RAPSODIA SATANICA

Quaderno 3717

pag. 312 - 314

Anno 2005

Volume II

7 maggio 2005

Rapsodia satanica (Italia, 1914-1917).
Regista: NINO OXILIA.
Interpreti principali: L. Borelli, A. Habay, U. Bazzini, A. Cini, A. Nepoti.

Visto al Teatro dell’Opera di Roma con accompagnamento di musica dal vivo, Rapsodia satanica è un film realizzato a partire dal 1914 da Nino Oxilia per le Cines e proiettato la prima volta nel 1917 all’Augusteo di Roma con Pietro Mascagni che dirigeva l’orchestra di Santa Cecilia nella partitura da lui composta come commento sonoro alle immagini che scorrevano sullo schermo. La riproposta della pellicola è resa possibile dall’accurato restauro compiuto dalla Cineteca comunale di Bologna, mentre la partitura musicale è stata revisionata da Marcello Panni, che ha diretto l’orchestra del Teatro dell’Opera.

Accostandosi alla musica colta nel secondo decennio del secolo scorso, il cinema cercava di acquisire titoli che ancora gli mancavano per poter essere ammesso nel giardino delle Muse. Al di là delle ambizioni, che tendevano verso l’opera d’arte totale teorizzata da Wagner, i mezzi tecnici, economici ed espressivi erano tali da non consentire di andare oltre certi limiti. Il gusto dannunziano si fa sentire nella decorazione sovraccarica degli ambienti e negli atteggiamenti svenevoli della «diva» di turno. Pienamente godibile la musica di Mascagni, intonata al gusto internazionale del momento, con echi che sembrano provenire da composizioni di Strauss e Debussy.

Il film si compone di un prologo e due parti. Prologo. Nel castello D’Illusione, Alba D’Oltrevita (Lyda Borelli), capelli d’argento e rughe sopra la fronte, osserva i giovani e le ragazze che lei stessa ha invitato per una festa nella sua grigia dimora. Le coppie di ballerini, instancabili per la loro giovane età, intrecciano giravolte nei vasti saloni suscitando nel cuore della vecchia signora il rimpianto per i suoi anni spensierati e  felici, ormai lontani, mentre sente incombere su di sé l’ombra della morte. Dopo aver danzato tutta la notte, cavalieri e dame lasciano il castello non prima di aver baciato la mano tremante della padrona di casa. Rimasta sola, la vecchia signora respira con avidità i profumi che inebriano la notte estiva sul punto di stemperarsi nelle luci del giorno «quando odora / d’amore tutto il mondo, e come un cuore / immenso batte» (parole del poema di Fausto Maria Martini, che fornisce argomento al film).

La vecchia signora invidia Faust che ebbe la sorte di poter vivere in età avanzata una seconda giovinezza. In quel momento, uscendo da un quadro appeso alla parete, le si fa incontro Mefisto (Ugo Bazzini) che, presentandole con una mano una piccola statua di Cupido (simbolo dell’amore) e con l’altra una clessidra (simbolo dell’inesorabile scorrere del tempo), le chiede di scegliere tra la vita e l’amore. Alba non esita a mandare in frantumi la statuetta del giovane dio. Ottiene così da Mefisto la giovinezza, ma rinuncia alla capacità di amare.

Parte prima. Alba si specchia in una fontana. La sua faccia giovane affiora dal fondo dell’acqua. Appaiono due giovani fratelli, Tristano (Andrea Habay) e Sergio (Giovanni Cini), entrambi attratti dal fascino della donna miracolosamente ringiovanita. Giocano tutti e tre con l’altalena. «L’aria trama un’onda in miniatura / e si naviga verso un porto azzurro, / e si ritorna verso terra per / volare più in alto e il cielo  irride / e di sua mano fascia d’una seta / carezzante la tempia di chi vola…».  Alba gioca con i due fratelli suscitando in entrambi un amore che non ha intenzione di ricambiare e spingendoli alla reciproca rivalità. Mefisto, silenzioso nell’ombra, gioisce della tresca che ha ordito e dalla quale si accinge a ricavare una messe di sciagure. Sergio, il più giovane dei due fratelli, è talmente innamorato che dice di essere pronto a togliersi la vita se Alba non si affaccerà alla finestra a mezzanotte in punto. Nel castello è in corso un ballo in maschera. Sergio aspetta nel giardino. Tristano, preoccupato della sorte del fratello, supplica la donna di affacciarsi all’ora convenuta, ma lei approfitta della situazione per sedurlo. Sergio, disperato, si uccide. Tristano si allontana in preda ai rimorsi. Una ruga solca la fronte di Alba.

Parte seconda. Silenzio, solitudine, mistero… Nuovamente incalzata dall’insidia dell’età, la donna si chiude nel suo castello, vaga senza meta nel parco che lo circonda, cinto a sua volta da alte mura, si confronta con la natura immersa nei colori malinconici dell’autunno… Mefisto non la perde di vista. Le fa sapere che ogni notte un cavaliere misterioso sale con il suo destriero sulla collina che incombe sul castello. È Tristano che si reca nel cimitero presso la tomba del fratello, e da lì sosta a guardare la dimora della donna che non è riuscito a cancellare dal proprio cuore. Alba si sente spinta a compiere un ultimo tentativo di legare l’uomo a sé ma, quando è tra le braccia del cavaliere, si accorge che questi non è Tristano, bensì Mefisto che l’aveva tratta in inganno per mettere fine in questa maniera alla partita che si conclude con la morte della donna. Il suo ringiovanimento altro non era che il frutto di un’illusione volta a dimostrare, se ancora ce ne fosse bisogno, che senza amore non c’è vita perché solo nell’amore la vita raggiunge il suo scopo e consente di ottenere la felicità.

Il confronto tra le immagini del film e la musica offre un’occasione per riflettere sulla differenza che c’era nel 1917 tra un linguaggio raffinato ed evoluto, come quello musicale, e un linguaggio primitivo come il cinema, che aveva appena 20 anni di vita. L’inizio della seconda parte, dove non c’è un’azione drammatica vera e propria, ma lo sviluppo, mediante una serie di variazioni, dell’idea poetica che consiste nel mettere a confronto la protagonista con l’ambiente naturale all’interno del quale si muove, lascia prevedere i futuri sviluppi dell’arte cinematografica, le cui possibilità erano ancora in fieri negli anni a cavallo della prima guerra mondiale. A un’inquadratura nella quale la Borelli agita le braccia coperte da candidi veli segue il dettaglio di una farfalla. Al di là dell’intento simbolico, fin troppo scoperto, il linguaggio delle immagini assume in questo caso una forza che fa impallidire i versi corrispondenti del non eccelso poema di Martini: «Amo e chi ama / è una farfalla che pur or mi sembra / voglia morire di troppo biancore».

Acquista il Quaderno