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«DI GENERAZIONE IN GENERAZIONE»

La storia messa in prospettiva, dalla Bibbia a papa Francesco

Quaderno 4093

pag. 16 - 30

Anno 2021

Volume I

2 Gennaio 2021
Voiced by Amazon Polly

C’è un unico tavolo per il nonno e il nipote. / Il futuro si compie ora […]. / Sono presente nelle epoche future / come un ragazzo rizzato sulle staffe (Arsenij Tarkovskij, «Vita, vita»).

Se la fede biblica si fonda su un’esperienza di Dio nella storia, l’ebraico biblico, paradossalmente, non ha una parola per designare la «storia», il corso degli eventi, progressivamente studiato e scritto. Il linguaggio della Bibbia, d’altra parte, dispone di due parole – tôledôt, «generazioni», e dôr, «generazione» – che gli permettono di pensare la storia a partire dal suo dinamismo più interno. Le pagine seguenti[1] caratterizzeranno l’uso incrociato di queste due categorie nella Bibbia; tuttavia lo faranno dopo una digressione attraverso le scienze umane. Nei loro recenti sviluppi, la sociologia, la storia e la psicologia hanno intrapreso, a proposito dei fenomeni delle generazioni e della generazione, strade che la Bibbia aveva già aperto. Qui c’è, per chi ancora ne dubitasse, una conferma della perspicacia della Bibbia in materia antropologica.

La doppia categoria biblica è anche veicolo di una teologia della storia particolarmente lungimirante, la cui rilevanza è ancora da riscoprire. Essa sottende, infatti, il pensiero e l’insegnamento di papa Francesco, attento al dinamismo generazionale che attraversa la storia. Per lui, come per Arsenij Tarkovskij nella poesia citata in esergo, il tavolo della famiglia e della società riunisce le generazioni, tutte quelle che coesistono in un dato momento; per lui, i più giovani sono chiamati a essere visionari, come il ragazzo della poesia, rizzato sulle staffe.

Generazione e generazione

Innanzitutto, è importante considerare il fenomeno antropologico associato alla parola «generazione». Un saggio particolarmente suggestivo di Astrid Erll, la cui ricerca è collegata ai fenomeni della «memoria culturale», guiderà questa esplorazione[2]. L’articolo si apre con le seguenti parole: «Il concetto di generazione è come l’aria che respiriamo: essenziale e per lo più non avvertito. È costitutivo della nostra comprensione della famiglia e della società, dei processi biologici e storici; nello stesso tempo tende a rimanere invisibile, una serie di assunzioni tacite alla base di una formula onnipresente»[3].

Per districare la matassa, spiega la Erll, occorre prendere atto di una distinzione fondamentale. Il termine «generazione», infatti, ha una doppia valenza semantica: a volte si riferisce a un asse diacronico (la generazione attraverso il tempo), a volte a un asse sincronico (il gruppo generazionale in un punto nel tempo). Nelle loro evoluzioni antiche e moderne, le culture e le scienze umane hanno di fatto privilegiato il primo di questi assi, ma recentemente si sono aperte anche all’importanza del secondo.

Generazione diacronica

In una prima accezione, la parola «generazione» si riferisce al generare umano attraverso il tempo. In questo senso diacronico – e «verticale» –, la parola è relativa a ogni gruppo familiare che si prolunga attraverso la nascita di figli. Questa accezione, aggiunge la Erll, is age-old, è antica quanto l’umanità. Un tale discorso sull’origine (genealogica) si legge, per esempio, nel dialogo fra Telemaco e Atena nell’Odissea. Alla dea Atena, che lo spinge alla ricerca del padre, Telemaco risponde: «Mia madre dice che sono suo figlio, ma io non so; nessuno può sapere qual è la sua nascita (gonos)» (Odissea, I, 215-216). Nella sua risposta, Atena osserva, non senza disinganno: «Pochi infatti sono i figli simili ai loro padri; i più sono peggiori, pochi migliori dei loro padri» (Odissea, II, 276-277).

Nell’epoca moderna, il rapporto genealogico è diventato come una miniera d’oro per il pensiero critico, a cominciare dalla psicologia e dalla psicoanalisi: i complessi di Edipo e di Giocasta (tanto per rimanere nella fonte greca), entrambi relativi a dinamiche generative, fanno ormai parte del nostro bagaglio culturale. Si sono aggiunti i contributi dei Trauma Studies, che hanno caratterizzato la trasmissione delle esperienze traumatiche lungo la linea genealogica. Gli studi mostrano che la prima e la terza generazione si rivelano più capaci della seconda di verbalizzare il trauma[4]. Mentre i figli spesso mantengono il silenzio sul trauma vissuto dai genitori, i nipoti danno prova di interesse e di compassione per l’esperienza traumatica dei nonni.

