Angry man screaming in extreme rage (iStock/dundanim)

L’ODIO, UN SENTIMENTO COMPLESSO E POTENTE

Quaderno 3976

pag. 349 - 362

Anno 2016

Volume I

27 Febbraio 2016
Voiced by Amazon Polly

Un tema sempre attuale

L’odio è un tema costantemente al centro dell’attenzione della vita umana, sia individuale sia collettiva. Anche nelle società apparentemente evolute e civilizzate del XXI secolo un tale sentimento, oltre ad avere una notevole diffusione, gode di un grande interesse e attenzione nella vita ordinaria, dallo sport ai luoghi di ritrovo, alle appartenenze sociali, alla politica internazionale, come pure a livello domestico, dove esso si manifesta in maniera tanto silenziosa quanto tragica. Secondo i dati forniti dall’Eures (European Commission), nel 2013, in Italia sono state uccise 179 donne, con un aumento del 14% rispetto alle vittime del 2012 (157): in pratica, un omicidio ogni due giorni. Come l’amore, l’odio conosce sfumature e gradi differenti: può essere fastidio, contrarietà, avversione, insofferenza, fino a manifestare tutta la sua potenziale distruttività. Può inoltre caratterizzare gruppi, famiglie e clan, uniti dall’avversione verso qualcosa o qualcuno, e a ciò possono aggiungersi motivazioni culturali, razziali, religiose, nazionali, storiche.

Per questo è di notevole importanza studiare e conoscere maggiormente le dinamiche legate a questo sentimento, in modo da individuarne le possibili radici e le modalità per contenerne la portata distruttiva.

Che cosa significa odiare?

L’Enciclopedia Treccani definisce l’odio «un sentimento di forte e persistente avversione, per cui si desidera il male o la rovina altrui; più genericamente, sentimento di profonda ostilità e antipatia»[1]. La potenza rilevante di questo sentimento è dovuta al fatto che non si ha a che fare con una emozione primaria, ma piuttosto con una miscela variegata di sentimenti e atteggiamenti, frutto della personalità, della storia e delle relazioni significative del soggetto.

Si possono rilevare alcune caratteristiche peculiari dell’odio: la negazione dell’intimità, la passione, il coinvolgimento e la potenza della decisione[2]. A seconda della prevalenza e delle possibili combinazioni o compresenze di questi aspetti, ne conseguono differenti manifestazioni.

L’odio può essere freddo, programmato nella sua attuazione, come avviene ad esempio nella modalità persecutoria degli stalker, negli atti di terrorismo meticolosamente pianificati, nelle vendette consumate lentamente a distanza di anni; oppure può essere espresso in maniera emotiva, immediata, specie se unito all’ira, con cui presenta rassomiglianze e differenze, pur sapendo che, trattandosi di sentimenti, non è possibile operare una separazione netta.

L’ira, come l’odio, nasce da una tristezza presente nell’animo per un danno subìto o per la perdita di un bene ritenuto importante per la propria stima, da cui emerge la volontà di intervenire sulla situazione per cambiarla a proprio favore[3]. Essendo animata da una richiesta di giustizia, l’ira si differenzia tuttavia dall’odio, perché è concreta e individuale, legata a una persona o ad un avvenimento preciso; l’odio invece è generalizzato, rivolto a un’intera classe sociale o categoria di persone. Inoltre, l’ira esprime un dolore occasionale, che con il tempo tende a scomparire, cosa che invece non accade nell’odio, che è sommario, globale; manca in esso la capacità di valutazione e ponderazione propria della ragione; chi ne è succube tende ad essere unilaterale, incapace di differenziare, mentre l’ira «si rivolge sempre al singolare concreto»[4].

Va anche ricordato che l’ira ha di mira la giustizia e la riparazione di un torto subìto, mentre l’unico oggetto bramato dall’odio è la distruzione del nemico simpliciter; vi è dunque un aspetto di bene bramato dall’ira che non si trova nell’odio. Per questo, a differenza di quest’ultimo, l’ira può conseguire un bene, «se codesto volere sottostà al comando della ragione»[5].

