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“LAUDATO SI'”

Guida alla lettura dell'enciclica di papa Francesco

Quaderno 3961

pag. 3 - 22

Anno 2015

Volume III

11 luglio 2015

«Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo?». Questa è la domanda che vive al cuore della Lettera enciclica di Papa Francesco Laudato si’. Sulla cura della casa comune (LS). Non una domanda ideologica, né «tecnica», ma un interrogativo forte che pone la questione ecologica come centrale per la nostra umanità. E così prosegue il Pontefice: «Questa domanda non riguarda solo l’ambiente in modo isolato, perché non si può porre la questione in maniera parziale. Quando ci interroghiamo circa il mondo che vogliamo lasciare in eredità, ci riferiamo soprattutto al suo orientamento generale, al suo senso, ai suoi valori. Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti» (LS 160; corsivo nostro). E diciamolo subito: la prospettiva di questa enciclica non è esclusivamente «ecologica» nel senso che il suo contenuto non si limita a fenomeni — peraltro molto importanti — quale il cambiamento climatico. Laudato si’, come vedremo, è una vera e propria enciclica sociale a tutto campo.

Il documento: struttura, domande, linee tematiche e prospettiva globale

La prospettiva olistica, globale, ampia di un creato inteso come «casa comune», ambiente di vita e non semplice «oggetto» da usare, caratterizza la proposta del Pontefice, al di là di ogni parzialità. Abbiamo davanti un universo visto come luogo in cui si ritrovano «la molteplicità e la varietà» e dove tutto è in relazione, unito da legami invisibili e «connesso» (cfr LS 16; 86; 89; 92; 138). Il mondo è una rete di relazioni.

Le domande che motivano la scrittura dell’enciclica sono dunque quelle sul senso della vita e del nostro abitare la terra: «A che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi?» (LS 160). In questo senso Francesco raccoglie e rilancia la proposta dei suoi predecessori, fondando il motivo per il quale un Pontefice non solo può, ma deve occuparsi di ecologia. «Alla radice dell’insensata distruzione dell’ambiente naturale c’è un errore antropologico, purtroppo diffuso nel nostro tempo. L’uomo, che scopre la sua capacità di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo col proprio lavoro, dimentica che questo si svolge sempre sulla base della prima originaria donazione delle cose da parte di Dio», aveva scritto san Giovanni Paolo II nella Centesimus annus del 1° maggio 1991. La questione, dunque, non è più se i cattolici debbano affrontare questioni di ecologia in una prospettiva di fede. La vera domanda riguarda il come bisognerebbe farlo. Ed è a questa domande che Papa Francesco intende rispondere.

«Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba» è l’invocazione di san Francesco d’Assisi nel Cantico delle creature. L’accento sulla lode è una conferma dell’approccio globale e indica l’atteggiamento dello spirito da tenere. Ci ricorda che la terra «è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia» (LS 1). Noi stessi «siamo terra» (cfr Gen 2,7). «Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora» (LS 2). San Francesco ha dato una testimonianza cristiana di ecologia integrale che ci collega con l’essenza dell’umano: «Così come succede quando ci innamoriamo di una persona, ogni volta che Francesco guardava il sole, la luna, gli animali più piccoli, la sua reazione era cantare, coinvolgendo nella sua lode tutte le altre creature» (LS 11).

Dallo scenario luminoso della lode però, proprio all’inizio del grande affresco che apre questa enciclica, si sente salire il grido della madre terra che protesta per il danno che le provochiamo, e si unisce a quello dei poveri, interpellando la nostra coscienza e «invitandoci a riconoscere i peccati contro la creazione» (LS 8). Il Papa ce lo ricorda riprendendo le parole del Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, che così entrano a far parte integrante del magistero della Chiesa cattolica: «Che gli esseri umani distruggano la diversità biologica nella creazione di Dio; che gli esseri umani compromettano l’integrità della terra e contribuiscano al cambiamento climatico, spogliando la terra delle sue foreste naturali o distruggendo le sue zone umide; che gli esseri umani inquinino le acque, il suolo, l’aria: tutti questi sono peccati» (LS 8). Il giudizio duro e drammatico del Patriarca è pronunciato però a partire da una visione del mondo come «sacramento di comunione, come modo di condividere con Dio e con il prossimo in una scala globale. È nostra umile convinzione che il divino e l’umano si incontrino nel più piccolo dettaglio della veste senza cuciture della creazione di Dio, persino nell’ultimo granello di polvere del nostro pianeta» (LS 9).

Il percorso dell’enciclica Laudato si’ si sviluppa attorno al concetto di «ecologia integrale», ed è descritto quasi all’inizio (cfr LS 15) come una sorta di «mappa», di guida alla lettura. In primo luogo, il Pontefice compie «un breve percorso attraverso vari aspetti dell’attuale crisi ecologica allo scopo di assumere i migliori frutti della ricerca scientifica oggi disponibile, lasciarcene toccare in profondità e dare una base di concretezza al percorso etico e spirituale che segue» (LS 15). Sarà questo il primo capitolo.

A partire da tale panoramica, il Pontefice riprende «alcune argomentazioni che scaturiscono dalla tradizione giudeo-cristiana, al fine di dare maggiore coerenza al nostro impegno per l’ambiente»: sarà il secondo capitolo.

