha portata a produrre sintesi interessanti, come si può vedere nella dottrina sociale della Chiesa. Ricorda, infine, che «è un bene per l’umanità e per il mondo che noi credenti riconosciamo meglio gli impegni ecologici che scaturiscono dalle nostre convinzioni», come «la cura della natura e dei fratelli e sorelle più fragili» (LS 64).

Rafforzare il carattere ecologico della rivelazione comporta che si rafforzi, dall’interno della stessa coscienza dell’uomo attuale, l’obbligo di avere cura dei più vulnerabili senza fare un discorso etico che potrebbe suonare piuttosto «religioso», nel senso di «parziale», come molti temi di morale. A questo riguardo va ascritto un grande merito alla teologia latinoamericana, che ha sottolineato l’importanza dei poveri in tutti i contesti. In questo caso, nell’ambito ecologico.

L’antropologia proposta dall’enciclica demistifica un concetto di natura basato sul mito del progresso assoluto. Ad esso oppone l’immagine di una natura fragile e bisognosa dell’aiuto dell’uomo (cfr LS 78). Questa demistificazione di un concetto neutro di natura che supporta qualsiasi intervento ed è fonte inesauribile di risorse ha il pregio di non essere il prodotto di una fede, bensì di una constatazione empirica visibile dalla scienza e dal buon senso (cfr LS 158: «basta osservare la realtà…»). La constatazione della fragilità del Pianeta (e dell’universo) — così personificato, se si vuole — suscita la compassione e frena l’impulso umano a dominare e a divorare, altrimenti inarrestabile: non si può chiedere alla scienza di non sperimentare, se non si demistifica il potere di sperimentare in quanto «assoluto». Così la saggezza biblica, incentrata sulla bellezza della piccolezza e della fragilità della creazione, è in grado di motivare potentemente nuovi atteggiamenti ecologici e sociali.

«Una sola e complessa crisi socio-ambientale»

I capitoli terzo e quarto pongono in chiave di discernimento i grandi problemi del mondo attuale. Fare discernimento significa affrontare la realtà nei termini di una scelta da compiere, che equivale a identificare i termini in questione in maniera escludente: o questo o quello. Così si presentano, da un lato, un paradigma tecnocratico, consistente in «una tecnica [che] separata dall’etica difficilmente sarà capace di autolimitare il proprio potere» (LS 136), e, dall’altro, non un ulteriore paradigma, ma qualcosa di nuovo da costruire tutti insieme: «una ecologia integrale, che comprenda chiaramente le dimensioni umane e sociali» (LS 137). Per il discernimento è essenziale rendersi conto che «non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura» (LS 139).

La scelta di fondo è tra idee e realtà. E affinché nessuno pronunci, parafrasando Pilato, la nefasta frase: «E che cos’è la realtà?», la realtà della sofferenza dei più poveri è sempre presentata come la pietra di paragone che permette di frapporre una distanza critica dal paradigma corrente e da qualsiasi altro. «Nel frattempo, abbiamo una “sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico, che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante”, mentre non si mettono a punto con sufficiente celerità istituzioni economiche e programmi sociali che permettano ai più poveri di accedere in modo regolare alle risorse di base» (LS 109).

La «celerità», se ricordiamo il primo sguardo sulla realtà (cfr LS 18), è forse il tratto più caratteristico di questo paradigma che si vanta di progredire a un ritmo esponenziale. Proprio qui si vede la sua «menzogna», perché non giunge mai abbastanza presto là dove ai poveri serve un aiuto urgente. Questa è la realtà più reale: quella di chi giace ferito e vulnerabile sul ciglio della strada, al quale dobbiamo «farci prossimi». Il fatto che non si giunga in tempo a questa realtà deve mettere in discussione qualsiasi idea e qualsiasi paradigma.