Qualcosa di simile si osserva nei fenomeni di migrazione. Mentre i figli dei migranti si integrano nella cultura nuova, diversa dalla cultura nativa dei genitori, i nipoti dimostrano interesse per la cultura di origine dei loro nonni[5]. Nel pensiero antico, poetico, epico e drammatico, come nel pensiero delle scienze umane, la generazionalità verticale è stata oggetto continuo di riflessione, simbolica o critica.

Generazione sincronica

D’altra parte, prosegue la Erll, si è sviluppato un altro senso della parola «generazione»: un senso non più verticale, ma orizzontale, che si riferisce al gruppo generazionale. L’attenzione alla generational identity è relativamente nuova nelle scienze umane. Se ne può rintracciare la fonte nell’uso della parola «generazione» apparso durante e dopo la Prima guerra mondiale.

«Non sarebbe esagerato considerare il 1914 il punto di partenza dell’emergenza del concetto di generazione come lo conosciamo oggi. Una delle ragioni è che in connessione con la guerra emerse allora un’idea della “generazione della guerra” o, secondo il titolo del libro influente di Robert Wohl, della “generazione del 1914”. Dopo la guerra, veterani in diversi Paesi europei rivendicarono per loro il marchio di una “generazione perduta” (lost generation). Si riferivano al numero ingente di giovani soldati che morirono in una strage meccanizzata senza precedenti, ma anche alla loro esperienza di guerra disilludente e alla loro incapacità di ritrovare un ruolo nella società dopo aver speso tanto della loro prima età adulta sul fronte»[6].

La riflessione teoretica è continuata nel dopoguerra con il saggio di Karl Mannheim, Das Problem der Generationen, del 1928, generalmente considerato un classico. Mannheim sostiene che una «generazione coerente»[7] è costituita da una «partecipazione alla sorte comune» di «una unità socio-storica»[8]. Si parla allora di una Age Cohort, una coorte di età, segnata da circostanze ed esperienze storiche speciali, in particolare negli anni di formazione (gioventù e prima età adulta), una coorte che si identifica come appartenente alla stessa «generazione». «Generazioni» storiche sono in particolare costituite da eventi traumatici condivisi, come guerre perse o migrazioni forzate. Questo uso di «generazione» è oggi diventato pervasivo: parliamo della «generazione della Shoah», della «generazione dei baby boomers» (nati tra il 1945 e il 1964), della «generazione del 1968» e, più recentemente, della «generazione X» (che fa seguito al baby boom e va fino al 1980), della «generazione Y», detta anche Millennials (fino al 1994), Z (fino al 2010), e Alfa (a partire dal 2010). In altre parole, il fenomeno della generazione sincronica fa ormai parte del nostro contesto culturale.

Il precedente biblico

A questo punto occorre dar prova di memoria: quello che rappresenta uno sviluppo relativamente recente delle scienze umane – la distinzione di «generazione» e «generazione» – era già parte integrante del pensiero biblico. La Bibbia, anzi, fa uso di due parole per designare ciascuna delle accezioni della nostra (unica) parola «generazione». Ci avvaliamo qui del saggio prezioso di Paola Mollo, The Motif of Generational Change in the Old Testament (2016)[9].

Nella Bibbia ebraica, scrive l’autrice, il concetto di generazione si declina in due sensi diversi – «genealogia» (diacronica) e «generazione» (sincronica) –, indicati da due parole distinte: «“Genealogia” e “generazione” […] sono concetti assolutamente differenti nel racconto biblico, come si può dedurre dallo stesso testo ebraico, che impiega per ciascuno dei due una radice propria e differenziata. Per indicare la genealogia, l’ebraico utilizza principalmente il termine tôledôt (תודלת), mentre, per indicare la generazione protagonista di ricambio e rinnovamento, adopera di preferenza il termine dôr (רוד). Le due parole ebraiche, differenti nella loro radice, non lasciano adito a erronea sovrapposizione di concetti. Il passaggio alla lingua greca (e da lì alle lingue indoeuropee moderne) ha annullato invece la diversità di significato tra tôledôt e dôr, scegliendo come traduzione, in entrambi i casi, termini provenienti dalla medesima radice *gen-, *gon-, *gn-. Infatti, come si evince dalle concordanze, la parola ebraica תודלת viene tradotta (nella LXX) per lo più con γενεσις (24 volte) e con συγγενεια (14 volte), e una volta con γενεα. Per quanto riguarda la parola רוד, essa viene tradotta quasi esclusivamente con γενεα; una volta compare al suo posto συγγενεια (Is 38,12) e quattro volte εκγονον (Pr 30,11-14), termini che provengono anch’essi della radice *gen-, *gon-, *gn-»[10].