Poi Francesco prova «ad arrivare alle radici della situazione attuale, in modo da coglierne non solo i sintomi ma anche le cause più profonde»: il terzo capitolo. Così può «proporre un’ecologia che, nelle sue diverse dimensioni, integri il posto specifico che l’essere umano occupa in questo mondo e le sue relazioni con la realtà che lo circonda».

Alla luce di tale riflessione, nel quarto capitolo, il Pontefice compie «un passo avanti in alcune ampie linee di dialogo e di azione che coinvolgano sia ognuno di noi, sia la politica internazionale».

Su questa base, Papa Francesco propone nel quinto capitolo «alcune linee di maturazione umana ispirate al tesoro dell’esperienza spirituale cristiana», perché è «convinto che ogni cambiamento ha bisogno di motivazioni e di un cammino educativo».

L’enciclica si chiude offrendo il testo di due preghiere: la prima da condividere con i credenti di altre religioni e la seconda con i cristiani, riprendendo quindi l’atteggiamento di contemplazione orante con cui si era aperta.

Ciascun capitolo affronta una tematica propria con un suo metodo specifico, ma il testo nella sua globalità è attraversato da alcune linee tematiche fondamentali che gli conferiscono una forte unitarietà. Esse sono riassunte e presentate dallo stesso Pontefice: «l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita» (LS 16).

Se è la scienza lo strumento privilegiato per ascoltare il grido della terra, il metodo di Francesco è anche fortemente impregnato del dialogo ampio. Innanzitutto quello collegiale. Vi sono molti riferimenti al magistero dei suoi predecessori e ad altri documenti vaticani (in particolare del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace). Tuttavia, così come è avvenuto nell’Evangelii gaudium (EG), sono citate prese di posizione di numerose Conferenze episcopali di tutti i continenti. Ma il dialogo è anche ecumenico e interreligioso. Per questo, oltre al Patriarca Bartolomeo, il Papa si pone in dialogo con il grande pensatore protestante francese Paul Ricœur (cfr LS 85) e con il mistico islamico Ali Al‐Khawwas (cfr LS 233). Notiamo infine il riferimento a p. Pierre Teilhard de Chardin, pensatore gesuita che aveva ricevuto un «Monito» del Sant’Uffizio nel 1962, ma che già Giovanni Pao­lo II e Benedetto XVI avevano citato in testi di minore rilevanza magisteriale (cfr LS 83).

Che cosa sta accadendo alla nostra casa comune?

Il primo capitolo dell’enciclica assume le più recenti acquisizioni scientifiche in materia ambientale per ascoltare il grido della creazione. Per il Papa è necessario «trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare» (LS 19). Occorre vedere con i propri occhi e riconoscere i sintomi.

Inquinamento e cultura dello scarto (LS 20-22). «La terra, nostra casa, sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia» (LS 21). Alla radice di queste dinamiche troviamo la «cultura dello scarto», che dovremmo contrastare adottando modelli di produzione basati sul riutilizzo e sul riciclo, limitando l’uso di risorse non rinnovabili. Invece, «la mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile» (LS 25). E, purtroppo, «i progressi in questa direzione sono ancora molto scarsi» (LS 22).

I cambiamenti climatici. I cambiamenti climatici sono «un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituiscono una delle principali sfide attuali per l’umanità» (LS 25). Se «il clima è un bene comune, di tutti e per tutti» (LS 23), l’impatto più pesante della sua alterazione ricade sui più poveri. «Molti di coloro che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi» (LS 26).

La questione dell’acqua. Lo scenario descritto dal Pontefice è drammatico: intere popolazioni, e specialmente i bambini, si ammalano e muoiono per il consumo di acqua non potabile, mentre continua l’inquinamento delle falde acquifere a causa degli scarichi di fabbriche e città. Per Francesco «l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani» (LS 30). Privare i poveri dell’accesso all’acqua significa negare «il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità» (ivi).

La perdita di biodiversità nella connessione globale del cosmo. «Poiché tutte le creature sono connesse tra loro, di ognuna dev’essere riconosciuto il valore con affetto e ammirazione, e tutti noi esseri creati abbiamo bisogno gli uni degli altri» (LS 42), scrive il Pontefice mostrando un’immagine del cosmo che rifugge da uno stretto antropocentrismo, e puntando a una visione armonica e interconnessa del creato. Le diverse specie non sono solo eventuali «risorse» sfruttabili: hanno un valore in se stesse e non in funzione dell’essere umano. E invece, «ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sempre. La stragrande maggioranza si estingue per ragioni che hanno a che fare con qualche attività umana. Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio. Non ne abbiamo il diritto» (LS 33). Spesso gli interessi economici transnazionali ostacolano questa tutela dell’armonia cosmica (cfr LS 38).

Deterioramento della qualità della vita umana, decadenza sociale. L’esperienza urbana del Pontefice quando era arcivescovo di Buenos Aires deve aver molto influito sulla percezione adeguata del vissuto nelle grandi metropoli e del degrado urbano a causa delle emissioni tossiche, ma anche del caos urbano, dei problemi del trasporto e dell’inquinamento visivo e acustico (cfr LS 44). Il modello di sviluppo che conosciamo condiziona direttamente la qualità della vita della maggior parte dell’umanità, mostrando che «la crescita degli ultimi due secoli non ha significato in tutti i suoi aspetti un vero progresso integrale» (LS 46). «Molte città sono grandi strutture inefficienti che consumano in eccesso acqua ed energia» (LS 44), diventando invivibili dal punto di vista della salute, mentre il contatto con la natura è limitato, fatta eccezione per spazi riservati a pochi privilegiati (cfr LS 45).

