INTERVISTA A P. ADOLFO NICOLÁS, PREPOSITO GENERALE DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Quaderno 3989

pag. 376 - 388

Anno 2016

Volume III

10 Settembre 2016
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Ci sono lavori di ristrutturazione nella Curia Generalizia della Compagnia di Gesù a Roma, in Borgo Santo Spirito. A ottobre inizierà la 36a Congregazione Generale, chiamata a eleggere il nuovo Preposito generale della Compagnia di Gesù; dunque sono in corso i lavori di preparazione degli ambienti. Anche il p. Adolfo Nicolás Pachón, attuale Generale in carica, ha dovuto traslocare dal quarto al terzo piano, in una stanza piccola, in attesa di lasciare Roma. Nella sua lettera del 20 maggio 2014, indirizzata a tutta la Compagnia, aveva scritto: «Sono giunto alla personale convinzione di dover fare i passi necessari per sottoporre le mie dimissioni alla Congregazione Generale». In quella lettera p. Nicolás aveva invitato tutta la Compagnia a «entrare nel processo di un profondo e genuino discernimento spirituale riguardo alla nostra vita e alla nostra missione». E aveva aggiunto: «Poiché Papa Francesco ha chiamato la Chiesa intera a un profondo rinnovamento, guardando alle grandi necessità e alle speranze della Chiesa e del mondo, noi possiamo assumere con gioia il suo invito».

Adolfo Nicolás Pachón nasce a Villamuriel de Cerrato, il 29 aprile 1936. È divenuto Generale il 19 gennaio 2008, succedendo a p. Peter-Hans Kolvenbach. La sua vita è legata all’Asia: entrato nella Compagnia di Gesù in Spagna, nel noviziato di Aranjuez, viene ordinato sacerdote il 17 marzo del 1967 a Tokyo, dove insegna Teologia sistematica presso la Sophia University dal 1971. Nel 1978 si trasferisce nelle Filippine, dove diventa direttore dell’Istituto pastorale di Manila, carica che ricopre fino al 1984. La sua formazione spirituale e teologica è avvenuta tra Madrid, Tokyo e Roma. La Compagnia lo ha chiamato a vivere un’esperienza ampia di governo prima come Provinciale del Giappone, poi come Presidente della Conferenza dei Provinciali dell’Asia Orientale e Oceania. Ma ha pure svolto altri compiti in svariate nazioni, tra cui Australia, Cina, Giappone, Corea, Micronesia, Myanmar e Timor Est.

Quando giungo, un po’ in anticipo, al terzo piano, il suo segretario personale, p. Gian Giacomo Rotelli, mi avvisa che p. Nicolás è a colloquio con alcuni provinciali. All’orario esatto dell’incontro fissato con me per l’intervista lo vedo uscire sorridente, come spesso l’ho visto. Mi invita in questa sua nuova stanza, che ha tutte le caratteristiche della provvisorietà. Mi siedo davanti a lui, e parliamo di molte cose, del momento presente, del Papa… L’intervista comincia così, con grande semplicità. Le sue risposte sono state spesso brevi, specialmente all’inizio, ma sempre pronunciate con calma, come se ogni singola parola pesasse, e soprattutto con una serenità interiore che sa guardare al passato e al futuro senza ombre…

Padre, qual è il suo stato d’animo alla fine del suo servizio di Superiore generale?

Quello di sempre alla fine di una missione. Ho finito di essere utile e, in tutta pace, posso cominciare a vedere che altro posso fare.

Quali sono stati i momenti più significativi per la Compagnia durante gli anni del suo generalato?

I Sinodi. La rinuncia di Benedetto XVI. L’elezione di Papa Francesco. Come sempre, non esistono punti «nostri»: i momenti importanti sono i momenti della Chiesa.

Nella sua esperienza di Superiore generale, Lei ha forse verificato la «temperatura» della vita religiosa oggi. Quale pensa sia oggi questa temperatura? Avverte un cambiamento rispetto a quando è stato eletto? Avverte stanchezza, tiepidezza, o percepisce chiari segni di speranza?