Un’altra differenza tra ira e odio è data dalle loro rispettive modalità di espressione e soprattutto dal loro termine finale. L’ira è impetuosa e appariscente, tuttavia si arresta una volta che ha ottenuto giustizia e la riparazione del danno subìto. L’odio invece non conosce la pietà e, anche una volta annientato il suo oggetto, non sembra affatto trovare pace; esso piuttosto cresce con il tempo fino a diventare l’unica modalità di valutazione e azione, e termina soltanto con la distruzione di colui che lo coltiva[6].

L’ira può comunque essere alla base dell’odio, nel momento in cui degenera e perde la misura e il controllo («odio non è altro se non ira invecchiata», notava Brunetto Latini), per cui diventa più difficile riconoscerne la gravità e pentirsene[7]. Anche per Agostino l’odio è piuttosto una modalità degenerata dell’ira, la sua forma più incontrollata e distruttiva; per questo egli mette in guardia «affinché l’ira non diventi odio, e di una pagliuzza non se ne faccia una trave, rendendo l’anima omicida»[8].

Oggetto dell’odio possono essere le capacità e le eccellenze altrui quando vengono percepite come una minaccia alla propria dignità e al senso di sé. La stessa bellezza può essere considerata offensiva per chi se ne ritiene privo. Questa dinamica è stata espressa in maniera eloquente dal romanzo Il padiglione d’oro di Yukio Mishima, il cui protagonista, un monaco storpio, si sente oppresso dalla vista di una bellissima pagoda a tal punto da decidere di distruggerla dandole fuoco.

Il racconto, tratto da un episodio realmente accaduto, mostra anche il legame altrettanto forte tra l’odio e l’invidia. Ciò che le accomuna è la ricerca del male dell’altro: nel caso dell’invidia, si vuole la distruzione di un particolare bene che fa sentire inferiori o inadeguati, mentre l’odio tende alla distruzione totale. Entrambi i vizi hanno perso di vista un bene da raggiungere, e per questo presentano una malizia maggiore rispetto all’ira: «L’ira fa parte di quei peccati che desiderano il male del prossimo, insieme all’invidia e all’odio: mentre però chi odia brama il male di una persona direttamente in quanto male, e l’invidioso lo brama per il desiderio della propria gloria, l’adirato vuole il male altrui sotto l’aspetto di giusta vendetta. Da ciò risulta evidente che l’odio è più grave dell’invidia, e l’invidia è più grave dell’ira: perché desiderare il male sotto l’aspetto di male è peggio che desiderarlo sotto l’aspetto di bene; e desiderare il male in quanto bene esterno, ossia come l’onore e la gloria, è peggio che desiderarlo sotto l’aspetto della rettitudine della giustizia»[9].

L’odio come sentimento derivato

L’odio è dunque legato a una valutazione della cosa o dell’altro intesi in termini nocivi, come un possibile pericolo per il bene del soggetto[10]. A tale valutazione, come si è visto, può concorrere l’ira, nel momento in cui il bene dell’altro è ritenuto come «rubato» a se stessi — dunque in termini di una ingiustizia subita —, ma anche la paura che l’altro possa costituire una minaccia per la propria incolumità. Questa caratteristica è stata ampiamente utilizzata in sede politica.

A motivo di tale compresenza di timore e rancore, l’odio può essere instillato in altri, a livello individuale o di massa; ciò lo differenza dall’antipatia o dalla repulsione, che hanno piuttosto un carattere emotivo. Esse possono diventare odio quando sono accompagnate da un giudizio sull’entità di ciò che si avversa, considerato in maniera unilaterale, come male in se stesso.

Ciò spiega non solo la potenza, ma anche la falsità dell’odio, perché ogni cosa, per il fatto di esistere, è sempre un bene: essere e bene sono sinonimi. Un male totale distruggerebbe se stesso, cessando di esistere, il che è in fondo proprio ciò a cui mira l’odio, la distruzione come scopo di vita: distruzione dell’altro come di se stesso, rendendo impossibile la vita[11].

