Non è facile provare a confrontarsi con la figura di Bob Dylan, personaggio inafferrabile, contraddittorio, menestrello, poeta, forse profeta, sicuramente artista che sta più in là del tempo che vive. Questa complessità si mostra anche nel suo linguaggio compositivo: la sua canzone è a volte narrativa, mentre, con uno sguardo spietato sul mondo, inchioda le miserie del potere; altre volte si rivela simbolica, nel tentativo di cogliere il mondo dei sentimenti e dei moti dell’animo; altre volte diviene spirituale e sacramentale, nell’intuire quegli sprazzi di infinito che vibrano nell’essere umano e nel mondo. L’ampiezza e la profondità della sua scrittura si integra e si fonde, per armonia o per contrasto, nelle tante ballate folk, nei ritmi blues, rock e jazz, sconfinando fino al gospel.
Nell’intenzione di accostarsi alla figura di Bob Dylan, conviene rifarsi al film I’m Not There (2007), del regista Todd Haynes, il quale, per raccontare la personalità del cantautore statunitense, ricorre a sei differenti personaggi, ciascuno dei quali impersona uno degli aspetti della natura artistica e umana di Bob Dylan. E così, un ragazzino di colore insegue, nel suo camminare senza sosta, l’afflato di Woody Guthrie; Jack Rollins, cantante introverso di folk, cerca di fuggire dalla strumentalizzazione dei media, rifugiandosi nella fede al cristianesimo; Jude Quinn, interpretato da Cate Blanchett, è una rockstar che tra genio e sregolatezze sfida, con ironia, la stampa. Questi, ma non solo, i personaggi che vengono presentati allo spettatore per raccontare, attraverso un gioco di maschere, Bob Dylan, a cavallo tra sogno e realtà, tra creatività e umanità, tra cadute e trionfi.
Le origini
Rileggendo «Talkin’ New York» (1962), una delle prime canzoni di Dylan, si può rappresentare la sua vita proprio come una corsa: Ramblin’ outa the wild West / Leavin’ the towns I love the best. / Thought I’d seen some ups and down / Til I come into New York town. / People goin’ down to the ground / Buildings goin’ up to the sky[1]. Questo suo correre diviene un cammino infinito, esistenziale, che non contempla, alla maniera di Ulisse, una ricerca di ritorno alla terra d’origine, ma è spinto verso un oltre che mai si definisce completamente, che probabilmente non possiede determinazioni di luogo, ma solo di spirito e di contingenza.
Proprio nell’album Time out of mind (1997) è contenuto il brano «Highlands»,che si conclude con una strofa che esprime e sottolinea questo desiderio di ricerca di un luogo non
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