Non ho avvertito cambiamenti. La vita religiosa va bene e c’è un grande desiderio di servire la Chiesa e di rispondere generosamente alle nuove sfide del nostro tempo. Si è anche generata una nuova speranza attorno a Papa Francesco, che ci capisce benissimo e conosce il posto e la missione della vita religiosa nella Chiesa.

Papa Francesco ha definito i religiosi come peccatori e profeti. Lei come interpreta queste sue parole? È importante per un religioso sentirsi peccatore? Che cosa significa oggi essere profeta? Il Papa dice che il profeta «hace lío», fa casino. E cioè?

Per un religioso è importante sentirsi «peccatore». Non siamo né migliori né peggiori degli altri cristiani; perciò non possiamo giudicare gli altri. Forse in passato, tutte le volte che abbiamo creduto di essere migliori, abbiamo scoperto peccati occulti, o occultati, che ci hanno umiliati. Pensiamo con il Papa che una Chiesa che giudica gli altri dimostra poca sapienza e usurpa la posizione di Dio, l’unico che vede i cuori. Sulla profezia, mi azzardo umilmente a distinguere: c’è un servizio profetico che avviene all’interno della Chiesa e raggiunge coloro che hanno fede. A questo si riferisce tutto ciò che dice Papa Francesco sulla profezia: fa «casino», crea una certa confusione e fa pensare. C’è un altro servizio rivolto a coloro che non hanno fede. Per costoro la profezia ha poco senso. Riesce a raggiungerli, invece, la testimonianza di una sapienza diversa, umanista, evangelica, capace anch’essa di far riflettere e lasciare col tarlo nell’anima: sarà vero? È più umano, più autentico? Questa è la funzione dei religiosi in molte situazioni o di frontiera, oppure oltre le frontiere, in un mondo che ignora il nostro senso comune.

Ma qual è il linguaggio profetico oggi?

Sono sempre rimasto colpito dal fatto che il profetismo in Israele sia giunto al termine. Nel libro di Daniele si denuncia il fatto che non c’è più profetismo in Israele. Si cercano le ragioni, e l’unica ragione plausibile è che la gente in esilio perde la fede. Non c’è più la fede in Israele. Solo un piccolo resto mantiene la fede. Il profetismo può esistere solo all’interno della comunità di fede. E molti religiosi vivono ora in una situazione di frontiera o in ambienti nei quali non si professa la fede. Qual è il linguaggio giusto per questi ambienti? È interessante notare che, quando scompare il profetismo, emerge la sapienza come il nuovo linguaggio di Dio. Forse questo è il linguaggio per un’Europa che ha smarrito la fede, quello della sapienza. Forse abbiamo bisogno di un nuovo linguaggio che può prendere sia la sapienza dei saggi sia la sapienza del popolo per parlare con un linguaggio che il mondo è in grado di comprendere.

Questa sapienza aiuta a stare in periferia, nelle frontiere?

Sì, e dobbiamo imparare una nuova maniera di guardare il mondo, di vedere le cose, e poi di parlare. Andare alle frontiere e vedere come vivono gli altri, coloro che sono al di là delle frontiere, alle volte può essere impegnativo. Ma è anche molto interessante e attraente, perché c’è sempre molto di buono nelle altre persone, nelle altre culture, nelle altre religioni. Per questo, per andare alle frontiere c’è bisogno di gente con una fede molto profonda, ben radicata e coltivata. E gente capace di parlare con sapienza, capace di farsi ascoltare.

Lei ha viaggiato molto e ha una visione ampia del mondo. Quali sono, secondo Lei, le sfide più grandi nel mondo di oggi?

