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L’istituzione, nel 1926, dell’Opera Nazionale Balilla per l’assistenza e per l’educazione fisica della gioventù aveva come obiettivo manifesto l’inquadramento dei giovani italiani dagli 8 ai 18 anni in un sistema educativo interamente controllato dal regime, ormai saldamente al potere[1]. Secondo Mussolini infatti, lo Stato, come supremo regolatore della vita pubblica nazionale, «non può rimanere inerte lasciando totalmente all’iniziativa individuale tale campo di azione, ma deve provvedere con mezzi idonei a preservare incorrotta la gioventù e a prepararla, in un’atmosfera di disciplina»[2] ai compiti che spettano a ciascun cittadino in uno Stato ben organizzato. Pertanto, l’Opera era sottoposta «all’alta vigilanza del Capo del Governo, Primo Ministro», quindi formalmente era presentata come un’istituzione dello Stato, sebbene fosse interamente controllata, a livello sia nazionale sia locale, dai membri del partito fascista[3]. L’istituzione nasceva con chiara vocazione totalitaria, nel senso che intendeva dare al giovane un tipo di educazione unificato, concernente non soltanto l’educazione fisica e ginnica (come si era fatto fino ad allora), ma anche quella morale, intellettuale e spirituale.
Per quanto riguardava invece l’educazione religiosa, la legge approvata dalla Camera il 3 aprile 1926 prevedeva all’art. 4 la presenza di cappellani all’interno dei ranghi dell’organizzazione. Tale legge mise immediatamente in allarme l’autorità ecclesiastica, poiché essa toccava un ambito tradizionalmente considerato di competenza della Chiesa e che essa rivendicava come proprio, in quanto a lei affidato per mandato divino. Per la prima volta il «regime» intaccava, e in qualche modo feriva, un ambito della vita sociale, quello cioè dell’educazione morale e spirituale dei giovani, su cui la Chiesa avanzava diritti consolidati — anche la maggior parte degli italiani, del resto, li riteneva riservati all’autorità religiosa —, e che non desiderava condividere con altri. Se era vero che il fascismo, come scriveva p. E. Rosa, non aveva, a differenza dei socialisti e comunisti, una teologia propria o un sistema di «dottrine fisse» capace di intaccare il dogma cattolico, esso però professava una propria morale, che su molti punti era inconciliabile con la dottrina cristiana, in quanto inficiata di «statolatria», di culto della violenza e della volontà di potenza. Da questo punto di vista il fascismo si presentava come una religione laica, mondana, con un suo credo specifico e con i suoi riti collettivi, che col passare del tempo diventarono sempre più tesi a catalizzare e indirizzare il consenso[4].
Le norme di applicazione della legge sui balilla
Il contrasto tra la Santa Sede e Mussolini, che sembrava in qualche modo «appianato» dopo i fatti dell’agosto-settembre 1926, si riacutizzò all’inizio di dicembre, quando in Vaticano si venne a conoscenza del contenuto di alcuni articoli del regolamento di attuazione della legge di istituzione dell’Opera Balilla. In particolare degli artt. 36-40 che regolavano la presenza di cappellani nell’Opera, sottoposti, secondo l’art. 36, alla direzione di un «ispettore centrale», scelto tra i ministri del culto cattolico. «L’educazione religiosa da impartirsi agli avanguardisti — recita l’art. 38 del regolamento — consiste nell’intrattenerli, nelle ore che saranno stabilite […], sui principii della morale cattolica e della dottrina cristiana, sulla storia sacra e sul vangelo, nonché sui principii della vita religiosa e del culto cattolico. L’assistenza religiosa viene prestata secondo la fede e la prassi cattolica». Di fatto la questione della formazione religiosa dei giovani era più complicata di quanto apparisse nel regolamento, che non teneva in considerazione competenze interne all’organizzazione ecclesiastica in tale delicata materia, e la concessione di cappellani da parte dell’autorità ecclesiastica all’Opera Balilla non era certo cosa di poco conto; infatti in tal modo essa avrebbe implicitamente dato la propria approvazione a un’organizzazione di partito, la quale, inoltre, in molti punti risultava in contrasto con i «diritti divini» della Chiesa e con quelli «naturali» dei genitori in materia di formazione dei giovani.