La priorità «ontologica» del bene sul male dice anche che l’amore è alla base dell’odio; la ragione della sua sofferenza è di essere un amore disatteso[12]. Per questo motivo il vero contrario dell’odio non è l’amore, ma l’indifferenza, la morte dell’intimità (il primo elemento rilevato da Sternberg). In secondo luogo, l’odio, in quanto amore degenerato, è inferiore ad esso in quanto a potenza, autonomia ed efficacia, anche se, a motivo del dolore che lo abita, ha in sé una grande portata distruttiva. È il medesimo motivo per cui il male fa più notizia del bene, richiama maggiormente l’attenzione, mentre il bene è discreto, nascosto, legato alla silenziosità dell’essere. Come recita un aforisma attributo a Lao Tzu: «Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce». In questo «rumore» risiede anche la gravità dell’odio in sede morale, perché esso «porta il disordine nella volontà, che è la parte principale dell’uomo», sede della decisione e dell’azione; e non a caso esso è uno degli ostacoli più forti nel processo del perdono[13].

L’affinità tra odio e amore evidenzia la loro caratteristica essenzialmente relazionale, intima e coinvolgente, che è l’aspetto più rilevante di un sentimento. È anche per questo che l’odio non può mai essere oggettivo: esso è sempre il frutto di una rielaborazione personale, legata alla storia vissuta con quel soggetto in quella particolare situazione, ma deformata dalla sofferenza e dal rancore: «Poiché ogni partner elabora una storia in base alla sua prospettiva, le storie che risultano spesso non coincidono e si modificano continuamente in rapporto allo svolgersi degli avvenimenti. Va poi considerato che, proprio perché tali storie costituiscono la “realtà” di una relazione (sia essa di amore o di odio), non vi può essere al riguardo alcuna “verità obiettiva”; ciò significa, in altre parole, che possiamo conoscere la relazione che abbiamo con il nostro partner solo tramite la storia che elaboriamo a proposito di essa»[14].

Le rappresentazioni legate all’odio tendono a essere unilaterali, dividono la narrazione in valutazioni nette e opposte, in termini di buono/cattivo, giusto/sbagliato. L’incapacità, in sede di giudizio, di cogliere le possibili sfumature (che caratterizzano ogni persona e accadimento) e di entrare nella complessità si traduce in un approccio alla realtà in termini di splitting, di separazione netta tra il bene e il male, considerando l’offensore come totalmente cattivo (all bad), senza riconoscere possibili attenuanti o la presenza di altri elementi. In tal modo l’altro viene svalutato fino a diventare non umano, un «mostro» indegno di vivere. Da qui la falsità di tale narrazione. Quanto più invece si entra nella complessità, tanto più difficile diventa odiare.

L’odio come menzogna e punizione di sé

La delusione che porta a odiare e il compiacimento di trovarvi una forma di soddisfazione dicono come l’odio possa diventare una vera ragione di vita, al punto da sacrificare per esso ciò che si ha di più caro, anche se stessi. L’odio cresce per una sorta di autocombustione distruttiva, che non si spegne se vi si dà corso, e provoca un piacere maligno. La sua forza è anche la sua debolezza, perché, come si è notato, esso si basa su una menzogna, su una distorsione valutativa: la considerazione dell’altro in termini di male assoluto, rifuggendo la complessità e quindi la sua effettiva realtà. Smontare questa costruzione illusoria è uno degli antidoti più efficaci nei confronti dell’odio.

Un’altra menzogna ricorrente è di ritenere che, diversamente dall’amore, l’odio consenta di prendere le distanze dalla sofferenza. In realtà esso, distruggendo il bene, corrode interiormente chi lo coltiva, rendendolo prigioniero di ricordi esasperati che si ingigantiscono con il tempo, fino a diventare una ossessione che non dà pace. La frustrazione provocata da questo vuoto genera ulteriore sofferenza, che a sua volta incrementa l’amarezza e la voglia di rivalsa. Da qui il circolo vizioso che caratterizza l’odio, e l’attrazione che esso suscita: «L’odio incatena l’individuo all’oggetto, così che, anche quando quest’ultimo muore, le catene restano. Il risultato ricorda quei prigionieri in “segregazione amministrativa” (quello che si chiamava isolamento o cella di rigore) che portavano le catene ovunque andassero e avevano poi un’andatura strana, trascinata, anche quando non erano più legati»[15].