Cercando di rispondere alla domanda sul perché così pochi giapponesi si facessero cristiani, un vescovo giapponese era solito dire: «Gesù ha detto: Io sono la Via, la Verità e la Vita. La maggior parte delle religioni asiatiche sono religioni o spiritualità della Via: scintoismo, confucianesimo, buddismo, kendo, aikido, eccetera, ma la maggior parte dei missionari occidentali sono venuti a predicare e a parlare della Verità». In sostanza non c’è stato vero incontro con il Giappone. Quanto più viaggio in giro per il mondo, tanto più penso che quel vescovo avesse ragione: l’Asia è la Via; l’Europa e gli Usa si preoccupano della Verità; l’Africa e l’America Latina sono Vita e mantengono vivi i valori (amicizia, famiglia, bambini ecc.) che in altre parti del mondo abbiamo dimenticato. Per noi gesuiti è significativo che — se ben capisco — sant’Ignazio fosse più interessato alla Via, cioè a come crescere ed essere trasformati in Cristo, che ad altre cose. La sfida, per noi cristiani, è che abbiamo bisogno di tutti, di tutte le sensibilità di tutti i Continenti, per raggiungere la pienezza di Cristo, che è anche la pienezza della nostra umanità. Questa visione è presente dietro tutti gli appelli di Papa Francesco a favore di migranti e rifugiati.

Secondo Lei, la Compagnia ha fatto proprie le sfide del nostro tempo? Come valuta lo stato attuale della Compagnia nella sua tensione apostolica?

Credo che noi gesuiti — che, come tutti sanno, non siamo esenti da difetti — attraversiamo un buon momento apostolico e ci preoccupiamo di cose importanti come la povertà, l’esclusione, una buona educazione per tutti…

Lei ama molto il Giappone. Che cosa può insegnare oggi a noi tutti la missione in quel grande Paese, in quella cultura?

La sensibilità musicale. I giapponesi sono tra le persone più musicali del mondo. La religione è molto più simile a questo senso musicale che a un sistema razionale di insegnamenti e spiegazioni. I giapponesi — grazie anche alle radici del buddismo — vivono una sensibilità profonda, un’apertura alle dimensioni della trascendenza, della gratuità, della bellezza che sottendono le nostre esperienze umane. Ma, naturalmente, questa è una sensibilità che è minacciata oggi da una mentalità puramente economica o materialista, che impedisce di raggiungere dimensioni più profonde della realtà. La missione oggi in Giappone e in Asia può aiutarci a scoprire, o a riscoprire, la sensibilità religiosa come senso musicale, come consapevolezza e apprezzamento delle dimensioni della realtà che sono più profonde della ragione strumentale o delle concezioni materialistiche della vita.

Ma questo ha anche a che fare con l’educazione: si educa al senso musicale e così si educa al senso religioso. Le istituzioni educative della Compagnia hanno un ruolo in questo?

Sarebbe una tragedia se le nostre istituzioni educative si limitassero a ricalcare la razionalità e l’autocomprensione dell’essere umano riguardo a questo nostro mondo secolare e materialista. Le ragioni per cui intraprendere un processo di formazione educativa sono invece completamente diverse. Non ci occupiamo di istruzione per il proselitismo, ma per la trasformazione. Vogliamo formare un nuovo tipo di umanità che sia, diciamo così, radicalmente musicale, che mantenga quella sensibilità alla bellezza, alla bontà, alle sofferenze degli altri, alla compassione. Offriamo un’educazione cristiana, perché siamo convinti che Cristo offre orizzonti al di là dei limitati interessi dell’economia o della produzione materiale; che Cristo offre una visione di un’umanità più piena, che porta la persona al di là di se stessa in nome della cura e della preoccupazione per gli altri; che Cristo offre non solo informazioni, da cui il mondo è già invaso, ma una saggezza profonda. L’università — e noi gesuiti ne abbiamo tante nel mondo — è un’istituzione sociale che ha una funzione specifica nei confronti della società. Tramite l’università, vogliamo essere di aiuto alla società quanto ai suoi valori, alle sue prospettive e ai suoi ideali.

Lei è europeo, ma ha speso la sua vita in Asia e tornerà in Asia alla fine del suo incarico. Che cosa rappresenta l’Asia per la Chiesa di oggi, ma anche per il mondo?

