«IO E TE», UN FILM DI BERNARDO BERTOLUCCI

Quaderno 3902

pag. 167 - 172

Anno 2013

Volume I

19 gennaio 2013

La massa di capelli riccioluti e arruffati di un adolescente con il capo abbassato tra le spalle appare di lato sullo sfondo di una libreria. L’adolescente è Lorenzo (Jacopo Olmo Antinori), protagonista del film Io e te di Bernardo Bertolucci. Ci vuole un po’ di tempo prima che il quattordicenne, rampollo della borghesia pariolina, sollevi la fronte, mostri i grandi occhi imbronciati e scontrosi, le guance segnate dall’acne, i peli matti che gli crescono sotto il naso… Siamo nello studio di uno psicologo (Pippo Delbono) costretto su una sedia a rotelle. Lorenzo guarda l’orologio. Il tempo è scaduto. Esita prima di stringere la mano che lo psicologo gli porge. Scivola via accompagnato da un movimento di macchina lungo lo scalone elicoidale che si avvita alle sue spalle in una spirale dantesca.

«Io sto bene da solo»

Con l’ipod che gli spara negli orecchi una frastornante musica rock, Lorenzo attraversa le strade di un quartiere né bello né brutto. Si ferma a mangiucchiare qualcosa. Osserva due cani che litigano. Rincasa. La mamma (Sonia Bergamasco) parla al telefono con il papà. Si intravede il volto della donna dietro un vetro smerigliato che ne deforma i lineamenti. Lorenzo origlia. Sente che i genitori stanno parlando di lui. Anche lui ha il volto coperto da una tenda nella quale si avvolge fino a scomparire tra le pieghe del tessuto trasparente. Preziosismi visivi, tipici del cinema di Bertolucci, che in questo caso stanno a indicare le interferenze che si frappongono tra madre e figlio, rendendo complicato il rapporto tra i due.

Il senso di estraneità che Lorenzo avverte nei confronti della famiglia e sfocia nei frequenti battibecchi con la madre, pronti a degenerare in scenate isteriche, si ripropone nell’ambiente scolastico, dove egli non lega né con gli insegnanti, né con i compagni. Lorenzo è un ragazzo introverso. Soffre di un disturbo che gli psicologi chiamano sociopatia. Per questo va a farsi curare dallo strizzacervelli, anche se non è convinto che quella sia la soluzione dei suoi problemi. Vorrebbe soltanto essere lasciato in pace. «Io sto bene da solo», ripete. Entra in un negozio di animali. Si interessa alla sorte di un camaleonte: «Da dove viene? Cosa mangia? Hai visto se cambia colore?…». Osserva un armadillo che corre, girando a otto, nello spazio ristretto dove è rinchiuso.

Non privo di ingegno né di coraggio, Lorenzo inventa un modo per ritirarsi in beata solitudine nella cantina di casa per un’intera settimana. La scuola organizza una settimana bianca. Insegnanti e alunni vanno a trascorrere insieme una settimana sulla neve. Lorenzo dice alla mamma di voler partecipare all’iniziativa, e invece, novello Crusoe, prepara meticolosamente una settimana di sopravvivenza in cantina tra scatoloni, bauli, vecchi mobili, suppellettili in disuso, tutto il ciarpame reietto che fu caro alla musa di Guido Gozzano… I soldi della quota di iscrizione gli servono per comprare le provviste: sette lattine, sette merendine, sette di tutto…

«Due anni fa — dice Bertolucci — Niccolò Ammaniti mi ha portato il suo romanzo Io e te, fresco di stampa. La scintilla del progetto cinematografico è scattata dalla lettura delle prime pagine del libro… Mi affascinava l’idea di trasformare l’evidente claustrofobia di una cantina zeppa di oggetti in una sorta di claustrofilia. Non paura del chiuso, ma amore del chiuso. Girando il film, ho fatto in modo che ogni  scena avesse un aspetto diverso dalle altre. Volevo che lo spazio, visto con gli occhi di Lorenzo, apparisse in costante cambiamento, che trasmettesse una sensazione di novità a mano a mano che la storia andava avanti…».

Relegato su una sedia a rotelle da un mal di schiena che gli impedisce di reggersi sulle gambe, il regista è rimasto per dieci anni senza fare film. Dieci lunghi anni durante i quali ha dovuto adattarsi alla condizione di prigioniero, chiuso in una stanza della casa dove abita: il museo Torlonia in fondo a via della Lungara. A un certo punto ha pensato che, non potendo più fare film, avrebbe dovuto limitarsi a sognarli. Poi è arrivato questo libro, accompagnato da uno scatto di energia. «Ho capito — egli dice — che era di nuovo possibile per me fare un film osservando le cose da un punto di vista diverso da quello usuale: stando seduto invece che in piedi».