Che cosa ci aiutano a vedere i poveri? Nei più poveri scorgiamo qualcosa che è insito nella nostra condizione creaturale, vale a dire che non esiste alcun mezzo tecnico in grado di «aggiungere» un istante al tempo della nostra vita. Paradossalmente, questa coscienza di finitezza dà un valore straordinario alla vita nel momento presente, rallentando la corsa verso un miraggio. Il ritmo indefinitamente «accelerato» non è proprio né della natura né dell’uomo, si tratti della dimensione personale e familiare oppure di quella sociale e culturale. Così com’è un mito quello dell’«energia illimitata» del Pianeta, che conduce all’atteggiamento di «sfruttarlo», è a sua volta un mito quello che si possa imprimere all’essere umano e alla società il ritmo di illimitata accelerazione proprio di un tecnologia che presume che il tempo non sia un suo limite. Questo, inoltre, implica il non vedere che «rallentare un determinato ritmo di produzione e di consumo può dare luogo a un’altra modalità di progresso e di sviluppo» (LS 191). Perciò il discernimento mira alle «radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso e il contesto sociale della crescita tecnologica ed economica» (LS 109).

Ecologia, poveri, lavoro

Uno dei passaggi decisivi della visione dell’enciclica riguarda il rapporto ecologia-poveri-lavoro. Dopo aver evidenziato l’intima relazione tra la crisi ecologica e quella sociale, l’enciclica presenta il lavoro come chiave della questione sociale. Il lavoro ne è la chiave dal punto di vista della dignità umana: «Aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per far fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro» (LS 128). E poiché è la chiave della giustizia sociale, esso è la chiave «di quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile» (ivi).

È bello che qui entri in scena l’immagine di san Giuseppe, che il Papa propone accanto alla classica presenza della Madonna alla fine di tutti i documenti magisteriali: «Insieme a lei, nella santa famiglia di Nazaret, risalta la figura di san Giuseppe. Egli ebbe cura e difese Maria e Gesù con il suo lavoro e la sua presenza generosa, e li liberò dalla violenza degli ingiusti portandoli in Egitto. Nel Vangelo appare come un uomo giusto, lavoratore, forte» (LS 243). Attraverso san Giuseppe, in una sola immagine, vengono riuniti la cura dei più fragili, il lavoro e la difesa dalla violenza degli ingiusti. La sua fortezza è colma di tenerezza.

Sulla cultura dei più poveri, dei lavoratori che sostengono il mondo con il lavoro quotidiano, spesso mal retribuito, poggia infatti un elemento fondamentale del cambiamento ecologico. L’enciclica mette in luce alcune «bontà ecologiche» dei più poveri: «È encomiabile l’ecologia umana che riescono a sviluppare i poveri in mezzo a tante limitazioni» (LS 148; cfr 149; 152).

L’esempio offerto dai poveri nel loro rapporto con la natura non va letto come qualcosa di aneddotico e isolato, bensì come una vera testimonianza di amore e di sapienza. Oggettivamente, il desiderio di pace, la lotta per la giustizia e la custodia della creazione — tre temi strettamente legati fra loro (cfr LS 92) —, sono presenti in maniera più forte nei più poveri che nei più potenti, i quali, mettendo da parte uno qualsiasi di questi tre temi per difendere i propri interessi economici, danneggiano senza pietà gli altri due (cfr LS 127).

Il discernimento ha un risultato chiaro: «Basta osservare la realtà per comprendere che oggi questa opzione è un’esigenza etica fondamentale per l’effettiva realizzazione del bene comune» (LS 158). Questa opzione è urgente, non soltanto vista la situazione dei più poveri, ma perché è attiva «un’altra opzione preferenziale» — quella dei potenti che scelgono se stessi — che sta distruggendo il Pianeta (cfr LS 56).