Inequità planetaria. Sono i più deboli, gli esclusi, a essere colpiti dal deterioramento dell’ambiente e della società (cfr LS 48). Essi non sono «un mero danno collaterale» (LS 49). Il grido della terra è lo stesso grido dei poveri (ivi). La soluzione non è la riduzione della natalità, ma contrastare «il consumismo estremo e selettivo» di una minoranza della popolazione mondiale (LS 50). Da qui emerge l’esigenza della disponibilità a cambiare stili di vita, produzione e consumo (cfr LS 59).

La luce offerta dalla fede

Dopo aver «visto» i sintomi della crisi ecologica, il Pontefice intende meditare e riflettere nella prospettiva di fede. Per questo nel secondo capitolo dell’enciclica rilegge i racconti della Bibbia e offre una visione complessiva che viene dalla tradizione ebraico-cristiana. È sua convinzione che la complessità della crisi ecologica implica un dialogo multiculturale e multidisciplinare che includa la spiritualità e la religione. La fede offre «motivazioni alte per prendersi cura della natura e dei fratelli e sorelle più fragili» (LS 64). I doveri verso la natura sono dunque parte integrante della fede cristiana.

L’universo, linguaggio dell’amore di Dio. Nella Bibbia, «il Dio che libera e salva è lo stesso che ha creato l’universo» (LS 73). Il racconto della creazione ci aiuta a riflettere sul rapporto tra l’essere umano e le altre creature, ma anche sul valore in sé di ogni creatura: «Tutto l’universo materiale è un linguaggio dell’amore di Dio, del suo affetto smisurato per noi. Suolo, acqua, montagne, tutto è carezza di Dio» (LS 84). Con san Giovanni Paolo II «possiamo dire che “accanto alla rivelazione propriamente detta contenuta nelle Sacre Scritture c’è, quindi, una manifestazione divina nello sfolgorare del sole e nel calare della notte”» (LS 85). Nell’insieme dell’universo e nella sua complementarità si esprime l’inesauribile ricchezza di Dio; esso è luogo della sua presenza, che ci invita all’adorazione.

Il mondo e l’incontro con Dio. Ma il Papa non parla solamente in generale. Tiene a precisare che il mondo è il luogo del nostro incontro con Dio, dove lui è all’opera. Ci aiuta persino a compiere, secondo gli Esercizi Spirituali ignaziani, una sorta di «composizione vedendo il luogo» del nostro incontro con Dio: «La storia della propria amicizia con Dio si sviluppa sempre in uno spazio geografico che diventa un segno molto personale, e ognuno di noi conserva nella memoria luoghi il cui ricordo gli fa tanto bene. Chi è cresciuto tra i monti, o chi da bambino sedeva accanto al ruscello per bere, o chi giocava in una piazza del suo quartiere, quando ritorna in quei luoghi si sente chiamato a recuperare la propria identità» (LS 84).

Il peccato rompe l’equilibrio di tutta la creazione nel suo insieme. I racconti biblici suggeriscono che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. «Secondo la Bibbia, queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato» (LS 66).

La creazione: dono da custodire, non possesso da dominare. Il Papa lamenta il fatto che «qualche volta i cristiani hanno interpretato le Scritture in modo non corretto» (LS 67) a questo riguardo, dipingendo l’uomo come un signore assoluto, un dominatore dispotico del mondo. Oggi invece «dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature» (LS 67). «Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data», e all’essere umano spetta la responsabilità di «“coltivare e custodire” il giardino del mondo (cfr Gen 2,15)» (ivi).

La creazione non è un possesso e «può essere compresa solo come un dono che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tutti» (LS 76). «Dalle opere create si ascende “fino alla sua amorosa misericordia”» (LS 77). «L’universo non è sorto come risultato di un’onnipotenza arbitraria, di una dimostrazione di forza o di un desiderio di autoaffermazione. La creazione appartiene all’ordine dell’amore» (cfr LS 77). E il creato in Cristo risorto cammina fino alla pienezza di Dio (cfr LS 83). In questa comunione universale l’essere umano, dotato di intelligenza e identità personale, rappresenta «una novità non pienamente spiegabile dall’evoluzione di altri sistemi aperti» (LS 81). È responsabile del creato affidato alle sue cure, e la sua libertà è un mistero che può promuoverne lo sviluppo o causarne il degrado.

Tutte le creature avanzano verso Dio. «Lo scopo finale delle altre creature non siamo noi. Invece tutte avanzano, insieme a noi e attraverso di noi, verso la meta comune, che è Dio» (LS 83). In queste parole c’è un capovolgimento di prospettiva. Non si vede l’universo come convergente verso l’uomo e inteso in funzione sua, ma l’uomo dentro la rete di relazioni globali fra tutte le creature. Tutto nel mondo è intimamente connesso, infatti. L’uomo semmai ha un valore peculiare e ha una responsabilità fondamentale a «proteggere la sua fragilità» (LS 90). In questa prospettiva, ogni maltrattamento verso qualsiasi creatura «è contrario alla dignità umana» (LS 92). Se nel cuore non c’è «tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani» (LS 91), l’impegno ecologico diventa monco, ideologico, schizofrenico. Serve la consapevolezza di una comunione universale: «creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale», la quale ci spinge a «un rispetto sacro, amorevole e umile» (LS 89).