L’odio diventa così un automatismo che vive di vita propria e continua a operare anche quando il suo oggetto non esiste più. Esso spegne il futuro, rendendolo una fotocopia del presente, eliminando così, insieme al futuro, anche la speranza di un possibile cambiamento. Un gesuita ricorda a questo proposito che una signora gli aveva confidato di aver tolto per sempre il saluto a suo figlio a causa di una grave mancanza; da allora erano trascorsi più di vent’anni senza che essa avesse mutato atteggiamento. Alla richiesta di specificare di cosa si fosse trattato, la donna rispose con sconcertante candore: «Padre, a dire il vero, nemmeno me lo ricordo più!».

La riflessione psicologica

L’odio non ha ricevuto grande attenzione da parte delle discipline psicologiche e sociali fino a tempi recenti. Esso diviene sempre più oggetto di studio a motivo della sua crescente visibilità, soprattutto in relazione ai genocidi e al terrorismo che si sono imposti come le tristi novità del secolo XX, ma anche per la strana duplicità che caratterizza tali avvenimenti. Essi infatti, in linea con quanto notato sopra, suscitano nello stesso tempo attrazione e repulsione: se ne prendono con orrore le distanze e nello stesso tempo si presta ad essi un interesse morboso. Questa polarità d’altronde è ben nota a coloro che si occupano di comunicazione. L’ipotesi che tali fenomeni siano più rilevanti solo perché oggi sembrano avere maggiore diffusione di un tempo non sembra essere del tutto persuasiva. E anche in tal caso, resta da spiegare perché questo tipo d’informazione abbia così tanta risonanza e interesse[16].

Per la psicanalisi, odio e amore sono compresenti. Freud concepisce l’odio come il tentativo dell’io di vivere in maniera indipendente da tutto, rifiutando ciò che gli si presenta come possibile ostacolo. È il frutto del narcisismo di base, che, con il trascorrere del tempo, per sopravvivere deve scendere a compromessi con l’esterno[17].

Questa situazione di primitività — ma non di originarietà, come si notava — dell’odio è confermata dal fatto che si manifesta nel bambino sin dalla più tenera età. Per M. Klein, questo sentimento è parte delle pulsioni di morte che sorgono quando il bambino rimane deluso dalle sue aspettative più forti, in particolare essere nutrito e accudito dalla madre, come un oggetto sempre a sua disposizione[18].

Winnicott a sua volta lo inserisce nello sviluppo della relazione madre/bambino: l’odio esprime la lotta e la tensione che caratterizzano la fase di elaborazione dell’«oggetto transizionale». In pratica, il passaggio dalla tendenza onnipotente (il ritenersi il centro di tutto) alla necessità di limitarsi e fare così esperienza della realtà[19]. Per A. Adler, l’odio ha invece un carattere prettamente sociale: è un aspetto della «volontà di potenza», un termine che lo studioso riprende da Nietzsche, e che si afferma nella conflittualità della vita sociale[20]. C. Jung lo ritiene primitivo come l’amore e compresente nella divinità: un concetto che non viene mai propriamente distinto dalle caratteristiche della psiche umana[21].

Sotto il profilo dello stile di personalità, è stato notato come gli atteggiamenti legati all’odio rivelino una scarsa stima di sé: con esso in pratica si tende a compensare l’incapacità di affrontare l’altro nella sua diversità, considerandolo come una minaccia. Per questo l’odio tende ad attecchire maggiormente nella personalità narcisista, specialmente nella sua modalità «maligna», caratterizzata da una concezione grandiosa di sé insieme a una forte aggressività nei confronti di possibili rivali. Da qui la tendenza a respingere in blocco il mondo, considerato in termini di male e di nemico[22].

Dal punto di vista della psicologia dello sviluppo, l’odio, qualora divenga un sentimento centrale, manifesta alcune caratteristiche peculiari, proprie di una carenza circa l’integrità della psiche. Si ricordavano sopra alcune di queste modalità, come lo splitting, la svalutazione massiva dell’altro, la proiezione, con cui si nega la presenza in sé di sentimenti e aspetti inaccettabili attribuendoli all’altro, che viene per questo rifiutato. In tal modo, distruggendo l’altro, anche quella parte viene eliminata.