«Queste sono le generazioni (tôledôt)»

La Bibbia sviluppa una riflessione particolarmente articolata sulla generazionalità verticale, genealogica, associata quindi alla parola tôledôt, e questo fin dalla formula che scandisce il libro della Genesi: «Queste sono le generazioni di»[11]. Genesi è il libro del generare: alterna liste genealogiche e racconti centrati sulla concezione e nascita travagliata di figli (Isacco, Giacobbe ed Esaù, Beniamino, Peres e Zerach). Le liste genealogiche si ritrovano anche nel libro dell’Esodo, nei libri di Esdra e Neemia, e nelle Cronache. Se sono un segno distintivo di una scuola redazionale (quella sacerdotale), esse sono anche elementi costitutivi del macroracconto in quanto storiografico[12]. Come si è già detto, l’ebraico biblico non conosce una parola per designare la storia: questa è costituita da «generazioni», tôledôt, che ne sono il telaio.

Nel Nuovo Testamento, le liste genealogiche compaiono nei Vangeli di Matteo (Mt 1,1-17) e di Luca (Lc 3,23-38) in quanto genealogie di Gesù. Sebbene il Nuovo Testamento sia associato, nella sua dimensione escatologica, a un fenomeno di contrazione dei tempi, tutto centrato sul «figlio» («Figlio dell’uomo» e «Figlio del Padre»), esso tuttavia rimette in campo, in modo messianico, il modello delle generazioni[13].

Nella Bibbia non mancano gli episodi e le scene che collegano o confrontano due generazioni successive (padri, madri e figli). «Chi sei tu, figlio mio?», chiede Isacco quasi cieco a Giacobbe, che si fa passare per Esaù, il primogenito (Gen 27,18). «Per questo fanciullo ho pregato», dice Anna al sacerdote Eli (1 Sam 1,27). «Ti vedo, figlio, luce dei miei occhi!», esclama Tobi, quando ritrova il figlio (Tb 11,13). L’intreccio allora è quello della vita stessa del bambino nella sua concezione o nella sua sopravvivenza, o quello della trasmissione della promessa, della benedizione o dell’eredità da una generazione all’altra. Il Dio biblico è strettamente legato a questo scenario bi-generazionale, lui che si rivela come colui che riconduce «il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri» (Ml 3,24).

La trama si può estendere parimenti su tre generazioni. Così in Gen 48,8-10, quando Giuseppe presenta al padre i figli che gli sono nati in Egitto; o, in versione femminile, in Rt 4,16-17, quando Noemi accoglie Obed, figlio di Rut: «Noemi prese il bambino, se lo pose in grembo e gli fece da nutrice». Quattro generazioni, invece, sono coinvolte nel sommario che conclude la vita di Giuseppe in Gen 50,23: «Così Giuseppe vide i figli di Efraim fino alla terza generazione e anche i figli di Machir, figlio di Manasse, nacquero sulle ginocchia di Giuseppe». Lo stesso scenario si ritrova nella vicenda di Giobbe, dopo che viene reintegrato nei suoi beni: «Dopo tutto questo, Giobbe visse centoquarant’anni e vide figli e nipoti per quattro generazioni (dôrôt). Poi Giobbe morì, vecchio e sazio di giorni» (Gb 42,16-17).

Questi racconti che coinvolgono due, tre o quattro generazioni ci consentono di capire una formula teologica notevole: nel Decalogo, Dio si presenta come colui che «visita la colpa dei padri fino alla terza e alla quarta generazione» (Es 20,5; cfr Es 34,7; Nm 14,18; Dt 5,9). La chiave della formula in questione è essenzialmente antropologica. Durante la sua vita, un uomo può essere testimone di tre o quattro generazioni, vedendo i figli dei suoi figli e, magari, i figli di questi ultimi. In altre parole e in una prospettiva propriamente etica, egli sarà testimone delle ricadute delle sue scelte, e in particolare delle sue scelte sbagliate, fino alla terza o alla quarta generazione. È questo che Dio «visita» e sanziona, prendendone atto. La formula ha quindi il valore di un monito, mettendo l’uomo di fronte alla sua responsabilità nelle sue scelte: saranno i suoi figli, nipoti e pronipoti a pagarne le conseguenze, e lui stesso ne sarà testimone. In questo modo la Bibbia collega il mistero di Dio con una dimensione essenziale della vita morale: la sua dimensione transgenerazionale. Essa dà prova di un senso acuto dell’impatto del «generare» umano nella diacronia della storia.