La passione per la cura del mondo e dei poveri

I capitoli quinto e sesto sono orientati all’azione. Nel capitolo quinto — «Alcune linee di orientamento e di azione» — il Papa condivide con noi una sorta di «ecologia del dialogo», affinché esso sia onesto e aperto. Il dialogo è la prima cosa che si «surriscalda» e si «contamina». Pertanto, «sebbene questa contemplazione della realtà in se stessa», come è stata esposta, spinga verso «un cambio di rotta e ci suggerisca alcune azioni», il Papa fissa l’attenzione sulla proposta di alcuni «grandi percorsi di dialogo» (LS 163). Nel dialogo, la realtà è superiore all’idea: «La gravità della crisi ecologica esige da noi tutti di pensare al bene comune e di andare avanti sulla via del dialogo che richiede pazienza, ascesi e generosità, ricordando sempre che “la realtà è superiore all’idea”» (LS 201). È proprio per questo che si dialoga; e questa superiorità della realtà fa sì, inoltre, che tutti i soggetti nel loro insieme vengano valutati come superiori rispetto a un tema parziale o all’opinione qualificata di alcuni; nel dialogo si evidenzia che il tempo è superiore allo spazio e al momento; il desiderio di unità che sostiene qualsiasi dialogo si mostra in pratica come un superamento dei conflitti. Il dialogo richiede pazienza, ascesi e generosità.

La questione urgente del dialogo è l’eliminazione della povertà. Al dialogo conduce il fatto di vedere che «la medesima logica che rende difficile prendere decisioni drastiche per invertire la tendenza al riscaldamento globale è quella che non permette di realizzare l’obiettivo di sradicare la povertà. Abbiamo bisogno di una reazione globale più responsabile, che implica affrontare contemporaneamente la riduzione dell’inquinamento e lo sviluppo dei Paesi e delle regioni povere» (LS 175).

Tra i soggetti — e dobbiamo esserlo tutti e a tutti i livelli — le religioni hanno un ruolo decisivo: «La maggior parte degli abitanti del pianeta si dichiarano credenti, e questo dovrebbe spingere le religioni ad entrare in un dialogo fra loro orientato alla cura della natura, alla difesa dei poveri, alla costruzione di una rete di rispetto e di fraternità» (LS 201).

Il capitolo sesto — «Educazione e spiritualità ecologica» — propone il dialogo in chiave pedagogica. Le azioni da mettere in atto non sono isolate né occasionali: si tratta di avviare nuovi processi. Ciò perdura nel tempo, se sussiste una vera educazione ecologica ispirata da una spiritualità. L’immagine più viva in questo senso è quella in cui san Francesco e Charles de Foucauld vengono uniti in una spiritualità «contemplativa nel lavoro». «La spiritualità cristiana, insieme con lo stupore contemplativo per le creature che troviamo in san Francesco d’Assisi, ha sviluppato anche una ricca e sana comprensione del lavoro, come possiamo riscontrare, per esempio, nella vita del beato Charles de Foucauld e dei suoi discepoli» (LS 125).

Il Papa rivolge in particolare ai cristiani queste linee di spiritualità, chiedendo la grazia di una spiritualità che alimenti «la passione per la cura del mondo» (LS 216). E fa un mea culpa per tutte le spiritualità disintegrate, che non sviluppano la ricchezza di una spiritualità connessa con il proprio corpo, con la natura e con le realtà di questo mondo (cfr ivi). La povertà appare allora in una dimensione nuova, in cui il «meno è di più» (LS 222) e «la sobrietà, vissuta con libertà e consapevolezza, è liberante» (ivi) e permette di godere senza cadere nel consumismo.

Anche l’immagine finale del cielo come «casa comune», così come la terra, ha i poveri al centro: «La vita eterna sarà una meraviglia condivisa, dove ogni creatura, luminosamente trasformata, occuperà il suo posto e avrà qualcosa da offrire ai poveri definitivamente liberati» (LS 243).