Queste modalità di lettura appartengono alle cosiddette «difese di tipo primitivo», delle operazioni messe in atto dal soggetto per fronteggiare situazioni che possono attentare alla salute e all’integrità dell’Io. Con il termine «primitivo» si intende l’appartenenza al primo stadio dello sviluppo psichico, caratterizzato dall’incapacità di controllare gli impulsi, di manifestare un umore stabile, da mancanza di senso della realtà e dall’incapacità di cogliere la complessità di una situazione. Le difese di questo tipo sono perciò sommarie, globali, e per lo più preda di un’emotività incontrollata[23]. Qualora sperimenti l’inefficacia a fronteggiare e gestire una situazione minacciosa, il soggetto regredisce a stadi più primitivi dello sviluppo, sempre più inadeguati a gestire la complessità della situazione. Quando anche tali difese si rivelano inefficaci, il soggetto si trova sommerso dalla problematica e precipita nella psicosi.

La dimensione culturale dell’odio

L’odio esprime le sue maggiori potenzialità distruttive non a livello pulsionale (piuttosto breve, anche se intenso), ma soprattutto a livello culturale, quando viene sistematicamente coltivato, instillato, fino a rimanere impresso nell’immaginario collettivo. In tale contesto, la distruzione viene presentata come un valore da raggiungere, attraverso una lotta, difficile ma necessaria, per il bene comune. È quella che viene chiamata la «dimensione idealistica dell’odio». Le ideologie, le «utopie assassine», come recitava il titolo di un libro di P. Yathay a proposito della Cambogia di Pol Pot, sono alla base della maggior parte degli stermini compiuti nella storia. Ciò che li accomuna è la giustificazione della distruzione, intesa come il prezzo da pagare per affrettare la realizzazione della società perfetta, il «regno della virtù» (come nel corso della Rivoluzione francese), o «la società senza classi» di marxiana memoria. «La virtù, senza la quale il terrore è funesto; il terrore, senza il quale la virtù è impotente»: con queste parole Robespierre giustificava la necessità di inasprire il Terrore, nonostante la sopraggiunta situazione di stabilità sociale e politica della Francia[24]. L’odio assurto a ideale diventa così una valanga inarrestabile, che finisce per divorare i suoi stessi figli.

Un’altra caratteristica culturale dell’odio, che forse è anche all’origine della sua attrattiva, è di essere una manifestazione di potere, a rivalsa per i torti subiti, ma anche di illusione di possedere l’altro. Se non è possibile obbligare qualcuno ad amare, lo si può indurre a odiare. L’amore è gratuito, rispettoso della libertà, non programmabile, mentre si può suscitare l’odio deliberatamente, lo si può pianificare mediante regole precise e ricorrenti.

  1. Sternberg evidenzia cinque passi in particolare che scandiscono la modalità con cui tale sentimento può essere instillato da un leader nel gruppo di appartenenza: 1) identificare un obiettivo da odiare; 2) mostrare come esso abbia provocato dei danni al gruppo (o alla nazione intera); 3) mostrarne la presenza e 4) l’azione che sta conducendo contro il gruppo; 5) notare i successi da esso compiuti. Le fasi della pianificazione e la loro crescente pubblicità registrano un corrispondente aumento della paura e dell’odio nei confronti del bersaglio designato[25].
  2. Girard chiama questa deriva violenta e incontrollata «il capro espiatorio», un termine preso dalla fenomenologia della religione e da lui applicato alla vita sociale. Il capro espiatorio è chiamato a prendere su di sé la colpa per ciò che non va, a farsi carico della frustrazione e aggressività del gruppo, o di una società, che trova in esso una modalità di «scarica», di allentamento della tensione: è una sorta di parafulmine del disagio e delle calamità occorse.
  3. Manzoni ha dedicato pagine celebri a questo tema, presentando la figura dell’untore, responsabile di aver deliberatamente introdotto la peste a Milano. Si trattava di una diceria, come la chiacchiera di Heidegger, tanto falsa quanto facile a diffondersi, specie se, come nel caso della peste, la situazione diviene sempre più difficile da affrontare; essa è il frutto, precisa il nostro romanziere, dell’incapacità di esercitare il pensiero critico[26]. Quanto più la credenza viene espressa da un gruppo consistente, tanto meno il singolo riesce a percepire la gravità e la responsabilità della violenza commessa, se non a prezzo di una — non facile né immediata — presa di distanza e dell’esercizio dello spirito critico[27]. Il capro espiatorio è un meccanismo di espressione e insieme di giustificazione delle derive irrazionali, della violenza e del male presenti in ciascuno, che trova una forma di catarsi, diventa sacrificio di qualcosa o di qualcuno, senza avvertirne la gravità[28].