«Questa generazione (dôr)»

La Bibbia dà prova di un’uguale perizia a proposito dell’altro asse generazionale – quello «orizzontale» della generazione coeva –, mettendo in gioco la parola dôr in un senso sia storico sia morale. La «generazione» in questo ultimo senso fa il suo ingresso nel dramma biblico con il racconto del diluvio in Gen 6,9: «Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei (letteralmente: “nelle sue generazioni”) e camminava con Dio». L’affermazione del narratore viene ribadita da Dio stesso in 7,1: «Yhwh disse a Noè: “Entra nell’arca tu con tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione”». Ciò che qui viene affermato è l’identità di sorte di un gruppo generazionale; si tratta di un’identità morale.

Nel suo saggio, la Mollo si concentra su un motivo legato alla «generazione» in questione: quello del ricambio generazionale. Si tratta, nella Bibbia, di un topos, in cui gruppi generazionali sono presentati come altrettanti «personaggi» segnati dal loro carattere e dal loro ruolo particolare nel corso della storia. Abbiamo già menzionato la generazione contemporanea di Noè, la generazione del diluvio (in Gen 6,9 e 7,1). Il motivo ritorna all’inizio dell’Esodo (Es 1,6-8): «Giuseppe poi morì, e così tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione (dôr). I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto forti, e il paese ne fu pieno. Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe».

Dopo l’Esodo e il Levitico, il libro dei Numeri fa del motivo in questione il fulcro del suo intreccio. È il libro che «drammatizza» il passaggio da una generazione all’altra: dalla generazione che ha conosciuto l’esodo, la rivelazione e l’alleanza del Sinai alla generazione che entrerà nella terra. In questo passaggio, la staffetta non viene trasmessa in modo semplice. Il libro dei Numeri racconta infatti come si squalifichi la prima generazione, testimone e beneficiaria di tanti beni, infine condannata a errare 40 anni nel deserto: gli anni della sua totale scomparsa. La generazione dell’esodo, infatti, si è screditata nell’episodio dei 12 esploratori, riferito in Numeri 13–14, quando il popolo, con un atteggiamento di disprezzo che culmina nell’apostasia, non ha creduto al dono della terra da parte di Dio. Da qui la sentenza divina: «Tutti gli uomini [in altre parole: “questa generazione”] che hanno visto la mia gloria e i segni compiuti da me in Egitto e nel deserto e tuttavia mi hanno messo alla prova già dieci volte e non hanno dato ascolto alla mia voce, certo non vedranno la terra che ho giurato di dare ai loro padri, e tutti quelli che mi trattano senza rispetto non la vedranno[14] […]. Proprio i vostri bambini, dei quali avete detto che sarebbero diventati una preda di guerra, quelli ve li farò entrare; essi conosceranno la terra che voi avete rifiutato» (Nm 14,22-23.31). Il motivo del ricambio generazionale ritorna in Gdc 2,8-10, al momento della morte di Giosuè e della scomparsa della sua generazione: «Poi Giosuè, figlio di Nun e servo di Yhwh, morì a centodieci anni […]. Anche tutta quella generazione (dôr) fu riunita ai suoi padri; dopo di essa ne sorse un’altra, che non aveva conosciuto Yhwh, né l’opera che aveva compiuto in favore d’Israele».

Quattro sono quindi i ricambi generazionali che vengono drammatizzati nella Bibbia ebraica, associati alle figure di Noè, Giuseppe, Mosè (attorno alla rivelazione e all’alleanza del Sinai) e Giosuè. Sulla base di ricorrenze stilistiche, di analogie e di contrasti, la Mollo identifica nel topos due paradigmi: quello rigenerativo (Genesi 6–9 e Numeri 13–14), nel quale uno (Noè) o due (Giosuè e Caleb) individui si distinguono dal resto di una generazione (dôr) malvagia per la pietas; e quello degenerativo (Esodo 1 e Giudici 2), nel quale alla morte del capo-dôr (Giuseppe, Giosuè) e della generazione coeva fa seguito il sorgere di una nuova figura – un nuovo regnante in Egitto, una nuova generazione in Israele –, caratterizzata dall’ignoranza, dal «non conoscere», che segna un peggioramento nella vita del popolo[15].

