Di solito i racconti biblici sono letti come narrazioni scritte dal punto di vista degli uomini, mentre i ruoli principali sono assegnati a protagonisti di sesso maschile: patriarchi, giudici, re, profeti. In realtà, il genio femminile è presente in maniera creativa nelle pagine della Scrittura che non narrano solamente una storia patriarcale. Nei momenti decisivi del racconto biblico sono le donne a fare la differenza, intervenendo per sciogliere i nodi lungo il cammino della storia della salvezza.
In particolare, ci focalizzeremo sulla figura di tre donne bibliche che rivestono un ruolo cruciale all’interno dell’arco narrativo dei due Testamenti, situandosi nei passaggi risolutivi da una generazione all’altra o imprimendo un cambiamento qualitativo nel percorso di uno dei protagonisti. Queste donne sono Rebecca e Betsabea nell’Antico Testamento e la donna siro-fenicia nei Vangeli.
Rebecca, una matriarca tra i due figli
«Isacco era vecchio e gli occhi gli si erano così indeboliti che non ci vedeva più. Chiamò il figlio maggiore, Esaù, e gli disse: “Figlio mio”. Gli rispose: “Eccomi”» (Gen 27,1). Il racconto di Gen 27 pone al centro il passaggio della benedizione da Isacco a uno dei suoi figli in una chiara successione generazionale da un patriarca all’altro. Isacco è ormai avanti con gli anni e malato, la sua volontà è quella di dare la sua benedizione al figlio più grande, Esaù, il figlio da lui amato per via della cacciagione che gli procurava (cfr Gen 25,28).
In questo contesto, è la figura di Rebecca a emergere come protagonista indiscussa del racconto[1]. Da dietro le quinte, ella tesse le fila per condurre gli eventi dove vuole; in modo determinato e con grande maestria la matriarca sembra muovere tutti gli altri personaggi come pedine sulla scacchiera[2]. Dopo aver ascoltato il dialogo tra Isacco e il figlio maggiore, intuita la gravità del momento, interviene con astuzia e, mentre Esaù si trova a caccia per conto del padre, convoca il figlio Giacobbe per favorire quest’ultimo come erede della benedizione.
Fa eseguire a lui il proprio piano — «Ora, figlio mio, da’ retta a quel che ti ordino» (Gen 27,8) —, anche davanti alle esitazioni e alle paure di Giacobbe. Il figlio minore fingerà di essere il villoso Esaù, indossando i suoi vestiti e rivestendosi di pelli di capretti, per carpire all’anziano Isacco la benedizione che spettava al fratello maggiore.
Rebecca inganna il vecchio marito, confondendo i suoi deboli sensi e prendendolo per la gola, preparando ella
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