Gli articoli che più preoccuparono la Santa Sede in quel momento erano però gli articoli 71, 72 e 73 del cosiddetto «regolamento amministrativo», che successivamente avrebbero costituito oggetto di un decreto-legge autonomo, composto di sei articoli. Il primo di essi recitava: «Per assicurare il raggiungimento delle finalità che la legge istitutiva dell’Opera nazionale si propone, è vietata […] qualsiasi nuova formazione od organizzazione, anche provvisoria, che — sotto il nome di Giovani Esploratori, o Boy Scouts o sotto qualunque altro — si propongano di promuovere l’istruzione, l’avviamento a professione, arte, o mestiere o, in qualunque altro modo, l’educazione fisica, morale o spirituale dei giovani». Nell’articolo successivo si dava poi facoltà ai prefetti di sciogliere tutte le formazioni o organizzazioni in contrasto con la disposizione precedente, «che risiedano in Comuni o frazioni con popolazione inferiore ai diecimila abitanti». Si faceva poi obbligo a tutte le formazioni e organizzazioni giovanili non proibite dalla legge di portare sui propri gagliardetti o labari «uno scudetto col segno del littorio e con le iniziali ONB» (art. 73).
Ora, l’approvazione di tali norme o la loro semplice tolleranza, come avrebbe desiderato Mussolini, da parte dell’autorità ecclesiastica avrebbe costituito per la Santa Sede uno «scacco molto grave»[5], un attacco diretto alla sua autorità in materia di formazione spirituale e morale dei giovani. Non difendere le associazioni degli esploratori cattolici, poi, sarebbe equivalso a sacrificare al disegno totalitario del regime un ramo giovanile dell’Azione Cattolica molto attivo e benemerito — il quale nei mesi precedenti aveva sofferto la violenza fascista —, dando così prova di debolezza e di cedimento dinanzi alle pressioni provenienti dagli ambienti più intransigenti del fascismo, che intendevano forzare Mussolini proprio su questa materia. Pio XI, nei primi giorni di dicembre, appena venuto a conoscenza del contenuto della nuova normativa, incaricò i suoi due fiduciari, cioè il p. P. Tacchi Venturi e l’avv. F. Pacelli, perché facessero presente al Capo del Governo il disappunto della Santa Sede su tale materia: la Chiesa non poteva riconoscere allo Stato, senza venir meno alla sua divina missione, il monopolio sulla formazione dei giovani e chiedeva che su tale materia si trattasse in sede di Concordato. Il Papa, pur di difendere le associazioni di Azione Cattolica, e quindi anche gli scout, era disposto a qualsiasi cosa: egli riteneva tale materia più importante per la Chiesa italiana della stessa questione romana; pertanto fece comunicare a Mussolini che se l’approvazione del regolamento non fosse stata sospesa, lo avrebbe pubblicamente deplorato.
Lo stesso consigliere D. Barone, mediatore di parte governativa per le trattative sulla questione romana, espresse al Capo del Governo il timore che la pubblicazione del regolamento sui balilla avrebbe potuto creare ostacoli ai lavori sulla Conciliazione non ancora ufficialmente avviati. Mussolini ascoltò gli uni e gli altri e alla fine decise di procedere come concordato con i suoi collaboratori, cercando però, allo stesso tempo, di non dispiacere troppo all’autorità ecclesiastica: da un lato, diede disposizioni perché il procedimento legislativo andasse avanti secondo i tempi stabiliti, dall’altro iniziò una lunga e faticosa trattativa con la parte ecclesiastica al fine di giungere a un accomodamento su tale materia. Ma come andarono realmente le cose in quegli ultimi mesi del 1926?
In un incontro tra il p. Tacchi Venturi e Mussolini del 9 novembre, questi aveva detto al gesuita che era suo desiderio che i balilla fossero educati «cattolicamente». Ricordava inoltre che il suo attentatore di Bologna era un giovane balilla, il quale però «non frequentava la chiesa». A tale osservazione il p. Tacchi Venturi aveva risposto che era però necessario che nei quadri dell’organizzazione si desse ai sacerdoti spazio e autorità sufficiente per formare cristianamente i giovani. «L’on. Mussolini affermava che il sacerdote avrebbe dovuto avere in mano l’educazione religiosa e morale e gli altri solo la parte degli esercizi tecnici»[6]. Nel riferire il colloquio alla Segreteria di Stato, il gesuita aveva detto che sul problema degli esploratori cattolici sia Mussolini sia l’on. Giacomo Suardo, sottosegretario di Stato al Ministero dell’Interno, erano del parere che tali associazioni dovessero sparire, poiché l’attività svolta da essi — che reputavano di carattere paramilitare — sarebbe stata assorbita dalla nuova organizzazione giovanile.