Il valore sociale di questa visione biblica è chiaro: «La terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti», e chi ne possiede una parte è chiamato ad amministrarla nel rispetto dell’«ipoteca sociale» che grava su qualsiasi forma di proprietà (LS 93).

Il destino dell’intera creazione passa attraverso il mistero di Cristo. Conclude il capitolo il cuore della rivelazione cristiana: «Gesù terreno» con la «sua relazione tanto concreta e amorevole con il mondo» è «risorto e glorioso, presente in tutto il creato con la sua signoria universale» (LS 100). Egli «viveva una piena armonia con la creazione» (LS 98). Dunque il destino del creato «passa attraverso il mistero di Cristo, che è presente fin dall’origine» (LS 99) e che, alla fine dei tempi, consegnerà al Padre tutte le cose. «In tal modo, le creature di questo mondo non ci si presentano più come una realtà meramente naturale, perché il Risorto le avvolge misteriosamente e le orienta a un destino di pienezza» (LS 100). Colpisce l’enfasi che Papa Francesco pone sul mistero della paternità di Dio che si esprime nel suo rapporto con la sua creazione. Gesù stesso invitava «a riconoscere la relazione paterna che Dio ha con tutte le creature» (LS 96). «La potenza infinita di Dio», dunque, «non ci porta a sfuggire alla sua tenerezza paterna, perché in Lui affetto e forza si coniugano» (LS 73).

Le radici della crisi ecologica

Il terzo capitolo dell’enciclica presenta un’analisi della situazione attuale, in modo da coglierne non solo i sintomi — già individuati nel primo capitolo —, ma anche le cause più profonde, in un dialogo con la filosofia e le scienze umane. I due nuclei della riflessione sono il rapporto tra la globalizzazione del paradigma tecnocratico e il potere (cfr LS 102‐114) prima, e quindi le conseguenze dell’antropocentrismo moderno quali il relativismo pratico, la crisi del lavoro e le sfide poste dall’innovazione biologica (cfr LS 115‐136).

Tecnologia e potere. Il Papa apprezza e riconosce i benefici del progresso tecnologico per il suo contributo a uno sviluppo sostenibile. Con gratitudine riconosce l’apporto al miglioramento delle condizioni di vita (cfr LS 102‐103). La tecnoscienza, afferma Francesco, è in grado di produrre cose che migliorano la qualità della vita dell’essere umano (oggetti di uso domestico, mezzi di trasporto, ponti, edifici, spazi pubblici…). Ma è «anche capace di produrre il bello e di far compiere all’essere umano, immerso nel mondo materiale, il “salto” nell’ambito della bellezza. Si può negare la bellezza di un aereo, o di alcuni grattacieli?» (LS 103).

Ma il Pontefice riconosce il potente impatto della tecnologia sulla vita. Essa dà «a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero» (LS 104). La mentalità tecnocratica dominante concepisce tutta la realtà come un oggetto illimitatamente manipolabile. È un riduzionismo che coinvolge tutte le dimensioni della vita. La tecnologia non è neutrale: opera «scelte attinenti al tipo di vita sociale che si intende sviluppare» (LS 107). Il paradigma tecnocratico domina anche l’economia e la politica; in particolare, «l’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto» (LS 109). Ma il mercato da solo «non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale» (ivi). Fare affidamento solo sulla tecnica per risolvere ogni problema significa «nascondere i veri e più profondi problemi del sistema mondiale» (LS 111), visto «che il progresso della scienza e della tecnica non equivale al progresso dell’umanità e della storia» (LS 113). C’è bisogno di una «rivoluzione culturale» (LS 114) per recuperare i valori. All’umanità occorrono «un’etica adeguatamente solida, una cultura e una spiritualità» (LS 105).

Le conseguenze dell’antropocentrismo moderno. Sempre ragionando sulle motivazioni della crisi, il Papa riconosce nell’epoca moderna un eccesso di antropocentrismo (cfr LS 116): l’essere umano non riconosce più la propria giusta posizione rispetto al mondo e assume una posizione autoreferenziale, centrata esclusivamente su di sé e sul proprio potere. Perde di vista il suo ruolo di «amministratore responsabile» (ivi). La conseguenza dell’antropocentrismo deviato è che «tutto diventa irrilevante se non serve ai propri interessi immediati» (LS 122), i cui frutti sono il degrado ambientale e il degrado sociale, «perché quando è la cultura che si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o principi universalmente validi, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare» (LS 123). La correzione dell’antropocentrismo smisurato è un’antropologia che mantenga in primo piano «il valore delle relazioni tra le persone» (LS 119) e la tutela di ogni vita umana (cfr LS 120).