La preghiera conclusiva interreligiosa chiede al «Padre dei poveri» di toccare i cuori di quanti «cercano solo vantaggi a spese dei poveri e della terra». La preghiera cristiana riecheggia il grido dei poveri e chiede al Signore di ammetterci al lavoro del Regno, al lavoro per la pace e per la giustizia: «I poveri e la terra stanno gridando: Signore, prendi noi col tuo potere e la tua luce, per proteggere ogni vita, per preparare un futuro migliore, affinché venga il tuo Regno di giustizia, di pace, di amore e di bellezza. Laudato si’! Amen».

«Voglio rivolgermi a ogni persona che abita questo Pianeta»

Il desiderio del Papa è che la sua enciclica Laudato si’ non abbia un pubblico ristretto di ecclesiastici e di tecnici: «Di fronte al deterioramento globale dell’ambiente, voglio rivolgermi a ogni persona che abita questo pianeta» (LS 3). È sua convinzione che «abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti» (LS 14), perché «tutti» siamo interessati e toccati dal problema ecologico. I danni che abbiamo inflitto alla nostra casa comune richiedono il «coinvolgimento di tutti. […] Tutti possiamo collaborare» (ivi).

Questo desiderio del Papa di entrare in dialogo con ogni persona che abita questo Pianeta richiede un fermo impegno da parte dei cristiani. Come ha detto il Documento di Aparecida, citando sant’Alberto Hurtado: «Dalle nostre opere, il nostro popolo sa che comprendiamo il loro dolore»[13].

La sfida di proteggere la nostra casa comune è urgente (cfr LS 13), e pertanto anche l’invito del Papa è «urgente» (LS 14). Sebbene la posizione ecologica tenda a rinviarci a un «domani», i poveri di oggi non possono attendere. Perciò, «oltre a una leale solidarietà inter-generazionale, va ribadita l’urgente necessità morale di una rinnovata solidarietà intra-generazionale»[14]. La nostra incapacità di pensare seriamente alle generazioni future è legata alla nostra incapacità di dilatare gli interessi attuali per pensare a coloro che restano esclusi dallo sviluppo. Non si tratta di immaginare soltanto i poveri del futuro: «ricordiamo i poveri di oggi, che hanno pochi anni da vivere su questa terra e non possono continuare ad aspettare» (LS 162).

***

[1].      Papa Francesco, Discorso agli studenti delle scuole gestite dai gesuiti in Italia e Albania, 7 giugno 2013.

[2].      Id., Incontro con rappresentanti dei media, 16 marzo 2013.

[3].      «Spero di scrivere quest’estate (o di cominciare a farlo) qualcosa sul senso del povero. Credo che qui si trovi il nucleo del cristianesimo, e ogni giorno crescono la resistenza e l’incomprensione per tutto ciò che rinvia alla povertà. Conosce qualcosa di buono su questo?» («Lettera al p. Arturo Gaete», Santiago del Cile, gennaio 1952, in Cartas e Informes, 315 s).

[4].      Il «rispetto sacro e affettuoso» per la dignità di tutte le creature è presente in tutta l’enciclica (cfr LS 89 e 94. Cfr anche 11; 75; 77; 84; 93; 97; 221; e le preghiere finali).

[5].      Uno dei giovani che ha rivolto le parole di benvenuto al Papa.

[6].      Papa Francesco, Incontro con i giovani a Manila, 18 gennaio 2015.

[7].      Giovanni Paolo II, s., Lettera enciclica Centesimus annus (1° maggio 1991), n. 37: AAS 83 (1991), 840.

[8].      Cfr Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG), 190; 191; 193.

[9].      Cfr EG 198.

[10].    Conferenza Episcopale Boliviana, Lettera pastorale sull’ambiente e lo sviluppo umano in Bolivia El universo, don de Dios para la vida (2012), n. 17.

[11].    Papa Francesco, Udienza generale, 5 giugno 2013.

[12].    Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti, Global Climate Change: A Plea for Dialogue, Prudence and the Common Good (15 giugno 2001).

[13].    Documento di Aparecida, n. 386.

[14].    Benedetto XVI, Messaggio per la XLIII Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2010, 8.

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