Nella Segreteria di Stato tali parole erano state ascoltate con grande disappunto, e circa gli esploratori cattolici si era fatto notare al p. Tacchi Venturi, perché ne informasse il Duce, che essi facevano pienamente parte dell’Azione Cattolica e che la Santa Sede e l’episcopato avevano già preso posizione in favore della loro sopravvivenza. Quindi non era possibile tornare indietro su tale decisione. Inoltre, nei precedenti colloqui intercorsi nel mese di settembre tra l’autorità governativa e quella ecclesiastica, si era giunti a un accordo di massima su alcuni punti, in particolare si era stabilito che la Santa Sede avrebbe concesso l’istituzione di cappellani ai balilla, che era cosa più importante e impegnativa della semplice assistenza religiosa ordinaria, come la celebrazione della Messa domenicale e il catechismo, ma soltanto a due condizioni: «A. Che si lasciassero indisturbate le nostre organizzazioni. B. Che i cappellani avessero giurisdizione, autorità e che non fossero semplice lustro, e che ciò doveva risultare dal regolamento»[7]. Si disse inoltre che la direzione centrale dell’Azione Cattolica, sul problema degli scout,aveva messo a punto un progetto che si voleva portare all’attenzione del Capo del Governo, intendendo al più presto chiedere a questi un’udienza per discutere la delicata questione. In esso era detto che, se non si volevano considerare gli scout alla stregua dei balilla con tutti i privilegi legati a tale stato (borse di studio, riduzione ferroviarie), «almeno si riconoscessero come un’Organizzazione con scopi educativi e patriottici e quindi potessero avere almeno una parte degli aiuti. Circa poi l’assicurazione al Governo che gli esploratori avrebbero avuto una educazione intonata al sano spirito patriottico, si era pronti a dare al Governo ogni garanzia»[8].
Scontro tra Governo e Santa Sede sul regolamento dei balilla
Mussolini, prima che il regolamento fosse definitivamente approvato, fece trasmettere in Vaticano, attraverso il p. Tacchi Venturi, gli articoli del regolamento riguardanti i cappellani e le organizzazioni cattoliche. Il gesuita li portò alla Segreteria di Stato il 1° dicembre 1926 perché la competente autorità ecclesiastica ne prendesse visione. Mons. Pizzardo, al quale il mediatore si rivolse, rifiutò di accettarli, affermando che si era chiesto tutto il regolamento, affinché la Santa Sede potesse avere gli elementi per valutare la possibilità di concedere o meno quanto le veniva chiesto dal Governo. «Poiché il p. Tacchi Venturi — scrisse mons. Pizzardo in una memoria indirizzata al Papa — lodava gli articoli circa i cappellani, io feci osservare che ciò che riguardava gli Esploratori era gravissimo ed in assoluto contrasto con quanto era stato promesso a lui fin dal settembre scorso, e ripetutamente in seguito. Poiché non mi sembrava che egli si preoccupasse delle mie osservazioni, io restituii gli articoli dicendo che in quelle condizioni io non mi potevo compromettere ad accettarli»[9]. Il p. Tacchi Venturi si recò successivamente dal cardinale Gasparri, Segretario di Stato, al quale consegnò il testo degli articoli trasmessigli dal Governo.
È chiaro che su questa materia tra il gesuita e i prelati della Segreteria di Stato non c’era unità di vedute né di intenti, e ciò rendeva più difficile e in qualche modo anche più ambiguo il rapporto tra l’autorità ecclesiastica e quella civile. Il p. Tacchi Venturi giudicava positivamente la regolamentazione governativa sui cappellani da introdurre nell’Opera Nazionale Balilla. Egli riteneva che la Chiesa dovesse collaborare con il Governo fascista alla formazione morale e spirituale delle nuove generazioni, inculcando loro quei precetti comuni sia alla dottrina fascista, sia a quella cattolica, come i precetti di ordine, disciplina, lealtà ecc. Egli però sottovalutava due aspetti che per l’autorità ecclesiastica erano invece di primaria importanza: 1) Accettare quel regolamento significava riconoscere apertamente allo Stato fascista il diritto esclusivo sulla formazione morale e spirituale dei giovani, che invece l’autorità ecclesiastica riteneva fosse di pertinenza dei genitori, secondo il diritto naturale, e della Chiesa secondo il diritto divino. 2) Accettare tale regolamentazione significava, inoltre, che la Santa Sede dava la sua approvazione a un istituto, quello dei balilla, essenzialmente espressione dell’ideologia di un partito politico in materia di formazione dei giovani, per di più, su molti punti (come, ad esempio, la teoria dello Stato etico) non compatibile con la dottrina cattolica. In ogni caso l’autorità ecclesiastica preferiva non dare nessun avallo a tale operazione, mantenendosi quindi, almeno sul piano formale, totalmente estranea ad essa, vigilando, però, che non fossero violati o disconosciuti i suoi diritti in materia di formazione religiosa dei giovani.