Una svolta sorprendente però è riservata al lettore del macroracconto biblico. Dopo essere stata adoperata in Gdc 2,10 e 3,2, la parola dôr sparisce completamente dal lessico della narrativa storica biblica, con un’unica eccezione in 1 Cr 16,15. Infatti, sorgono allora nuovi soggetti storici ed etici: i re di Giuda e di Israele. Su di loro ricadrà il giudizio della storia. «La responsabilità, che fino a tutta la dôr che vive durante i giudici è imputata ai comportamenti e alle scelte degli uomini come collettività – scrive la Mollo – trova successivamente nella figura dei re l’unica sede in cui essere ricercata e valutata»[16]. Se la generazione dei tempi antichi si comportava come un personaggio etico, ora sono i personaggi regali – incluse regine quali Gezabele e Atalia – che diventano la pietra di paragone nella storia. In questo chassé-croisé tra generazione personalizzata e personaggi di spicco si rivela un pensiero profondo sulla storia e sui ruoli complementari o alternati che possono giocarvi gruppi e individui.

«Di generazione in generazione»

Questo percorso attraverso l’Antico Testamento sfocia in un fenomeno significativo: i due assi generazionali – quello verticale della genealogia e quello orizzontale del gruppo generazionale – sono connessi nelle espressioni «di generazione in generazione» e «lungo le vostre generazioni». La duplice formula traduce il ruolo di ogni gruppo coevo nell’esperienza ereditata, vissuta nel corso della storia intesa come tradizione. Così nel Sal 79,13: «E noi, tuo popolo e gregge del tuo pascolo, ti renderemo grazie per sempre; di generazione in generazione narreremo la tua lode». L’espressione è frequente nei Salmi (cfr Sal 10,6; 33,11; 49,12; 77,9; 85,6; 89,2; 102,13; 106,31; 119,90; 135,13; 145,4; 146,10). Ricorre anche in contesto narrativo e rituale. Ad esempio, in Gen 17,12: «Quando avrà otto giorni, sarà circonciso tra voi ogni maschio di generazione in generazione» (cfr Es 12,17).

La trasmissione e l’osservanza «di generazione in generazione» si trovano al centro della fede biblica. La tradizione non è solo verticale, diacronica, di padre e madre in figlio, ma coinvolge anche i gruppi coe­vi successivi, ai quali è affidata la sua attualizzazione. Ereditata, come la vita, dai genitori e dagli antenati, la rivelazione trova un’attualizzazione nuova in ogni generazione, nella sua esperienza originale di Dio.

«Generazione» nel Nuovo Testamento

È giocoforza constatare che la categoria di «generazione», sparita nel corso del libro dei Giudici, ritorna, e in modo insistente, nel Nuovo Testamento. Basti citare qui due affermazioni di Gesù che troviamo nel Vangelo di Matteo: «A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza…» (Mt 11,16-19); «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. Nel giorno del giudizio, quelli di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!» (Mt 12,39-42).

Osserviamo innanzitutto come Gesù qui stia parlando la lingua della Scrittura. Quando rimprovera «questa generazione» o «questa generazione malvagia», egli riecheggia Dio e Mosè nel libro dei Numeri e nel Deuteronomio, che chiamano «generazione malvagia» la generazione del deserto, quando rifiuta il dono della terra promessa, che è «a portata di mano» (cfr Dt 1,35; Nm 32,13; 14,35).

La Scrittura suggerisce a Gesù le parole del suo giudizio in un kairos analogo: quello della vicinanza del regno di Dio. E Gesù manifesta la stessa idea nel suo discorso escatologico: «In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mt 24,34-35). Nei versetti successivi, egli prolunga il suo ragionamento in chiave generazionale, mettendo in relazione l’ottenebramento della generazione del diluvio con quello dei testimoni della venuta del Figlio dell’uomo (vv. 37-39).

La traiettoria escatologica del Figlio dell’uomo sarà contraddistinta, come quella protostorica di Noè, da una generazione che manifesta altre opzioni prioritarie. Le scelte di fronte a Cristo sono sempre scelte personali, che vengono messe in scena lungo l’affresco evangelico: da Erode a Giuda, dal primo discepolo al ladrone crocifisso con Gesù, dall’uomo ricco alla sirofenicia. Lo stesso Vangelo mostra anche come, di fronte al Messia di Dio, gli uomini si dimostrino solidali nel bene o nel male. Messi di fronte ai segni evangelici, essi danno risposte che si rafforzano a vicenda. «Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose» (Lc 1,65); «La sua fama si diffuse subito dovunque» (Mc 1,28): le risposte contrastanti alle parole e ai segni compiuti da Gesù diventano contagiose.