Una fonte di speranza. L’Asia è diversa, e ha le fonti di sapienza più antiche dell’umanità. Se Dio è stato presente da qualche parte del mondo, se è stato all’opera, al lavoro, come dice sant’Ignazio, certamente ciò è avvenuto con particolare efficacia in Asia. Ne abbiamo visto i frutti al momento del grande terremoto, con lo tsunami e la minaccia atomica a nord di Tokyo. Il mondo non ha mai assistito a tanto autocontrollo, disciplina, solidarietà e profondo distacco come in quella circostanza. E l’aspetto più grande è che quello non era il frutto di uno sforzo orchestrato politicamente, ma piuttosto la reazione spontanea di un popolo educato, generazione dopo generazione, ai valori che ha mostrato al mondo. Se l’Asia in quell’occasione ha detto al mondo qualcosa di significativo, non ho difficoltà a discernere una profezia in quel messaggio.

Passiamo all’Europa. Come vede la situazione della Chiesa in Europa? Quali sono le sfide e le tensioni principali che si vivono in questo Continente? Quali i rischi che bisogna evitare?

Non sono un esperto di questioni europee, e l’Europa nel mondo occupa una parte piccolissima, sebbene importante; quindi mi è molto difficile rispondere a questa domanda. Chi ne sa di più parla di secolarizzazione, di crisi di senso e di speranza, di mancanza di gioia, oltre agli stessi problemi che purtroppo investono anche altri luoghi, come la povertà, la disoccupazione, la violenza e così via.

Emerge con forza il problema delle migrazioni. Qual è la giusta prospettiva dalla quale guardare al fenomeno?

Quella del Papa. C’è una situazione di sofferenza e di esclusione; ma siamo umani, dunque capaci di solidarietà e compassione, e di conseguenza sentiamo nostra questa situazione, e cerchiamo insieme una soluzione futura che aiuti davvero tutti. Davanti a soluzioni parziali, comunque vogliamo condividere ciò che abbiamo. Finché non troveremo la soluzione completa e definitiva, possiamo condividere, sebbene queste risposte non siano facili.

Dobbiamo sempre ricordare che la comunicazione tra le varie civiltà avviene proprio attraverso i rifugiati e i migranti. Il mondo che conosciamo si è sviluppato così. Non si è trattato soltanto di aggiungere culture a culture: è avvenuto un vero e proprio scambio. Anche le religioni si sono diffuse così. I migranti ci hanno dato il mondo, senza il quale saremmo chiusi dentro la nostra cultura, convivendo con i nostri pregiudizi e con i nostri limiti. Ogni Paese corre il rischio di rinchiudersi in orizzonti molto limitati, molto piccoli, mentre grazie a loro il cuore può aprirsi, e anche il Paese stesso può aprirsi a dinamiche nuove.

Ma questo non implica vedere il mondo in maniera differente?

È giunto il momento in cui si deve pensare l’umanità come un’unità e non come un insieme di tanti Paesi separati tra loro con le loro tradizioni, le loro culture e i loro pregiudizi. È necessario che si pensi a un’umanità che ha bisogno di Dio, e che ha bisogno di un tipo di profondità che può venire soltanto dall’unione di tutti.

Con l’Enciclica «Laudato si’» il tema dell’ecologia è diventato parte integrante della dottrina sociale della Chiesa. La Compagnia ha avuto molto a cuore in questi ultimi anni il tema ecologico. Qual è stata la sua personale reazione a questa Enciclica?

Credo che l’intervento del Papa sia stato tempestivo e che il tema non potesse attendere oltre. Era davvero urgente. Tutti abbiamo bisogno di una nuova consapevolezza per accogliere positivamente le iniziative che stanno sorgendo dovunque a tutela del creato. In particolare mi colpisce il legame che il Papa pone tra la natura e i problemi dei poveri, che sono i primi a subire le conseguenze della nostra incuria.

Durante il suo generalato è stato eletto il primo Papa gesuita della storia. Che cosa ha provato, quando ha appreso la notizia? Che cosa significa per la Compagnia avere un Papa gesuita? Se la Congregazione Generale accetterà le sue dimissioni, non crede che l’elezione di un Generale della Compagnia, essendoci un Papa gesuita, sia una situazione interessante e molto speciale? In che senso lo è?