Poiché il p. Tacchi Venturi, come si è detto, aveva sulla materia un punto di vista personale non interamente concordante con quello delle autorità vaticane, alla Segreteria di Stato si decise di inviare al più presto direttive precise al gesuita, affinché palesasse all’autorità governativa la mente della Santa Sede su tale delicata materia. La Nota per il p. Tacchi Venturi fu concordata insieme dal card. Gasparri, da mons. Pizzardo, da mons. Tardini e dal comm. Ciriaci (convocato appositamente in Vaticano). Essa affermava: «I criteri in base ai quali la Santa Sede avrebbe esaminato il regolamento suddetto furono […] esposti a S. E. l’on. Suardo nel colloquio che ebbe con lui la Paternità Vostra reverendissima insieme al comm. Ciriaci, e furono di comune accordo stabiliti alcuni punti fondamentali. Tra questi la Santa Sede ha fin da principio apertamente dichiarato che non avrebbe autorizzato la concessione di cappellani, se non a condizione che venissero rispettate e lasciate indisturbate le associazioni di Azione Cattolica, escludendo così qualunque forma di monopolio da parte dell’Opera dei Balilla come pure qualunque forma di controllo o di vigilanza dell’opera medesima sulle istituzioni giovanili cattoliche. Tali postulati sono apertamente contraddetti dagli artt. 29, 71 e 72 del regolamento amministrativo che V. P. mi ha presentato. Perciò la Santa Sede non può per ora in alcun modo impegnarsi a riguardo dei cappellani, tanto più che il giudizio definitivo non potrà essere formulato, se non dopo l’esame dell’intero testo del regolamento»[10].
Oltre a tale Nota, la Segreteria di Stato, sapendo che nei giorni successivi il testo sarebbe «andato in discussione», incaricò l’avv. Pacelli di inviare immediatamente una lettera a Mussolini chiedendogli di ritardare la discussione del regolamento applicativo della legge del 6 aprile, in modo che la Santa Sede potesse illustrare meglio al Capo del Governo il proprio punto di vista sull’intera questione[11]. Mussolini però ritenne opportuno procedere come precedentemente stabilito e, attraverso p. Tacchi Venturi, informò la Segreteria di Stato di tale sua decisione. In extremis in Segreteria di Stato fu allora redatto in tutta fretta un promemoria da trasmettere immediatamente a Mussolini, prima della discussione fissata per lunedì 6 dicembre. In tale promemoria sono indicate, sinteticamente, le condizioni minime affinché l’autorità ecclesiastica esamini la possibilità di concedere cappellani all’Opera Balilla; esse sono sintetizzate in tre punti:
«1. Togliere l’inciso al primo comma dell’art. 71 “Sotto il nome dei giovani Esploratori o Boy Scouts” perché dà l’impressione che l’articolo sia stato fatto proprio contro i nostri esploratori, i quali invece dovrebbero — secondo gli accordi presi — essere riconosciuti dall’Opera Nazionale […].
«2. La legge Balilla, e quindi il regolamento, secondo le precise dichiarazioni del capo del Governo […] non può riguardare le Associazioni Cattoliche (Circoli di gioventù cattolica, Oratori ecc.) dipendenti dalla Gerarchia Ecclesiastica. Ad evitare confusioni e inconvenienti occorre precisare tale punto in forma chiara.
«3. S. E. Suardo avvertì che non si poteva consentire la contemporanea esistenza di sezioni Balilla e di giovani esploratori in Comuni con popolazione inferiore a 3.000 anime, perché ciò avrebbe dato luogo a facili contrasti. Assicurò però che per i reparti esistenti di giovani esploratori si sarebbe di comune accordo esaminate le situazioni locali per decidersi il da farsi. Ora il regolamento porta la cifra da 3.000 a 10.000. È necessario insistere perché rimanga la cifra di 3.000»[12].
Podcast | INTELLIGENZE ARTIFICIALI E PERSONA UMANA
La nostra epoca sarà ricordata come quella della nascita delle intelligenze artificiali. Quella che stiamo vivendo non è altro che la fase iniziale di una rivoluzione informatica e tecnologica che ha lanciato l’intelligenza delle macchine. Qual è l’impatto sociale di queste nuove tecnologie e quali sono i rischi? A queste domande è dedicata una serie in 4 episodi di Ipertèsti, il podcast de La Civiltà Cattolica.