Occorre frenare la dilagante cultura dello scarto e la sua logica «usa e getta» che giustifica ogni tipo di rapporto utilitaristico dell’uomo o dell’ambiente. È questa logica dello scarto che porta a sfruttare i bambini, ad abbandonare gli anziani, a ridurre altri in schiavitù, a sopravvalutare la capacità del mercato di autoregolarsi, a praticare la tratta di esseri umani, il commercio di pelli di animali in via di estinzione e di «diamanti insanguinati» (LS 123). È la stessa logica di molte mafie, dei trafficanti di organi, del narcotraffico e dello scarto dei nascituri perché non corrispondono ai progetti dei genitori (cfr ivi).

Nell’ecologia integrale tutti devono poter accedere al lavoro, perché il lavoro «è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale» (LS 128). Il Pontefice fa appello alla difesa del lavoro, proprio perché esso vince lo scarto. E aggiunge che, affinché tutti possano davvero beneficiare della libertà economica, «a volte può essere necessario porre limiti a coloro che detengono più grandi risorse e potere finanziario» (LS 129).

Altro problema cruciale per il mondo di oggi è l’innovazione biologica a partire dalla ricerca. Il riferimento principale è alla questione degli organismi geneticamente modificati (ogm). Anche se «in alcune regioni il loro utilizzo ha prodotto una crescita economica che ha contribuito a risolvere alcuni problemi, si riscontrano significative difficoltà che non devono essere minimizzate» (LS 134), a partire dalla «concentrazione di terre produttive nelle mani di pochi» (LS 134). Papa Francesco pensa in particolare ai piccoli produttori e ai lavoratori rurali, alla biodiversità, alla rete di ecosistemi. È quindi necessario «un dibattito scientifico e sociale che sia responsabile e ampio, in grado di considerare tutta l’informazione disponibile e di chiamare le cose con il loro nome» (LS 135).

La proposta: una «ecologia integrale»

Il quarto capitolo dell’enciclica contiene il cuore della proposta: l’ecologia che sia un nuovo paradigma di giustizia e «che integri il posto specifico che l’essere umano occupa in questo mondo e le sue relazioni con la realtà che lo circonda» (LS 15). La visione di Francesco, lo abbiamo notato più volte, è globale, olistica: non possiamo «considerare la natura come qualcosa separato da noi o come una mera cornice della nostra vita» (LS 139). È antropologica, ma non antropocentrica. Il Papa discerne un legame forte tra questioni ambientali e questioni sociali e umane che non può mai essere spezzato: «Oggi l’analisi dei problemi ambientali è inseparabile dall’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativi, urbani, e dalla relazione di ciascuna persona con se stessa» (LS 141); di conseguenza è «fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio‐ambientale» (LS 139).

Per questo Francesco articola una proposta che considera un’ecologia ambientale, economica e sociale (LS 138‐142); un’ecologia culturale (LS 143‐146) e un’ecologia della vita quotidiana (LS 147‐155) alla luce del principio del bene comune (LS 156‐158) e di quello della giustizia tra le generazioni (LS 159‐162).

Ecologia ambientale, economica e sociale. La visione complessa e unitaria di Francesco, per il quale tutto è connesso, restituisce un’immagine del cosmo per cui tempo e spazio, componenti fisici, chimici e biologici del pianeta formano una rete che non finiremo mai di capire: «In questo universo, composto da sistemi aperti che entrano in comunicazione gli uni con gli altri, possiamo scoprire innumerevoli forme di relazione e partecipazione» (LS 79).

Anche lo studio non può essere frammentato, atomizzato: le conoscenze devono integrarsi in una visione più ampia che consideri «l’interazione tra gli ecosistemi e tra i diversi mondi di riferimento sociale» (LS 141) e investa anche il livello istituzionale, perché «lo stato di salute delle istituzioni di una società comporta conseguenze per l’ambiente e per la qualità della vita umana» (LS 142).

Ecologia culturale. Se teniamo conto della complessità della crisi ecologica e delle sue cause, dobbiamo «ricorrere anche alle diverse ricchezze culturali dei popoli, all’arte e alla poesia, alla vita interiore e alla spiritualità» (LS 63). L’ecologia infatti «richiede anche la cura delle ricchezze culturali dell’umanità» (LS 143) nella loro varietà e nel loro significato più ampio. «È necessario assumere la prospettiva dei diritti dei popoli e delle culture, e in tal modo comprendere che lo sviluppo di un gruppo sociale suppone un processo storico all’interno di un contesto culturale e richiede il costante protagonismo degli attori sociali locali a partire dalla loro propria cultura» (LS 144).

Ecologia della vita quotidiana. La questione ecologica è questione di vita quotidiana, non solamente di grandi sistemi. L’enciclica riserva un’attenzione specifica all’ambiente urbano, al quale il Papa è fortemente legato per nascita e vissuto. In questo contesto, «le megastrutture e le case in serie esprimono lo spirito della tecnica globalizzata, in cui la permanente novità dei prodotti si unisce a una pesante noia» (LS 113). Eppure l’essere umano ha una grande capacità di adattamento e tende alla bellezza e all’armonia. Il Papa resta sorpreso e ammirato per «la creatività e la generosità di persone e gruppi che sono capaci di ribaltare i limiti dell’ambiente, modificando gli effetti avversi dei condizionamenti, e imparando ad orientare la loro esistenza in mezzo al disordine e alla precarietà» (LS 148). Francesco nota come anche lì dove «le facciate degli edifici sono molto deteriorate, vi sono persone che curano con molta dignità l’interno delle loro abitazioni, o si sentono a loro agio per la cordialità e l’amicizia della gente» (ivi). L’umanità, il calore umano, il senso di comunità possono far sì che qualsiasi luogo smetta di essere un inferno e diventi il contesto di una vita degna. Ciò nonostante, uno sviluppo autentico presuppone un miglioramento integrale nella qualità della vita umana: spazi pubblici, abitazioni, trasporti ecc. (cfr LS 150‐154).