Anzitutto, noi gesuiti credevamo impossibile che uno di noi fosse eletto Papa soltanto duecento anni dopo la soppressione e trentacinque anni dopo l’intervento papale sul governo della Compagnia. Una volta accaduto l’improbabile, assume un significato speciale l’elezione di un Superiore generale sotto il Papa Francesco, anche lui gesuita e che, pertanto, conosce molti gesuiti. Devo dire che lui, sin dall’inizio, si è mostrato sempre molto rispettoso delle Costituzioni e molto legato al modo di agire della Compagnia di Gesù, che è davvero il suo.

Durante l’intervista che mi rilasciò nel 2013 Papa Francesco mi disse che «il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto». Che cosa significa questo per Lei?

Significa qualcosa di molto importante e profondo. Sullo sfondo c’è la coscienza — a volte dimenticata o offuscata — che Dio è un mistero, anzi «è il mistero dei misteri». È evidente che, se ci crediamo, non possiamo considerarci in possesso dell’ultima parola su Dio e su tutti i misteri in cui ci dibattiamo: la persona umana, la storia, la donna, la libertà, il male e così via. Il nostro pensiero è sempre «incompleto», aperto a nuovi dati, a nuove comprensioni, a nuovi giudizi sulla verità ecc. Abbiamo molto da imparare dal silenzio dell’umiltà, dalla semplice discrezione. Il gesuita, come dissi una volta in Africa, deve avere tre odori: di pecora, cioè del vissuto della sua gente, della sua comunità; di biblioteca, cioè della sua riflessione profonda; e di futuro, cioè di un’apertura radicale alla sorpresa di Dio. Questo, credo, è ciò che può fare del gesuita un uomo dal pensiero aperto.

Qual è il posto dell’Eucaristia e dei sacramenti nella vita del gesuita?

Circa l’Eucaristia, noi abbiamo insistito così tanto e così a lungo sulla presenza reale che abbiamo dimenticato molti altri aspetti che toccano e riguardano la nostra vita quotidiana. L’Eucaristia è uno scambio di doni: riceviamo pane come nostro nutrimento quotidiano, prendiamo una porzione di questo pane e la offriamo a Dio. Il Signore trasforma questo pane e lo restituisce a noi. Ecco, l’Eucaristia è uno scambio di doni che non smette mai, e che può cambiare la nostra vita. L’Eucaristia ci aiuta a essere generosi, aperti. Sant’Ignazio ha vissuto questa realtà e ha preso le decisioni più importanti durante la celebrazione dell’Eucaristia. Mi colpisce il modo in cui celebra Papa Francesco: con pause, dignità, in un ritmo che invita alla meditazione e all’interiorizzazione. I gesuiti celebrano così.

Nella sua omelia nella chiesa del Gesù, il 3 gennaio 2014, Papa Francesco ha detto: «Solo se si è centrati in Dio, è possibile andare verso le periferie del mondo». Quali sono oggi queste «periferie», a suo avviso?

Sono sempre stato convinto che le sfide della Compagnia di Gesù siano le stesse dell’umanità, ovvero la povertà, la disoccupazione, la mancanza di senso, la violenza, l’assenza di gioia. La nostra domanda è: come ci rivolgiamo a queste sfide? Ed è qui che entra in gioco il fattore totale, cioè quello religioso, che comporta questa preferenza per «l’altro» e quel tipo di distacco che permette di spostarsi verso dove si perde la sicurezza a cui siamo abituati.

Lei ha vissuto in prima persona i due Sinodi sulla famiglia. Ha notato differenze rispetto ai Sinodi precedenti ai quali ha partecipato? Quali? Come giudica, in generale, l’esperienza sinodale che ha vissuto?