Le rimostranze dell’autorità ecclesiastica sortirono alla fine qualche effetto, sebbene inferiore a quello sperato: si ottenne poco, come era prevedibile, sulla questione degli esploratori cattolici — anzi si stabilì addirittura che tale associazione «non può istituire nuove formazioni od organizzazioni nei comuni inferiori a 20.000 abitanti, a meno che siano capoluoghi di provincia» —, ma fu concessa la garanzia che le associazioni che svolgevano attività prevalentemente religiose non avrebbero subìto nessuna forma di discriminazione o menomazione nelle loro attività. Anzi, come chiedeva il 2° punto del promemoria vaticano, ciò fu esplicitamente indicato nell’ultimo comma dell’articolo 71 del cosiddetto regolamento amministrativo, che fu così formulato: «Le disposizioni di cui sopra non riguardano le organizzazioni ed opere con finalità prevalentemente religiose». La Santa Sede attraverso l’avv. Pacelli fece chiedere all’autorità governativa quale fosse il significato preciso di tale nuova disposizione, che perfino il Consiglio di Stato giudicò troppo generica nella sua formulazione. «1. Si intendono con queste parole — chiedeva il cardinal Gasparri — tutte le opere che fanno parte dell’Azione Cattolica, giovani cattolici, universitari cattolici? 2. Gli Esploratori hanno finalità prevalentemente religiosa, almeno come le opere di cui sopra ed anche di più: perché sono esse sciolte per una buona metà di mille e più reparti?»[13].
A tali interpellanze il consigliere Barone rispose, facendosi portavoce della volontà di Mussolini: «Colle nuove disposizioni legi-slative e regolamentari sui balilla non si è inteso in alcun modo di contemplare l’attività dell’Azione Cattolica. Il Governo non è alieno dal riconoscere questa istituzione come una società di fatto, salvo precisare i limiti della sua attività nei confronti dello Stato». Circa poi la seconda domanda posta dal Segretario di Stato, Barone semplicemente rispose: «I giovani Esploratori non sono stati riconosciuti come istituzione di carattere prevalentemente religiosa e si enunciano le ragioni»[14]. Tali parole furono accolte in Vaticano con viva preoccupazione, tanto che il Papa minacciò di interrompere le trattative (ufficiose) sulla Conciliazione, le quali sembravano muoversi nella direzione giusta, tanto più che il re, Vittorio Emanuele III, aveva dato parere positivo per l’inizio delle trattative ufficiali. Mussolini, che non intendeva in questo momento così delicato incrinare eccessivamente il suo rapporto con la Santa Sede, fece dire in Vaticano che di fatto l’ultimo comma dell’art. 71 (che nel decreto legge divenne l’art. 2) poteva essere applicato alle associazioni di Azione Cattolica, alle quali garantiva quindi la tutela della legge: «Mussolini — annotava nel suo diario l’avv. Pacelli — prende conoscenza degli statuti di Azione Cattolica datigli da Barone e dice che le norme non si applicano ad esse e che esse possono essere riconosciute come società di fatto»[15]. Tale garanzia non era però ritenuta sufficiente dalla Santa Sede per una tutela piena delle associazioni di Azione Cattolica, che continuavano quindi a rimanere sottoposte all’arbitrio e alla benevolenza del Governo in carica: era chiaro in Vaticano che soltanto in sede di regolamentazione concordataria si poteva ottenere dall’autorità pubblica un riconoscimento pieno delle organizzazioni cattoliche. Meglio quindi puntare su un prossimo Concordato che iniziare con il Governo in carica trattative logoranti su tale materia che avrebbero condotto alla fine a risultati discutibili.
Pio XI e il regolamento dei balilla
Pio XI prese molto a cuore la questione dei balilla e non sottovalutò in nessun momento la pericolosità di questa nuova «Opera» sia per il futuro delle associazioni giovanili di Azione Cattolica, in particolare gli esploratori, sia riguardo alla formazione religiosa e morale delle nuove generazioni. Di fatto egli intervenne, in vario modo, per difendere le associazioni cattoliche minacciate e per condannare i frequenti atti di violenza e di intimidazione compiuti contro di esse dai fascisti, nonché per ottenere il rispetto degli accordi, spesso informali, stipulati con l’autorità pubblica su questa materia. Nell’allocuzione concistoriale del 20 dicembre 1926 egli disse in tono assai grave: «Sembra che un’oscura minaccia, confermata da tutta una nube di sospetti, ingerenze e difficoltà, si libri e stia sospesa sulle organizzazioni ed opere, massime giovanili, di Azione Cattolica, la pupilla degli occhi nostri», denunciando con queste parole ciò che negli ambienti governativi si stava preparando contro gli esploratori cattolici. Condannò poi la dottrina sulla concezione dello Stato etico pienamente accolta e divulgata dal regime, che non poteva essere accettata dalla Chiesa, perché contraria al suo magistero e al Vangelo.