Inoltre, dobbiamo osservare che l’espressione utilizzata da Gesù – «questa generazione» – ha un valore speciale: quello di raggiungere ogni generazione che legge o ascolta il Vangelo. Gesù si rivolge certo alla generazione che gli è contemporanea nel mondo del racconto, ma il deittico «questa» ha il potere di oltrepassare i confini narrativi e di raggiungere ogni lettore-ascoltatore che attualizza la narrazione. Attraverso l’espressione «questa generazione» il Vangelo raggiunge ogni generazione – «presente», «attuale» nella storia, fino alla fine dei tempi – chiamata a prendere una decisione di fronte al Figlio dell’uomo.

«Tutte le generazioni mi diranno beata»

Accanto alla responsabilità di dare una risposta al Messia di Dio, un’altra dinamica coinvolge ogni generazione, in prospettiva sia diacronica sia sincronica: quella della lode, che trova in Maria la sua icona. Nel Magnificat, Maria dichiara in Lc 1,48b: «D’ora in poi tutte le generazioni (pasai hai geneai) mi chiameranno beata (makariousin)». Con queste parole riecheggia la cugina Elisabetta, che in precedenza aveva fatto uso della parola makarios, «felice, beato»: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,45).

Con le sue parole, Maria riecheggia anche una sorella maggiore nella storia del popolo ebreo, la matriarca Lia. Alla nascita del figlio Aser (ʾāshēr, che significa «felice, beato»), lei ha esclamato: kîʾishshĕrûnî bānôt, «perché le figlie mi diranno felice» (Gen 30,13). La LXX ha tradotto questa espressione ebraica con makarizousin me hai gynaikes, «le donne mi chiameranno beata», introducendo il verbo makarizō («considerare o dichiarare beato»), quello che sarà ripreso dalla Maria lucana. A questo verbo Maria attribuisce un soggetto originale: «Tutte le generazioni (pasai hai geneai) mi chiameranno beata». Alla parola gynaikes, «le donne», della LXX Maria sostituisce la parola geneai, «generazioni», ampliando la lode futura. Inoltre, nel Vangelo di Luca, Maria crea un arco temporale significativo tramite il cambiamento introdotto: non si tratta più del presente («le donne mi chiamano»), ma di un futuro aperto: «tutte le generazioni mi chiameranno». Maria universalizza l’atto di parola di «beatificazione» attraverso il tempo.

Anche in questo caso si crea un effetto che trascende i limiti del mondo narrato: la profezia di Maria raggiunge infatti ogni generazione che canta il Magnificat. L’esclamazione di Maria è certo rivolta a Elisabetta, e risuona dapprima all’interno del mondo del racconto, ma, in modo asintotico, raggiunge ognuna delle generazioni future che attualizzeranno l’inno nella proclamazione o nel canto. Un atto di parola delle origini – quello di Lia – si realizza in modo messianico in quello di Maria, che lo universalizza per «tutte le generazioni», fino a raggiungere quella che i Salmi chiamano «la generazione ultima (dôr ʾaḥărôn)» (cfr Sal 48,14; 78,4; 102,19). Fino alla fine dei tempi (delle tôledôt), le generazioni (dôrôt) successive vengono convocate nel canto di Maria, e questo a proposito di una duplice nascita: quella di Giovanni Battista e quella di Gesù.

Il telaio delle generazioni nell’insegnamento di papa Francesco

Anticipando le scoperte delle scienze umane, la Bibbia ha dimostrato di essere maestra in materia di antropologia. Attraverso il gioco incrociato dei concetti di «generazioni» e di «generazione» fa riflettere sulla storia partendo dalle sue dinamiche fondamentali. Alla prospettiva antropologica si affianca un pensiero teologico: il disegno divino è profondamente legato alla scansione delle generazioni, prima e dopo ogni alleanza, prima e dopo l’evento (la nascita, la vita, la morte, la risurrezione) di Cristo Gesù. Nella sua ricchezza, questo pensiero richiede nuovi poeti e narratori, oltre che nuovi teorici, critici e creatori.

È interessante osservare come questa duplice prospettiva biblica attraversi il pensiero e l’insegnamento di papa Francesco. Fin dall’inizio del suo pontificato egli è apparso come colui che invocava una nuova intesa tra le generazioni, in particolare tra nonni e nipoti: «Beate quelle famiglie che hanno i nonni vicini! Il nonno è padre due volte e la nonna è madre due volte»[17]. «Come vorrei una Chiesa che sfida la cultura dello scarto con la gioia traboccante di un nuovo abbraccio tra i giovani e gli anziani!»[18]. Questa affinità tra i più giovani e gli anziani viene molto spesso evidenziata dal Papa tramite i versetti del profeta Gioele: «Dopo questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (Gl 3,1; cfr At 2,17)[19].