In un mondo di bugie

Prigione o rifugio? Lorenzo ha deciso di isolarsi nella cantina perché non gli piace il mondo che lo circonda. Avverte attorno a sé qualcosa di inautentico che lo disturba. Vuole lasciare fuori dalla porta tutte le bugie che inquinano la vita quotidiana, che lo mettono a disagio, che lo costringono a difendersi adottando atteggiamenti che non corrispondono alla sua vera natura. Rifiuto della realtà? No. Rifiuto di un mondo dominato dalle apparenze, dove ognuno finge di essere quello che non è e, a furia di mentire, finisce con il cadere nella rete che ha contribuito a costruire facendosi complice delle menzogne altrui. Sono sensazioni che Lorenzo avverte in maniera confusa. Una forma di ribellione istintiva che gli impone di non accettare le regole del conformismo che gli vengono imposte da tutti coloro che (genitori, insegnanti, psicologo…) vorrebbero fare di lui una persona normale, cioè un ipocrita alla pari degli altri.

Apatia? Fatte le debite proporzioni, Lorenzo potrebbe assomigliare a uno di quegli eremiti che, non sopportando l’ipocrisia del mondo, hanno scelto di vivere in luoghi isolati per rimanere soli con Dio. Nell’ambiente che lo circonda, e che si lascia volentieri alle spalle, non c’è nulla che susciti un reale interesse da parte sua. Tra gli adulti che conosce non ce n’è nemmeno uno al quale vorrebbe assomigliare. Il suo mondo si limita alle poche cose che ha portato con sé e che possono essere facilmente enumerate. Oltre alle scatolette e alle lattine con una serie di porcherie alimentari, un libro con storie di vampiri, un manuale sul comportamento degli insetti, la lente di ingrandimento con la quale osserva le formiche in un terrario che ha comprato nel negozio di animali, senza dimenticare ovviamente gli auricolari che riversano nelle sue orecchie suoni indiavolati al cui ritmo si abbandona con salti scimmieschi sul materasso a molle che gli serve da giaciglio.

Ma il vuoto spinto dentro il quale Lorenzo si è calato con tutte le precauzioni atte a evitargli ogni contatto con l’esterno non resterà tale a lungo. A smuovere le acque quiete, come un sasso gettato in uno stagno, giunge Olivia (Tea Falco), sorellastra venticinquenne del volontario recluso. Entra nella cantina per recuperare alcuni oggetti che le appartengono. Sulle prime i due faticano a riconoscersi. Hanno  il padre in comune, ma appartengono a famiglie distinte. Lei è cresciuta a Catania con la madre che gestisce un negozio di scarpe. Il padre, che ha abbandonato entrambe per approdare a Roma in una nuova situazione, socialmente più elevata, le passa un mensile per tacitare i propri sensi di colpa. Invadente e sboccata, Olivia inveisce contro entrambi i genitori di Lorenzo. Lui, sconcertato e risentito, non è in grado di reagire. L’imprevisto rischia di mandare all’aria il suo progetto, che richiede la massima segretezza per poter essere attuato.

Dopo qualche ora, Olivia ritorna. Nel primo incontro i due hanno avuto soltanto il tempo di osservarsi di sfuggita. Si sono annusati reciprocamente e non si sono piaciuti. L’uno è il contrario dell’altra. Ma Olivia, che si comporta più come un felino che come un essere umano, non sa dove andare a passare la notte. Per questo ha deciso di condividere con Lorenzo quel rifugio provvisorio che lui si è costruito autoescludendosi dal resto del mondo. Lui è pronto a battersi pur di difendere il proprio territorio sul quale ha deciso che nessuno deve entrare. Ma lei minaccia di mettersi a urlare a costo di svegliare tutto il caseggiato. Lorenzo è costretto suo malgrado a cedere di fronte alla violenza.

A differenza di lui, che vive ripiegato su se stesso, Olivia è una ragazza che ha attraversato esperienze tumultuose. La vita le ha insegnato tutto quello che Lorenzo ancora non sa. Ci mette pochi minuti per aprire gli occhi di quel ragazzo timido e ombroso sulla squallida realtà nella quale vivono i suoi genitori, i quali non si accorgono nemmeno di avere un figlio nevrotico, il quale, invece di andare con i coetanei a divertirsi sulla neve, preferisce chiudersi in cantina a guardare le formiche in un terrario.

Tra ripulsa e pietà

La convivenza tra i due, anche se temporanea, è tutt’altro che facile. Non sono d’accordo su nulla. A furia di litigare arrivano allo scontro fisico. Ne fa le spese il formicaio, che va in frantumi. Ma a questo punto c’è da aspettarsi un colpo di scena. Qualcosa che ci aiuti a capire finalmente perché il regista è andato a infilarsi in una situazione che a prima vista sembra priva di uscita, coinvolgendo gli spettatori del film in una storia nella quale c’è il rischio che non accada nulla di significativo. La rivelazione avviene all’improvviso e ha in sé qualcosa di terrificante. Olivia si mette a vomitare per via della droga (eroina) che assume in dosi massicce. Lorenzo è messo di punto in bianco davanti a una realtà della quale non aveva avuto finora il benché minimo sospetto. Mentre sua sorella si contorce seminuda nel bagno, lui non sa cosa fare. Vorrebbe rendersi utile. Olivia ha bisogno di tranquillanti. Lorenzo abbandona nottetempo il suo rifugio e attraversa in autobus la città per andare nella casa di riposo per anziani dove è ricoverata la nonna (Veronica Lazar), unica persona della famiglia con la quale ha mantenuto un rapporto vivo, e riesce a rubare le pillole richieste.