Una settimana prima il Papa aveva fatto sapere a Mussolini, attraverso l’avv. Pacelli, che, se il regolamento sui balilla fosse stato approvato senza apportare modifiche sostanziali nella parte riguardante le associazioni cattoliche, cioè gli esploratori cattolici, e le altre concernenti la materia religiosa, egli si sarebbe trovato nella condizione di doverlo deprecare e condannare con una lettera da pubblicare su L’Osservatore Romano. Mussolini, per evitare ciò, fece immediatamente comunicare alla Segreteria di Stato, attraverso il consigliere Barone, che avrebbe sospeso l’approvazione del regolamento; in realtà disse questo soltanto a parole, mentre nei fatti tutto procedette come previsto. Pressato su tale punto dalla controparte, la quale era informata su quanto stava realmente accadendo, inviò a dire in Vaticano in tono seccato: «Che il Regolamento è stato inviato al Consiglio di Stato perché egli non può tollerare che lo Stato non possa far nulla senza prima mettersi d’accordo con la Chiesa»[16]. Da parte sua, la Segreteria di Stato vaticana, in questo breve periodo di tempo, cercò, per quanto le era possibile, di migliorare gli articoli che regolavano la materia religiosa e di ottenere maggiore tutela per le associazioni di Azione Cattolica. Alla fine Mussolini concesse qualcosa, senza però cedere sulla questione centrale degli esploratori; la Santa Sede ottenne la riformulazione dell’articolo 71 e l’aggiunta di un nuovo comma, secondo il quale l’autorità governativa si impegnava a non «toccare» le organizzazioni cattoliche che svolgono attività «prevalentemente religiose».
Dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 12 gennaio 1927 del decreto legge integrativo e del Regolamento tecnico-disciplinare applicativo della legge sull’Opera Nazionale Balilla del 3 aprile 1926 n. 2247 (indicati come R. Decreti Legge del 9 gennaio 1927, numeri 5 e 6), la Santa Sede, le cui richieste in tale materia erano state sostanzialmente respinte (o secondo un altro punto di vista accolte soltanto in parte), sentì il dovere morale di esprimere il proprio punto di vista su una materia che reputava di primaria importanza per la Chiesa, quella cioè della formazione spirituale e morale dei giovani. Pio XI, come Mussolini aveva previsto, preferì non rompere (come da più parti si temeva) le trattative per la Conciliazione già avviate, ma si limitò a pubblicare su L’Osservatore Romano una lunga lettera inviata al Segretario di Stato, card. Gasparri, il cui testo era stato preventivamente fatto conoscere al Capo del Governo[17]. Il Papa prima di censurare le parti della legislazione che riteneva non conformi al diritto della Chiesa, volle rassicurare l’autorità governativa, affermando apertamente di credere che nel redigere i testi l’intenzione sia stata di non ledere le prerogative della Chiesa e i diritti spirituali di un popolo cattolico come quello italiano. Anche se, continuava il Papa, tale intento non è stato ottenuto e i testi medesimi, «così come giacciono», giustificano quelle preoccupazioni che da tempo l’autorità ecclesiastica aveva pubblicamente denunciato. «Vogliamo anche subito soggiungere che ciò dicendo non intendiamo punto creare difficoltà al governo del Paese […], ma intendiamo innanzi tutto liberare le Nostre gravissime responsabilità davanti a Dio ed agli uomini»[18]. Passando a trattare dei limiti di tale nuova regolamentazione, Pio XI denunciava innanzitutto quelle norme che istituivano il cosiddetto «ispettore centrale», incaricato di sovrintendere all’assistenza religiosa (esercitata dai cappellani) dei giovani balilla e avanguardisti. Questa figura, secondo il Pontefice, è contraria alla legge della Chiesa, poiché tale istituzione «travalica i confini delle singole diocesi», sovrapponendosi ai diritti-doveri dei vescovi, i soli responsabili della formazione religiosa da impartirsi nel loro territorio[19].