Il modulo antropologico, come ricorda in molti modi papa Francesco, è quello delle tre generazioni[20], ed è anche un modulo teologico: il Dio della Bibbia si è rivelato non come il Dio di un antenato solitario, ma come quello di Abramo, Isacco e Giacobbe, cioè dei patriarchi e delle matriarche e dei loro discendenti per tre generazioni. In modo significativo, il modulo delle tre generazioni riappare nel Nuovo Testamento: «Mi ricordo […] della tua fede schietta – scrive Paolo a Timoteo –, fede che ebbero anche tua nonna Loide e tua madre Eunice, e che ora, ne sono certo, è anche in te» (2 Tm 1,5). La trasmissione della fede ha una profonda affinità con quella della vita transgenerazionale, come mostra in molti modi l’Antico Testamento: «Una generazione narra all’altra le tue opere, annuncia le tue imprese» (Sal 145,4; cfr Is 10,2; 12,26-27; 13,14; Dt 4,9; 6,7,20-25; Sal 78,1-8)[21]. Le storie che genitori e nonni hanno il dono e la vocazione di raccontare – quelle della famiglia, quelle della famiglia umana – sono destinate a intersecare quelle della Bibbia e a intrecciarsi con esse. La trasmissione della fede in Cristo è vissuta su molti fronti, in molti ambienti e attraverso molti canali; con audacia e saggezza, papa Francesco la mantiene vicina al suo luogo più vitale, proprio quello della vita trasmessa di generazione in generazione (cfr Sal 78,3-4).

Si tratta della vita e della sopravvivenza anche su un altro fronte transgenerazionale che è al centro delle preoccupazioni di papa Francesco: quello della «casa comune» e del futuro della famiglia umana. Citando i vescovi del Portogallo, egli afferma: «[La terra] è un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva»[22]. La questione ecologica trova il suo primo luogo di risonanza nei rapporti generazionali. Essa è intimamente legata alla preoccupazione dei genitori per il nascituro e per i figli che crescono. Come manifesta la generazione dei «Fridays for Future», legata a Greta Thunberg, essa assume anche la forma di una sfida rivolta dai più giovani agli adulti. Sin dall’enciclica Laudato si’ la parola di papa Francesco si staglia in questo faccia a faccia delle generazioni ordinato alla vita su questa terra.

Se è l’avvocato del nesso delle generazioni, papa Francesco lo è anche della vocazione di ogni generazione a essere protagonista di se stessa, senza lasciarsi rubare la propria speranza[23]. L’esortazione Christus vivit, rivolta ai più giovani, è punteggiata di appelli in questo senso, e l’enciclica Fratelli tutti ritorna sull’argomento: «Ogni generazione deve far proprie le lotte e le conquiste delle generazioni precedenti e condurle a mete ancora più alte»[24]. Parlando così, il Papa si dimostra animato dalla «convinzione che ogni donna, ogni uomo e ogni generazione racchiudono in sé una promessa che può sprigionare nuove energie relazionali, intellettuali, culturali e spirituali»[25]. In questo egli riecheggia Paolo VI, il quale, all’apertura della Settimana Santa nel 1975, si è rivolto ai giovani così: «Siete qui […] come protagonisti della vostra generazione; non tanto come spettatori, invitati e assistenti passivi, ma come attori e fattori del fenomeno caratteristico della vostra gioventù, il fenomeno della novità»[26].

La generazione che viene

Coordinando le due categorie di tôledôt («generazioni») e di dôr («generazione»), la Bibbia fornisce come una bussola per l’antropologia e per il pensiero della storia. Inoltre, apre una prospettiva ancora da esplorare in materia di teologia della storia. Questa prospettiva ci riporta al ragazzo che il poeta Tarkovskij vedeva «rizzato sulle staffe», proiettato nel futuro.

Dell’ultima generazione si deve dire che ha un privilegio incommensurabile: quello di essere dalla parte del Signore che torna. Il Salmo più pasquale di tutti, il Salmo 22, nella lettera agli Ebrei viene messo sulle labbra del Risorto: «Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, in mezzo all’assemblea canterò le tue lodi» (Eb 2,12; Sal 22,23). Nel Salmo, questo annuncio si rivolge «alla generazione che viene» (v. 31), descritta nell’ultimo versetto come il «popolo che nascerà» (v. 32). In altri passi del Salterio viene nominata la «generazione successiva» o «ultima» (Sal 48,14; 78,4.6; 102,19). Nella prospettiva cristiana, questa generazione «che viene» è quella più vicina al Signore che viene. Dei figli e delle figlie che nascono, che ci guardano, e guardano per noi il futuro, si può dire che sono «dal lato» del Risorto, che torna nella sua gloria e, tramite loro, già ci visita.