È una forma di coinvolgimento dalla quale Lorenzo si lascia prendere nei confronti della sorella, una persona verso la quale, oltre a un senso di ripulsa, comincia ad avvertire un sentimento che potrebbe assomigliare alla pietà. Bertolucci segue con la sensibilità che è tipica del suo stile il cambiamento in atto nei due giovani mentre passano dalla reciproca aggressività alla manifestazione della carenza di affetto che è alla base del disagio di cui soffrono entrambi, anche se in misura diversa e con conseguenze che non sono reciprocamente comparabili. Un gioco di specchi alterna il volto di Lorenzo riflesso nel finestrino dell’autobus, mentre, con un cappuccio abbassato sugli occhi, affronta la sua avventura, con quello di Olivia alle prese con uno specchio malridotto, appeso sopra un lurido lavabo nella cantina.

Altre forme di reciproco coinvolgimento si susseguono nel film quando i due decidono di compiere insieme una scorribanda notturna nell’appartamento, dove la mamma di Lorenzo dorme su un divano davanti a un televisore acceso, per procurarsi del vero cibo, dato che Olivia, dopo essersi ripresa dal malessere che l’ha colta, dice di aver bisogno di consumare un pasto normale. Si stabilisce a poco a poco tra i due un’autentica relazione. Olivia racconta a Lorenzo la sua storia. È un’artista, una fotografa di talento che ha ottenuto riconoscimenti importanti. Purtroppo si è rovinata con la droga. Lui capisce che la vita, dalla quale tenta invano di fuggire, può nascondere trabocchetti che si aprono su baratri spaventosi.

Alla fine, Lorenzo e Olivia si accorgono di essere più vicini l’uno all’altra di quanto ciascuno dei due avrebbe potuto immaginare. Dormono l’uno accanto all’altra con le dita reciprocamente intrecciate. Dopo aver bevuto un po’ di birra, si mettono a ballare al suono di una canzone di David Bowie (Space Oddity, adattata da Mogol con parole che dicono in italiano: «Dimmi ragazzo solo dove vai, perché tanto dolore…»). La musica e i movimenti della danza esprimono molto più di quello che potrebbe essere detto con lunghi dialoghi. Al termine della strana avventura ciascuno dei due se ne va per la sua strada. Una dose di droga nascosta in un pacchetto di sigarette dimenticate da lei, ma che lui, ignorandone il reale contenuto, le ricorda di portare con sé, lascia intuire che non è il caso di farsi illusioni sul futuro di Olivia. Di nessuno dei due tuttavia si può dire che esca dal film con lo stesso stato d’animo che aveva quando c’è entrato.

Facendo irruzione nella vita di Lorenzo, Olivia l’ha messa sottosopra. In questo senso si può dire che, prima di proseguire nel suo cammino, che non promette nulla di buono, ha condotto a termine una missione che consiste nel far conoscere a chi lo ignora che cosa è la realtà della vita. Lorenzo capisce che il disagio di cui soffre è il risultato di qualcosa di sbagliato che è insito nell’ambiente dal quale proviene (la superficialità della madre, la latitanza del padre, incapace di assumere le proprie responsabilità…). Questa situazione, che la gente del suo ceto considera normale, ma che normale non è, potrebbe avere anche per lui conseguenze paragonabili a quelle che devastano la vita di sua sorella. Stringendo a sé Olivia nella danza e lasciandosi abbracciare da lei, Lorenzo compie un gesto che lo unisce in qualche modo a tutto il dolore che c’è nel mondo. La droga, nelle forme di assuefazione più degradanti, può essere considerata ai nostri giorni come l’equivalente della lebbra al tempo di san Francesco. Nel vedere questo film, piccolo ma sconvolgente, non riesco a togliermi dalla mente il ricordo dell’episodio del bacio al lebbroso nel film Francesco giullare di Dio realizzato da Roberto Rossellini nel 1950.

«FRANCESCO GIULLARE DI DIO» (1950) DI ROBERTO ROSSELLINI. Nascita di un capolavoro

La notizia della morte del critico cinematografico Gian Luigi Rondi, avvenuta il 22 settembre scorso all’età di 94 anni, invita a riprendere in mano il volume dei suoi diari, pubblicato di recente, zeppo di annotazioni sugli avvenimenti vissuti e sui...