Il punto più importante e significativo della lettera era però quello riguardante gli esploratori cattolici, di cui il Papa deplorava lo scioglimento nei Comuni con meno di 20.000 abitanti, e quindi oltre «la metà dei suoi mille e più reparti». Circa questi ultimi Pio XI, facendo riferimento all’esempio biblico del re Davide quando disse: «Se dobbiamo morire, sia per mano vostra o Signore, piuttosto che per mano degli uomini», dispose che venissero sciolti per ordine pontificio a partire dalla data della presente lettera. «Sa e vede il buon Dio quanta pena costi al Nostro cuore paterno una tale disposizione, anche solo pensando alla pena ed ai sacrifici che il conformarsi ad essa non può a meno di costare al cuore di tanti cari e prediletti figli»[20]. Tale decisione, continuava il Pontefice, risparmierà ad altri la non grata funzione di sciogliere o di far sciogliere «tanti reparti di buoni e pacifici Giovani Esploratori, dei quali tante buone piccole popolazioni si compiacevano come di particolare e caro ornamento». Quanto invece ai reparti di esploratori cattolici che la nuova regolamentazione non assoggettava a scioglimento, scrisse: «Siamo venuti alla deliberazione di lasciar loro ogni libertà di valersi della legge, a tale scopo dichiarandoli, come fin d’ora li dichiariamo, pienamente autonomi e vogliamo dire liberi da ogni riguardo e vincolo di solidarietà collettiva e, diciamo così, ufficiale colle rimanenti organizzazioni di Azione Cattolica; liberi anche si intende di chiamarsi Esploratori cattolici»[21]: denominazione che egli preferiva a quella più comune di scout, «anche per amore della lingua materna».
In tal modo il Papa affermava che le associazioni degli esploratori non avrebbero fatto più parte dell’Azione Cattolica, tanto più che per alcuni aspetti sarebbero stati assoggettati alla disciplina prevista per i balilla (come per esempio portare nel proprio distintivo l’iscrizione ONB). Ora questa organizzazione, per quanto dichiarata nazionale, «è indubbiamente nella corrente di un partito politico, come traspare da tutto il Regolamento e più evidentemente da alcuni articoli di esso», mentre al contrario l’Azione Cattolica intende mantenersi al di fuori e al di sopra di ogni partito politico. In questo modo però, come è stato rilevato in sede storica, il Papa permetteva che alcune associazioni considerate pienamente cattoliche, come gli esploratori, entrassero a far parte dell’organizzazione giovanile fascista[22]. Ciò per molti equivaleva a un sostanziale assenso prestato dall’autorità ecclesiastica alla nuova regolamentazione sull’Opera Nazionale. Di fatto la stampa fascista divulgò anche a livello popolare tale interpretazione: La Tribuna del 26 gennaio scrisse che la lettera papale era stata accolta dagli ambienti governativi con perfetta calma e comprensibile compiacimento, e proseguiva: «I cattolici italiani, meditando sulle parole del pontefice, si convinceranno che nella leale accettazione del fatto compiuto, raccomandata dal Pontefice stesso, v’è l’esplicito riconoscimento che il governo fascista — applicando la legge balilla — non ha voluto instaurare un monopolio politico, ma dare alle nuove generazioni una educazione integrale»[23].
Sulla questione intervenne subito dopo La Civiltà Cattolica (e con essa anche altri organi cattolici) allo scopo di precisare con opportuni distinguo il punto di vista della Santa Sede sulla materia. In ogni caso tali fraintendimenti, creati ad arte dalla propaganda del regime, resero col tempo sempre più difficile la posizione degli esploratori cattolici all’interno del nuovo sistema educativo, e più debole e meno significativa la loro difesa da parte della Santa Sede, in quanto non più coperti dall’ombrello protettivo dell’Azione Cattolica. Alla fine le pretese totalitarie del regime in materia di formazione delle nuove leve fasciste ebbero il sopravvento su ogni altro tipo di considerazioni e di remora, finendo anche per travolgere ciò che restava degli esploratori, che erano andati col tempo diminuendo di numero e anche di prestigio nelle comunità parrocchiali.
Infine, resta da chiedersi come mai Pio XI, Papa battagliero e difensore dell’autonomia e dell’indipendenza della Chiesa, abbia tollerato e, in qualche misura, permesso lo scioglimento degli esploratori cattolici, come anche, subito dopo, quello della federazione delle associazioni sportive cattoliche, nonché l’assorbimento dei sindacati e delle cooperative cattoliche nelle confederazioni fasciste del lavoro: associazioni queste che in un recente passato erano state il fulcro dell’attività della Chiesa in ambito sociale, secondo lo spirito della Rerum novarum. Ciò, a nostro avviso, fu permesso non perché egli credesse nella funzione guida dello Stato totalitario in ambito sociale, politico o economico, ma perché desiderava ottenere dall’autorità pubblica uno statuto, concordato pariteticamente, che difendesse la libertà e i diritti della Chiesa in Italia. Da questo accordo il Papa, come sappiamo, si aspettava non soltanto la soluzione della questione romana, che avrebbe giovato tanto alla Chiesa quanto al regime (interessato a promuovere e a legittimare la sua immagine pubblica), ma anche la soluzione, attraverso lo strumento concordatario, delle maggiori questioni di natura religiosa — ma anche di politica ecclesiastica — che più di una volta nel recente passato erano state oggetto di contrapposizione tra le due autorità. Tra queste, una delle principali, riguardava la tutela piena ed effettiva delle associazioni cattoliche, in particolare quelle di Azione Cattolica, che il Papa in più di un’occasione aveva definito, «la pupilla dei nostri occhi».