Tali passaggi hanno caratterizzato la gran parte dei tragici eventi degli ultimi due secoli. Per ragioni di brevità, ci limitiamo a evidenziarne uno, assurto improvvisamente alla cronaca per poi essere altrettanto rapidamente dimenticato.

Un esempio: il Ruanda

Nel genocidio che nel corso di due soli mesi (aprile/maggio 1994) fece in Ruanda un milione di morti si possono riconoscere precisi elementi culturali e politici, messi in atto in particolare dall’emittente Radio Mille Colline (chiamata anche «Radio machete»), che andò in onda dall’8 luglio 1993 al 31 luglio 1994, diventando da subito il mezzo di comunicazione più potente e ascoltato nel Paese. Durante quei mesi le trasmissioni, curate soprattutto dal direttore generale Félicien Kabuga (tuttora in libertà), in una escalation crescente e indisturbata, incitarono la popolazione hutu a distruggere la minoranza tutsi, responsabile dei mali e delle ingiustizie del Paese. Da quella radio partì il segnale ufficiale di inizio del massacro; in seguito essa indicò meticolosamente le abitazioni in cui avrebbero potuto trovare rifugio i tutsi, fornì il numero delle targhe e del tipo di automobili impiegate per scappare, e intimò di completare il lavoro di pulizia anche nei confronti di coloro che avevano offerto aiuto e protezione.

Le stragi sono state consumate in brevissimo tempo, perché erano state accuratamente preparate: «Le Far (Forze Armate Ruandesi) avevano cominciato fin dal 1990 a rifornirsi di costose armi leggere e pesanti, utilizzando finanziamenti di origine francese, che venivano rimborsati con esportazione di tè raccolto dalle piantagioni di Mulindi. Gran parte delle armi giungevano in Ruanda passando per lo Zaire. Il Sud Africa fornì 30.000 granate, 5.000 fucili mitragliatori e una grande quantità di munizioni, per un valore di quasi sei milioni di dollari; la Cina una quantità imprecisata di machetes; dalla Francia pare siano giunti missili terra-aria. Il Governo francese fornì aiuti per istruire la Guardia Presidenziale, l’esercito regolare, la polizia e gli interahamve (i reparti più estremisti della Coalizione per la Difesa della Repubblica). Alcuni ufficiali ruandesi avevano frequentato scuole militari negli Stati Uniti»[29].

Il ruolo di chi sta a guardare

Un altro aspetto notevole nella diffusione dell’odio, rilevato in modo eloquente dal passo sopra riportato, è dato dalla collaborazione passiva. Il fatto che lo spettatore assista in silenzio a quanto sta avvenendo sotto i suoi occhi, per paura, interesse o quieto vivere, viene considerato da chi compie atti di violenza come una forma di approvazione. Stranamente, più persone assistono a un evento, più è probabile che la maggior parte resterà a guardare in caso di richiesta di aiuto, pensando che se ne occuperà qualcun altro, oppure che la cosa non è così grave, dal momento che nessuno, specie chi ricopre un ruolo di responsabilità, sembra preoccuparsene[30].

È la medesima dinamica del «branco», rilevata da Girard, in cui i comportamenti violenti, quando sono opera della massa, tendono a sminuire la percezione della responsabilità individuale, facendo sentire i singoli anonimi e spinti da una forza più grande, impersonale e distruttiva. In tal modo ci si sente meno coinvolti e responsabili di intervenire per modificare la situazione: «sembra quasi che si facciano i conti, dividendo la responsabilità per il numero dei presenti»[31].