Il principio del bene comune e la giustizia tra le generazioni sono i riferimenti della proposta del Pontefice. L’ecologia integrale, infatti, «è inseparabile dalla nozione di bene comune» (LS 158). E impegnarsi per il bene comune significa: fare scelte solidali sulla base di «una opzione preferenziale per i più poveri» (ivi); pensare alle generazioni future: «non si può parlare di sviluppo sostenibile senza una solidarietà fra le generazioni» (LS 159).

Come agire? L’importanza del dialogo

Il quinto capitolo di Laudato si’ pone la domanda circa l’azione: che cosa possiamo e dobbiamo fare? Le analisi non possono bastare: ci vogliono proposte «di dialogo e di azione che coinvolgano sia ognuno di noi, sia la politica internazionale» (LS 15), e «che ci aiutino ad uscire dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo affondando» (LS 163). Non servono proposte ideologiche. Il Pontefice sa bene che «ci sono discussioni, su questioni relative all’ambiente, nelle quali è difficile raggiungere un consenso» (LS 188). D’altra parte «la Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica, ma invita ad un dibattito onesto e trasparente, perché le necessità particolari o le ideologie non ledano il bene comune» (ivi). Dunque è indispensabile il dialogo, pilastro dell’azione. Ma dialogo su quali elementi? Nell’enciclica si segnalano almeno cinque ambiti di discussione: il dialogo sull’ambiente nella politica internazionale (LS 164‐175); il dialogo verso nuove politiche nazionali e locali (LS 176‐181); il dialogo e la trasparenza nei processi decisionali (LS 182‐188); la politica e l’economia in dialogo per la pienezza umana (LS 189‐198); le religioni nel dialogo con le scienze (LS 199‐201). Qui l’enciclica non teme di essere esplicita o di fare denunce.

Il dialogo sull’ambiente nella politica internazionale. Scrive il Papa: «L’interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune», proponendo soluzioni «a partire da una prospettiva globale e non solo in difesa degli interessi di alcuni Paesi» (LS 164). L’enciclica non teme di formulare un giudizio severo sulle dinamiche internazionali recenti: «I Vertici mondiali sull’ambiente degli ultimi anni non hanno risposto alle aspettative perché, per mancanza di decisione politica, non hanno raggiunto accordi ambientali globali realmente significativi ed efficaci» (LS 166; corsivo nostro). E si chiede con decisione: «Perché si vuole mantenere oggi un potere che sarà ricordato per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario farlo?» (LS 57). Servono dunque forme e strumenti efficaci di governance globale (cfr LS 175): «abbiamo bisogno di un accordo sui regimi di governance per tutta la gamma dei cosiddetti beni comuni globali» (LS 174).

Il dialogo verso nuove politiche nazionali e locali. Il Papa mette il dito nella piaga politica: «Rispondendo a interessi elettorali, i governi non si azzardano facilmente a irritare la popolazione con misure che possano intaccare il livello di consumo o mettere a rischio investimenti esteri. La miope costruzione del potere frena l’inserimento dell’agenda ambientale lungimirante all’interno dell’agenda pubblica dei governi» (LS 178). A livello locale occorre promuovere «una maggiore responsabilità, un forte senso comunitario, una speciale capacità di cura e una creatività più generosa» (LS 179) per la propria terra. La società, dunque, anche «attraverso organismi non governativi e associazioni intermedie, deve obbligare i governi a sviluppare normative, procedure e controlli più rigorosi» (ivi). La partecipazione dei cittadini è intesa come indispensabile.

Dialogo e trasparenza nei processi decisionali. È necessario favorire lo sviluppo di processi decisionali onesti e trasparenti, per poter «discernere» quali politiche e iniziative imprenditoriali potranno portare «ad un vero sviluppo integrale» (LS 185). In particolare, lo studio dell’impatto ambientale di un nuovo progetto «richiede processi politici trasparenti e sottoposti al dialogo, mentre la corruzione che nasconde il vero impatto ambientale di un progetto in cambio di favori spesso porta ad accordi ambigui che sfuggono al dovere di informare ed a un dibattito approfondito» (LS 182). In ogni discussione riguardante un’iniziativa imprenditoriale — scrive il Pontefice — si devono porre domande chiare per poter discernere se porterà a un vero sviluppo integrale: «Per quale scopo? Per quale motivo? Dove? Quando? In che modo? A chi è diretto? Quali sono i rischi? A quale costo? Chi paga le spese e come lo farà?» (LS 185).