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«FROM GENERATION TO GENERATION». History put into perspective, from the Bible to Pope Francis

Although biblical faith is based on an experience of God in history, biblical Hebrew, paradoxically, does not have a word to designate «history», understood as the course of events, progressively studied and written down. The language of the Bible, on the other hand, has two words – tôledôt, «generations», and dôr, «generation» – that allow us to think of history from its innermost dynamism. The article characterizes the cross-use of these two categories in the Bible, showing that God’s project is deeply linked to the scanning of generations, before and after each covenant, before and after the event of Jesus Christ.

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[1].      Queste pagine al tempo stesso abbreviano e sviluppano una sezione del nostro saggio «Generare, perché? Una prospettiva biblica», in Anthropotes 36 (2020) 139-190.

[2].      Cfr A. Erll, «Generation in Literary History: Three Constellations of Generationality, Genealogy, and Memory», in New Literary History 45 (2014) 385-409.

[3].      Ivi, 385.

[4].      Cfr V. Aarons – A. L. Berger, Third-Generation Holocaust Representation: Trauma, History, and Memory, Chicago, IL, Northwestern University Press, 2017.

[5].      Il fenomeno in questione viene chiamato «Hansen’s Law» in riferimento a M. L. Hansen, The Problem of the Third Generation Immigrant, Rock Island, IL, Augustana Historical Society, 1938.

[6].      A. Erll, «Generation…», cit., 386. Cfr R. Wohl, La generazione del 1914, Milano, Jaca Book, 1984.

[7].      K. Mannheim, «Das Problem der Generationen», in Kölner Vierteljahrshefte für Soziologie 7 (1928) 309 («Generationszusammenhang»).

[8].      Ivi.

[9]  .    Cfr P. Mollo, The Motif of Generational Change in the Old Testament: A Literary and Lexicological Study, Lewiston, NY, Mellen, 2016. L’opera verrà citata a partire dall’originale italiano, accessibile online, La «dôr» biblica ed il tema del ricambio generazionale. Studio lessicologico e letterario di un tòpos, Università di Pisa, 2014.

[10].    Id., The Motif…, cit., 25.

[11].    La titolatura in questione compare 10 volte nel libro, in due onde di cinque occorrenze: Gen 2,4a; 5,1; 6,9; 10,1; 11,10 / 11,27; 25,12; 25,19; 36,1(9); 37,2.

[12].    Cfr J. L. Ska, «Le genealogie della Genesi e le risposte alle sfide della storia», in Id., Il cantiere del Pentateuco. 1. Problemi di composizione e di interpretazione, Bologna, EDB, 2013, 83-112.

[13].    Cfr J.-P. Sonnet, «De la généalogie au “Faites disciples” (Mt 28,19). Le livre de la génération de Jésus», in C. Focant – A. Wénin (edd.), Analyse narrative et Bible, Louvain, Peeters, 2005, 199-209.

[14].    Con l’eccezione di Caleb e Giosuè, esploratori che hanno riconosciuto la bontà del dono della terra, cfr Nm 14,30; 26,64-65.

[15].    Cfr P. Mollo, The Motif…, cit., 89-97.

[16].    Ivi, 123.

[17].    Francesco, Incontro con gli anziani in piazza San Pietro, 28 settembre 2014.

[18].    Id., Catechesi, 11 marzo 2015.

[19].    Id., Esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit (CV), 25 marzo 2019, n. 192; cfr Id., La saggezza del tempo. In dialogo con Papa Francesco sulle grandi questioni della vita, Venezia, Marsilio, 2018.

[20].    Cfr Id., Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia sull’amore nella famiglia, 19 marzo 2016, nn. 187-198.

[21].    Cfr Id., Lettera enciclica Lumen fidei sulla fede, 29 giugno 2013, nn. 12 e 38.

[22].    Id., Lettera enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune (LS), 4 maggio 2015, n. 159; Id., Lettera enciclica Fratelli tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale (FT), 3 ottobre 2020, n. 178 (che cita la Conferenza Episcopale Portoghese, Lettera pastorale Responsabilidade solidária pelo bem comum, 15 settembre 2003, 20). Cfr anche LS 53; 159-162.

[23].    Cfr in particolare CV 15; 74.

[24].    FT 8.

[25].    FT 196; cfr anche Francesco, Esortazione apostolica post-sinodale Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, n. 122.

[26].    Paolo VI, s., Omelia, «Dominica Palmarum», 23 marzo 1975. L’introduzione del nuovo nel mondo e nella storia, scrive la filosofa Hannah Arendt nel suo saggio Vita activa (1958), «è possibile solo perché ogni uomo è unico, e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità» (H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Milano, Bompiani, 2017, 128 s).

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