Il caso del Ruanda rimane, anche sotto questo aspetto, tristemente emblematico. Kofi Annan, allora capo del Dipartimento per le Operazioni di Mantenimento della Pace all’Onu, non rispose all’appello inviato tre mesi prima dell’inizio dei massacri dal comandante delle forze Onu in Ruanda, generale Roméo Dallaire, e nemmeno inoltrò la richiesta d’intervento alla Segreteria Generale e al Consiglio di Sicurezza. In aggiunta a ciò, l’Onu decise di richiamare i caschi blu (riducendo il contingente da 2.500 a 500), piuttosto che potenziarne la presenza, proprio quando iniziarono le stragi: ciò significava di fatto dare campo libero all’Hutu Power (l’ala estremista, che avviò il genocidio) perché potesse fare piazza pulita. G. Prunier definì il contingente dei caschi blu «l’impotente forza militare dell’Onu, che ha assistito al genocidio senza avere il permesso di muovere un dito»[32].

Resta anche da chiedersi chi abbia fornito, oltre alle armi, la strumentazione e i supporti tecnici per istituire in breve tempo Radio Mille Colline, rendendola idonea a trasmettere in tutto il Paese. La radio tra l’altro non venne neppure chiusa dai caschi blu, e continuò a trasmettere indisturbata anche quando, a motivo della guerriglia, dovette trasferirsi nella zona occidentale del Ruanda, posta in quel periodo sotto la tutela dell’esercito francese[33].

Tutto ciò conferma l’antica verità del detto di Tucidide: «Il male non è solo di chi lo fa. È anche di chi, potendo evitarlo, non fa nulla per evitarlo».

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[1].      http://www.treccani.it/35/ Altre definizioni, sostanzialmente simili, saranno fornite nel corso dell’articolo.

[2].      Cfr R. J. Sternberg, «Capire e combattere l’odio», in Id. (ed.), Psicologia dell’odio. Conoscerlo per superarlo, Trento, Erickson, 2007, 45-58.

[3].      Cfr Sum. Theol., II-II, q. 158, a. 7, ad 2.

[4].      Ivi, I-II, q. 46, a. 7; cfr anche Aristotele, Retorica, II, 2-4.

[5].      Cfr Sum. Theol., I-II, q. 46, a. 6.

[6].      Cfr ivi, ad 1; cfr Aristotele Politica, I, c. 3; Retorica I, c. 4. Cfr G. Cucci, Il fascino del male. I vizi capitali, Roma, Adp, 2012, 130-140.

[7].      «Dall’ira l’odio nasce per un progressivo sviluppo. Infatti con l’ira prima desideriamo il male del prossimo in una certa misura, cioè come vendetta, e in seguito, per la continuità dell’ira, arriviamo a desiderarlo in modo assoluto, il che appartiene all’odio» (Sum. Theol., II-II, q. 34, a. 6, ad 3). Cfr B. Latini, La Rettorica, Firenze, 1915, Argomento 13.

[8].      Agostino, s., Lettere, 211, 14.

[9]  .    Sum. Theol., II-II, q. 158, a. 4; cfr anche I-II, q. 46, a. 2; Tommaso d’Aquino, s., De malo, q. 10, a. 2; q. 12, a. 4.

[10].    Cfr Sum. Theol., I-II, q. 29, a. 1.

[11].    Cfr ivi, I, q. 48, a. 3; q. 49, a. 1.

[12].    «L’amore per una cosa e l’odio per il suo contrario appartengono al medesimo principio» (ivi, I-II, q. 29, a. 2, ad 2).

[13].    Ivi, II-II, q. 34, a. 4; cfr I-II, q. 29, a. 3. Cfr G. Cucci, «La dimensione affettiva del perdono», in Civ. Catt. 2015 I 226-237.

[14].    M. Ravenna, Odiare, Bologna, il Mulino, 2009, 57.

[15].    C. F. Alford, «L’odio è imitazione dell’amore», in R. J. Sternberg (ed.), Psicologia dell’odio…, cit., 261.

[16].    Steiner risponde così all’obiezione che le notizie di orrori circolano con più frequenza di un tempo, e dunque sembrerebbero oggi più gravi e diffuse: «Certo, questo è un fattore importante, ma è anche a doppio taglio. La consapevolezza che abbiamo di ciò che l’uomo infligge all’uomo dovrebbe scandalizzarci e farci intervenire (i media hanno informato il mondo sulle barbarie della Rivoluzione Culturale di Mao e sul sadismo pazzo di Pol Pot). Tuttavia, quasi senza eccezione, la frequenza, l’irrealtà preimpacchettata della presentazione nei media ci tramortisce oppure viene dimenticata rapidamente […]. Eppure, non dovremmo essere enormemente stupiti? Durante l’illuminismo, le voci chiaroveggenti, come quelle di Voltaire e di Jefferson, avevano proclamato la fine della tortura giudiziaria e dei roghi di contestatori e di libri. L’abolizione della schiavitù era imminente» (G. Steiner, Errata. Una vita sotto esame, Milano, Garzanti, 1999, 129 s). Cfr anche le analisi di E. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, Milano, Rizzoli, 1997, 18-30.