Politica ed economia in dialogo per la pienezza umana. «L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere o di promuovere adeguatamente» (LS 190). Dunque va sviluppata «una nuova economia più attenta ai princìpi etici», e va attuata «una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa» (LS 189). Più radicalmente: occorre «ridefinire il progresso» (LS 194), legandolo al miglioramento della qualità reale della vita delle persone. Al tempo stesso «non si può giustificare un’economia senza politica» (ivi), chiamata ad assumere un nuovo approccio integrale.

Le religioni in dialogo con le scienze. Come è stato chiaro sin dall’inizio, la scienza non basta a se stessa per comprendere la vita dell’uomo e offrire soluzioni tecniche, le quali saranno inefficaci «se si dimenticano le grandi motivazioni che rendono possibile il vivere insieme, il sacrificio, la bontà» (LS 200). Ed è a questo livello che le religioni si rivelano importanti, così come il dialogo tra esse e le scienze. Le religioni — scrive il Papa — devono entrare in «un dialogo tra loro orientato alla cura della natura, alla difesa dei poveri, alla costruzione di una rete di rispetto e di fraternità» (LS 201), mentre il dialogo tra le scienze aiuta a superare l’isolamento disciplinare.

«La gravità della crisi ecologica — conclude il Pontefice — esige da noi tutti di pensare al bene comune e di andare avanti sulla via del dialogo che richiede pazienza, ascesi e generosità, ricordando sempre che “la realtà è superiore all’idea”» (ivi).

Educazione e conversione ecologica

Il sesto e ultimo capitolo dell’enciclica di Papa Francesco va al cuore della «conversione ecologica». Le radici della crisi culturale agiscono in profondità, e non è facile ridisegnare abitudini e comportamenti. L’educazione e la formazione restano sfide centrali: «ogni cambiamento ha bisogno di motivazioni e di un cammino educativo» (LS 15) che coinvolga «la scuola, la famiglia, i mezzi di comunicazione, la catechesi» (LS 213).

Scrive il Papa: «Molte cose devono riorientare la propria rotta, ma prima di tutto è l’umanità che ha bisogno di cambiare. Manca la coscienza di un’origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione» (LS 202).

In questo capitolo dunque il Pontefice si esprime esortando decisamente a puntare su un altro stile di vita (LS 203‐208), educando all’alleanza tra l’umanità e l’ambiente (LS 209‐215). Dopo aver definito in che cosa consiste la «conversione ecologica» (LS 216‐221), ne esprime i frutti di gioia e pace (LS 222‐227), di amore civile e politico (LS 228‐232). Da qui si apre una ricca e ispirata riflessione teologica che affronta i segni sacramentali e il riposo celebrativo (LS 233‐237), la Trinità e la relazione tra le creature (LS 238‐240), concludendo con Maria, Regina di tutto il creato (LS 241‐242), fino a contemplare la vita eterna «al di là del sole» (LS 243‐246).

Puntare su un altro stile di vita. Nonostante il relativismo pratico e la cultura consumista, «non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto» (LS 205). E «quando siamo capaci di superare l’individualismo, si può effettivamente produrre uno stile di vita alternativo e diventa possibile un cambiamento rilevante nella società» (LS 208).

Educazione per l’alleanza tra umanità e ambiente. Percorsi di educazione ambientale sono capaci di incidere su gesti e abitudini quotidiane: la riduzione del consumo di acqua, la raccolta differenziata dei rifiuti, lo spegnere le luci inutili (cfr LS 211). «Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo» (LS 230). È l’atteggiamento interiore a produrre il cambiamento: «la conversione ecologica lo conduce a sviluppare la sua creatività e il suo entusiasmo» (LS 220).

La conversione ecologica. Il titolo dell’enciclica è chiaro nel suo riferimento francescano. Il Pontefice ribadisce che «la grande ricchezza della spiritualità cristiana, generata da venti secoli di esperienze personali e comunitarie, costituisce un magnifico contributo da offrire allo sforzo di rinnovare l’umanità» (LS 216). La fede e la spiritualità cristiane offrono profonde motivazioni per alimentare una passione per la cura del mondo, e «non sarà possibile impegnarsi in cose grandi soltanto con delle dottrine, senza una mistica che ci animi» (ivi). Dunque «la crisi ecologica è un appello a una profonda conversione interiore» (LS 217). Richiede una vera e propria conversione ecologica. Essa «comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda. Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana» (ivi).

Questa conversione genera un «modo alternativo di intendere la qualità della vita, e incoraggia uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo» (LS 222). D’altra parte, nessuna persona può maturare in una felice sobrietà, se non è in pace con se stessa: «La pace interiore delle persone è molto legata alla cura dell’ecologia e al bene comune, perché, autenticamente vissuta, si riflette in uno stile di vita equilibrato unito a una capacità di stupore che conduce alla profondità della vita» (LS 225). Questo stile di vita si concretizza in «semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo» (LS 230).

L’appello del Papa è a una fraternità universale (LS 228) che porta a intervenire nella dinamiche sociali con la cultura della cura (LS 231). Anche i piccoli gesti di cura reciproca hanno un valore civile e politico. È interessante il fatto che Papa Francesco proponga l’esempio di santa Teresa di Lisieux, che «ci invita alla pratica della piccola via dell’amore, a non perdere l’opportunità di una parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e amicizia. Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani» (LS 230). E accanto a lei, il Papa ricorda anche san Benedetto da Norcia (LS 126) e il beato Charles de Foucauld (LS 125), oltre ovviamente a Francesco d’Assisi.