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[1] I ragazzi dagli otto ai 14 anni erano inquadrati nelle formazioni dei balilla, quelli dai 14 ai 18 anni facevano parte degli avanguardisti. All’inizio l’Opera ebbe una composizione esclusivamente maschile, dato il carattere paramilitare della sua attività, mentre a partire dal 1929 furono istituiti anche i reparti femminili con divisione interna simile a quelli maschili, chiamati piccole italiane e giovani italiane. Cfr A. Gibelli, «Opera Nazionale Balilla», in Dizionario del fascismo, Torino, Einaudi, 2002, 268.
[2] ARCHIVIO SEGRETO VATICANO (ASV-AAEESS), Italia, 101, 667, 9.
[3] L’Opera Nazionale Balilla era un ente statale inizialmente alle dirette dipendenze di Mussolini, poi del Ministero della Pubblica Istruzione (divenuto Ministero dell’Educazione Nazionale nel 1929), all’interno del quale fu istituito un apposito sottosegretariato per l’Educazione fisica e giovanile; capo dell’ufficio fu nominato lo squadrista carrarese R. Ricci, responsabile dell’Opera fin dalla sua fondazione. Sull’Opera Balilla segnaliamo: M. Addis Saba, Gioventù italiana del littorio: la stampa dei giovani nella guerra fascista, Milano, Feltrinelli, 1973; C. Betti, L’Opera Nazionale Balilla e l’educazione fascista, Firenze, La Nuova Italia, 1987; P. Bartoli – C. Pasquini Romizi – R. Romizi, L’organizzazione del consenso nel regime fascista. L’Opera Nazionale Balilla come istituzione di controllo sociale, Perugia, Istituto di etnologia e antropologia culturale dell’Università degli studi, 1983; B. Wanrooij, «The Rise and Fall of Fascism as arational Revolt», in Journal of Contemporary History, 1987, n. 22; C. Galeotti, Mussolini ha sempre ragione. I decaloghi del fascismo, Milano, Garzanti, 2000.
[4] Cfr E. Gentile, Le religioni della politica. Fra democrazia e totalitarismi, Roma – Bari, Laterza, 2001.
[5] R. de Felice, Mussolini il fascista, vol. II, Torino, Einaudi, 1968, 400.
[6] ASV-AAEESS, Italia, 101, 667, 69. Il documento è una relazione redatta da mons. Pizzardo, sostituto della Segreteria di Stato, e riporta un suo colloquio con il p. Tacchi Venturi.
[7] Ivi.
[8] Ivi.
[9] Ivi, 84. Il documento è datato 7 dicembre 1926.
[10] Ivi, 73.
[11] Cfr F. PACELLI, Diario della Conciliazione, a cura di M. Maccarrone, Città del Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 1959, 30 s.
[12] ASV- AAEESS, Italia, 101, 667, 87.
[13] F. PACELLI, Diario della Conciliazione, cit., 51
[14] Ivi, 52.
[15] Ivi, 53.
[16] Ivi, 39.
[17] Cfr ivi, 56.
[18] «Lettera del Santo Padre all’E.mo Cardinale Segretario di Stato», in Civ. Catt. 1927 I 193.
[19] Trattando di questa materia in altra parte, il Papa ammoniva che sarebbe stato sufficiente che il decreto facesse riferimento alla giurisdizione ordinaria dei vescovi in tale materia («Ci parve che basterebbe un cenno esegetico del Regolamento per rinviare i dirigenti dell’Opera Nazionale Balilla ai rispettivi vescovi») perché gli ostacoli di natura «canonica» fossero superati; così invece purtroppo non si è fatto. «Non vogliamo neppure escludere — scriveva il Papa a questo proposito — che, mutate le circostanze, il tempo, l’esperienza, la buona volontà possano rendere possibili provvedimenti anche migliori» (ivi, 197).
[20] Ivi, 195.
[21] Ivi, 196.
[22] Cfr L. SALVATORELLI – G. MIRA, Storia d’Italia nel periodo della Conciliazione, Torino, Einaudi, 1956, 440.
[23] «Non monopolio politico, ma educazione integrale», in La Tribuna, 26 gennaio 1927.