[17].    Cfr S. Freud, «Pulsioni e loro destini», in Id., Opere, Torino, Boringhieri, 1976, vol. VIII, 33 s; Id., «Psicologia delle masse e analisi dell’io», ivi, 1977, vol. IX, 299; 325.

[18].    Cfr M. Klein – J. Riviere, Amore, odio e riparazione, Roma, Astrolabio, 1969, 58-61.

[19].    M. Klein, «Tendenze criminali nei bambini normali», in Id., Scritti 1921-1958, Torino, Boringhieri, 1978, 197-213; D. Winnicott, Gioco e realtà, Roma, Armando, 1974, 151-164.

[20].    Cfr A. Adler, Il temperamento nervoso, Roma, Newton Compton, 1971, 50.

[21].    Cfr C. G. Jung, Il libro rosso. Liber novus, Torino, Boringhieri, 2010, 339.

[22].    Cfr O. Kernberg, Sindromi marginali e narcisismo patologico, Torino, Boringhieri, 1975, 320-347; Id., Aggressività, disturbi della personalità e perversioni, Milano, Raffaello Cortina, 1993, 25-38.

[23].    Freud le definì «le tecniche di cui l’Io si avvale nei suoi conflitti che possono eventualmente sfociare nelle nevrosi» (S. Freud, «La negazione», in Id., Opere, Torino, Boringhieri, 1978, vol. X, 309).

[24].    M. Robespierre, Discorso del 17 piovoso dell’anno II (6 febbraio 1794), in Id., La rivoluzione giacobina, Roma, Editori Riuniti, 1975, 167; P. Yathay, L’Utopie meurtrière, un rescapé du génocide cambodgien témoigne, Paris, Robert Laffont, 1980.

[25].    Cfr R. J. Sternberg, «Capire e combattere l’odio», in Id. (ed.), Psicologia dell’odio…, cit., 52 s.

[26].    Cfr A. Manzoni, I promessi sposi, Milano, Rizzoli, 1988, cap. XXXI, rr. 305-310.

[27].    «Il buon senso educato al ragionamento utilitario è impotente contro il supersenso ideologico, appena il regime procede a creare da questo un mondo funzionante» (H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Torino, Einaudi, 2004, ma cfr tutta la parte terza, 423-656).

[28].    «Il sacrificio è una violenza senza rischio di vendetta» (R. Girard, La violenza e il sacro, Milano, Adelphi, 1980, 28; cfr Id., Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, ivi, 1996, 44).

[29].    A. Macchi, «Il dramma della popolazione del Ruanda», in Civ. Catt. 1997 I 297; cfr Id., «Guerra civile in Ruanda e inquietudini in Burundi», ivi, 1994 II 401-408.

[30].    Cfr B. Latané – J. Rodin, «A lady in distress: Inhibiting effects of friends and strangers on bystander interventions», in Journal of Experimental Social Psycho­logy 5 (1969) 189-202.

[31].    P. Wallace, La psicologia di Internet, Milano, Raffaello Cortina, 2000, 270.

[32].    G. Prunier, The Rwanda Crisis: History of a Genocide, Kampala, Fountain, 1995, 377; cfr R. Dallaire – S. Power, Shake Hands with the Devil: The Failure of Humanity in Rwanda, New York, Carroll & Graf, 2004; S. Opotow, «Odio, conflitti ed esclusione morale», in R. J. Sternberg (ed.), Psicologia dell’odio…, cit., 135-169.

[33].    F. Beltrami, «Radio Machete. Il ruolo dei media nel genocidio ruandese», http://italia.reteluna.it/it/radio-machete-il-ruolo-dei-media-nel-genocidio-ruandese-seconda-parte-PpKN.html

 

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