I segni sacramentali e il riposo celebrativo. Incontriamo Dio non solo nell’intimità, ma anche nei sacramenti, che mostrano in modo privilegiato come la natura sia stata assunta da Dio. Il cristianesimo non rifiuta la materia e la corporeità, ma le valorizza pienamente: «Attraverso il culto siamo invitati ad abbracciare il mondo su un piano diverso. L’acqua, l’olio, il fuoco e i colori sono assunti con tutta la loro forza simbolica e si incorporano nella lode» (LS 235). In particolare nell’Eucaristia «il creato trova la sua maggiore elevazione» (LS 236). Una delle pagine spiritualmente più dense dell’enciclica è proprio quella che riguarda l’Eucaristia. Usando accenti che richiamano alla memoria Pierre Teilhard de Chardin e la sua Messa sul mondo, Francesco scrive: «Il Signore, al culmine del mistero dell’Incarnazione, volle raggiungere la nostra intimità attraverso un frammento di materia. Non dall’alto, ma da dentro, affinché nel nostro stesso mondo potessimo incontrare Lui. Nell’Eucaristia è già realizzata la pienezza, ed è il centro vitale dell’universo, il centro traboccante di amore e di vita inesauribile. Unito al Figlio incarnato, presente nell’Eucaristia, tutto il cosmo rende grazie a Dio» (LS 236). E prosegue: «L’Eucaristia unisce il cielo e la terra, abbraccia e penetra tutto il creato. Il mondo, che è uscito dalle mani di Dio, ritorna a Lui in gioiosa e piena adorazione» (ivi). Ecco perché «l’Eucaristia è anche fonte di luce e di motivazione per le nostre preoccupazioni per l’ambiente, e ci orienta ad essere custodi di tutto il creato» (ivi).

Più in là del sole. A partire dall’Eucaristia il discorso di Francesco si fa ascensionale: un percorso che ha toni che richiamano Dante Alighieri, per altro citato esplicitamente (cfr LS 77). Guardando alla Trinità, il Papa afferma che anche la persona umana è chiamata ad assumere «quel dinamismo trinitario che Dio ha impresso in lei fin dalla sua creazione. Tutto è collegato, e questo ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità» (LS 240).

È nel corpo glorificato di Maria, Madre e Regina del creato, insieme a Cristo risorto, che «parte della creazione ha raggiunto tutta la pienezza della sua bellezza» (LS 241). Al suo fianco, Giuseppe appare nel Vangelo come uomo giusto e lavoratore, pieno di quella tenerezza propria di chi è veramente forte. «Anche lui può insegnarci ad aver cura, può motivarci a lavorare con generosità e tenerezza per proteggere questo mondo che Dio ci ha affidato» (LS 242). Maria e Giuseppe possono insegnarci e motivarci a proteggere questo mondo che Dio ci ha consegnato.

In prospettiva escatologica, alla fine ci troveremo di fronte all’infinita bellezza di Dio: «La vita eterna sarà una meraviglia condivisa, dove ogni creatura, luminosamente trasformata, occuperà il suo posto e avrà qualcosa da offrire ai poveri definitivamente liberati» (LS 243).

Alla fine della sua riflessione, che il Papa stesso definisce «gioiosa e drammatica insieme», sono proposte due preghiere. La prima è tale da poter essere condivisa con tutti quelli che credono in un Dio creatore onnipotente. La seconda è affinché i cristiani «sappiamo assumere gli impegni verso il creato che il Vangelo di Gesù ci propone» (LS 246). E si conclude così, chiudendo la stessa enciclica: «Signore, prendi noi col tuo potere e la tua luce, per proteggere ogni vita, per preparare un futuro migliore, affinché venga il tuo Regno
di giustizia, di pace, di amore e di bellezza. Laudato si’!
Amen».

* * *

Aggiungendo alla voce dei suoi predecessori la sua — e nella forma specifica dell’enciclica —, Papa Francesco solleva domande e ragionamenti sulla casa comune che è il creato. Confidiamo che molti, accogliendo la sfida in termini di fede e di scelte operative, saranno profondamente ispirati all’azione dal fatto che un leader mondiale qual è Papa Francesco abbia avuto il coraggio di richiamare tutti a un futuro più sostenibile e inclusivo.

Il tempismo della nuova enciclica è significativo. Il 2015 è un anno decisivo e ricco di appuntamenti: si terrà la III Conferenza internazionale sul finanziamento dello sviluppo, ad Addis Abeba; l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dovrebbe trovare un accordo su una nuova serie di obiettivi di sviluppo sostenibile fino al 2030; la Conferenza sui cambiamenti climatici a Parigi acquisirà i piani e gli impegni di ogni Governo per rallentare o almeno ridurre il riscaldamento globale. L’enciclica mostra come la preoccupazione per l’ecologia umana e ambientale sia una dimensione molto importante della fede così come viene vissuta oggi per la salvezza dell’uomo e per la costruzione del vivere sociale. Essa è dunque parte della dottrina sociale della Chiesa. Ed è per questo che era giunto il momento di avere una Lettera enciclica intera sul tema ecologico inteso come parte della dottrina sociale della Chiesa.

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