Credo che l’esperienza sinodale sia cambiata molto. Prima di partecipare ai Sinodi sulla famiglia, io ho partecipato soltanto a quello sulla nuova evangelizzazione. Quel Sinodo andò avanti normalmente e si giunse alle raccomandazioni senza tensioni e senza grandi illuminazioni. I limiti di quel Sinodo nascono dal fatto che si è parlato di nuova evangelizzazione senza cercare lumi dai successi e dagli errori della «vecchia» evangelizzazione. Nel Sinodo sulla famiglia, invece, fin dal principio si notava che il tema toccava tutti, e ciascuno era chiamato a contribuire con le sue migliori riflessioni. Il Papa stesso ha detto che nel Sinodo non voleva ritrovarsi a camminare avanti da solo, ma con i vescovi. Non c’è il minimo dubbio che il Papa possa procedere da solo, più in fretta, e prendere decisioni che saranno sempre bene accolte nella Chiesa. Ma non ha voluto farlo, per valorizzare il contributo di tutti. Dunque è un peccato che non riceva lo stesso rispetto da alcuni di coloro che nella Chiesa sono posti al comando per guidare i fedeli con la parola e con l’esempio.

Con l’Esortazione apostolica «Amoris laetitia» è emersa con chiarezza la necessità di un «discernimento pastorale» delle situazioni. Il discernimento è un pilastro della spiritualità ignaziana, che impedisce di avere risposte già pronte che prescindono dalla storia concreta delle persone. Ma che cos’è il discernimento?

Innanzitutto è importante dire che è un enorme privilegio partecipare a un Sinodo dei vescovi senza essere vescovo, e quando nelle proprie Costituzioni religiose c’è scritto che la nostra vocazione esclude la candidatura a esserlo. E tuttavia non posso far finta di non vedere che nella formazione dei sacerdoti manca qualcosa. In primo luogo, manca una lettura più esigente del Nuovo Testamento. Affinché l’insegnamento del Papa sia una realtà viva, bisogna cambiare la formazione del clero in una «formazione al discernimento». Sant’Ignazio è andato veramente in profondità nel suo discernimento, nell’aiutare la gente, sapendo quando l’aiuto è un vero aiuto e quando non lo è.

Papa Francesco è molto legato al motto «Non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo, divinum est». Che cosa significa, secondo Lei, questo celebre epitaffio sepolcrale di sant’Ignazio?

Sul testo e sulla sua interpretazione ci sono varie teorie; per me, è un elogio della libertà interiore, di cui, certo, sant’Ignazio abbondava. Non è l’opera che compiamo, né la sua grandezza, e nemmeno la sua ripercussione sociale. Non importa nient’altro che la volontà di Dio, e la persona è più che capace di associarvisi e di sentirsi contenta di conoscerla e di compierla. Nessuno può pretendere di conoscere la volontà di Dio con certezza. Siamo tutti ricercatori e siamo sempre tenuti a discernere dov’è la volontà di Dio.

Che cosa Lei personalmente si attende dalla Congregazione Generale? Quali sono i suoi desideri personali?

In primo luogo che venga eletto un buon Superiore generale, cosa non troppo difficile, dato che la Compagnia è sopravvissuta a me. Mi attendo che la Congregazione discernerà su come migliorare la nostra vita religiosa e come migliorare il nostro servizio alla Chiesa e al Vangelo nel «servizio delle anime», come voleva sant’Ignazio. Così, mi auguro che il frutto della Congregazione sia una migliore vita religiosa nello spirito del Vangelo e una rinnovata capacità d’immaginazione. Rispetto alla precedente Congregazione i tempi sono cambiati. Abbiamo bisogno di audacia, fantasia e coraggio nell’affrontare la nostra missione come parte della più grande missione di Dio nei confronti del nostro mondo. Poi spero che il Papa si rivolga alla Congregazione presentando i suoi sentimenti e le sue preoccupazioni.

Lei, come il p. Kolvenbach, lascia il suo incarico. Ma allora la regola dell’incarico «a vita» dovrà cambiare, considerando che anche Benedetto XVI ha deciso di rinunciare al ministero petrino?

Anch’io la pensavo così, ma Papa Francesco mi ha fatto pensare che ormai nella legislazione della Compagnia vi sia spazio sufficiente per concludere il servizio come abbiamo fatto noi ultimi tre Generali. Il Papa ha suggerito anche che sarebbe sufficiente se i quattro Assistenti scelti per questo assumessero un atteggiamento più attivo nel suggerire al Generale che sta venendo l’ora delle dimissioni. Al giorno d’oggi, con i progressi della medicina e l’allungamento della vita, non è possibile che un gruppo desideroso di servire, e a cui serve agilità di movimenti, debba sottostare agli ultimi tre o cinque anni di debolezza del suo Superiore generale.

Infine, una domanda sulla «Civiltà Cattolica»: sin dalla fondazione, cioè sin dal 1850, la rivista dipende direttamente dal Superiore generale della Compagnia, oltre ad avere un particolare legame con la Santa Sede, che la rende un’opera peculiare all’interno della Compagnia. Papa Francesco l’ha definita «rivista unica nel suo genere». Tra poco uscirà il numero 4.000 della rivista, un grande traguardo. Quale pensa sia il ruolo specifico della nostra rivista nel contesto culturale odierno? Come vede il futuro del nostro lavoro?

In primo luogo, credo che quanto la rivista sta facendo sia adeguato a ciò di cui la Chiesa ha bisogno oggi. Essa sta facendo da ponte tra la Chiesa e la società. Per la Chiesa è importante trovare tutti i punti di contatto con la realtà, la sofferenza e le speranze del nostro tempo. La rivista sta già facendo questo, e il suo lavoro va appoggiato e valorizzato.

La rivista in questi anni mi sembra sia diventata un luogo di dialogo, come piace al Papa. Essa deve creare spazi per il dialogo, e non deve preoccuparsi di dire tutto ogni volta che tratta una questione. È una tecnica vera e propria dire in poche parole ciò che è importante e degno del pensiero cristiano. Voler dire tutto per desiderio di eccessiva completezza offusca il pensiero e rende gli articoli pesanti, lunghi e ripetitivi. E questo fa diminuire nettamente il numero dei lettori e la possibilità di dare credibilità alla Chiesa. La Civiltà Cattolica mi sembra dunque essere una voce aperta della Chiesa. Ho avuto modo di assistere all’ultimo collegio di professori del Rettore uscente, p. François-Xavier Dumortier, dell’Università Gregoriana. Mi sono molto piaciute le tre riflessioni che il Rettore uscente ha lasciato ai professori come retaggio accademico. Una riguardava la missione dell’Università, ed esortava i professori a considerare la creatività come parte integrante della loro fedeltà alla Chiesa. Lo stesso Santo Padre, quando si è rivolto ai gesuiti nel secondo centenario della restaurazione della Compagnia, ci ha detto che il gesuita è l’uomo del pensiero incompleto, come abbiamo già commentato. Ma lo aveva detto prima a te nella tua intervista del 2013. Ecco: la rivista deve esprimere questo senso aperto verso qualsiasi mistero. Credo che le caratteristiche di una rivista così speciale come la vostra in vista del futuro debbano essere: apertura a nuovi avvenimenti, nuove idee, nuovi stili, diversità di culture, valori, prospettive; la sua natura propria di ponte; apertura al dialogo, soprattutto con altre religioni, che manifestano ciò che di meglio lo Spirito ha ispirato all’umanità; anticipare, piuttosto che seguire, la società e la modernità; continuare a offrire prospettive a gruppi umani che si preoccupano del futuro; far fronte alle sfide del momento presente, specie alla mancanza di gioia, di speranza e di senso.

* * *

Saluto il p. Nicolás, perché è già ora di pranzo. Ci tratteniamo sulla soglia. Vedo che c’è una cosa che continua ad attirare la sua attenzione: la domanda sul profetismo e sulla sapienza. Mi dice che questo tema lo ha preso interiormente anche nella sua preghiera. Oggi, in un mondo che ha smarrito la fede, Dio è ancora attivo e all’opera. Ma come parlare di lui? Il linguaggio della missione è quello di una sapienza frutto di un pensiero aperto e incompleto e di una fede che sa riconoscere il Signore lì dove lui si fa trovare, non dove la nostra abitudine lo cerca. Avverto in questa sfida una sintonia profonda fra il Papa e il Generale. Forse sarà proprio su questo piano che avverrà il passaggio di testimone tra padri Generali.

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