AGORA

Quaderno 3839

pag. 527

Anno 2010

Volume II

FILM

 

a cura di V. FANTUZZI

 

Agora (Spagna, 2009) Regista: ALEJANDRO AMENÁBAR. Interpreti principali: R. Weisz, M. Minghella, O. Isaac, A. Bahrom, M. Lonsdale, H. Ershadi.

Ipazia visse ad Alessandria d’Egitto in un momento storico che vide, tra IV e V secolo, una rapida evoluzione nei rapporti tra Chiesa e Impero. Il cristianesimo, non più perseguitato ma, anzi, apertamente favorito a partire da Costantino, era diventato con Teodosio, grazie all’editto del 380, religione ufficiale dell’Impero. I rapporti di forza si erano così invertiti soprattutto a partire dal 392, anno in cui il paganesimo venne di fatto proscritto. Secondo il regista ad Alessandria, in particolare, cominciò allora a montare una crescente ostilità nei confronti della religione pagana e di quella ebraica, ostilità che fu favorita e incrementata allorché divenne vescovo della città Cirillo, presentato come accanito avversario dei pagani e degli ebrei, oltre che degli eretici.

Ipazia era nata nel 370 circa. Scienziata e filosofa, si era formata alla scuola del padre, Teone. Fu profonda conoscitrice di matematica, astronomia e geometria. Pare che a lei si debba ricondurre l’invenzione di alcuni strumenti, quali l’astrolabio piatto, l’idroscopio, l’aerometro. Nei suoi scritti, purtroppo perduti, avrebbe commentato le opere di Diofanto, Apollonio di Perge, Claudio Tolomeo, Euclide. Fu indicata dai suoi contemporanei come terza grande caposcuola del platonismo dopo Platone e Plotino. Insegnò nella sua città e radunò attorno a sé un cenacolo scientifico-filosofico.

Queste doti, secondo Amenábar ampiamente riconosciute, procurarono a Ipazia, una sincera stima presso larga parte dei suoi concittadini non soltanto pagani, ma nel contempo fecero convergere su di lei l’attenzione preoccupata del vescovo Cirillo e l’odio di bande di fanatici. Il vescovo infatti, che mal tollerava il successo dell’insegnamento neoplatonico di Ipazia, sembra averla ritenuta responsabile della mancata riconciliazione con il prefetto Oreste, autorità con la quale era entrato in urto a causa di alcuni torbidi prodottisi nella città. Si sapeva che Oreste ascoltava volentieri i consigli di Ipazia.

Sta di fatto che, secondo il film, nella primavera del 415 una banda di monaci parabolani, guidati da un lettore di nome Pietro, assalì Ipazia mentre faceva ritorno a casa, la catturò, la colpì, trascinò il suo corpo in una chiesa chiamata Caesareum, e lì la sua carne venne fatta a pezzi con acute schegge di tegola. I resti vennero poi portati in un luogo chiamato Cinaron e bruciati. La scuola di Ipazia si disperse, e dei suoi alunni, non rimase memoria.

Le vicende che hanno contraddistinto la vita e, soprattutto, la morte di Ipazia hanno fatto sì che venisse eretta a simbolo di rivendicazioni di vario genere: libertà di pensiero, cultura laica contro oscurantismo religioso, femminismo ecc. Consegnata con questo ruolo alla letteratura, alla poesia e alle arti visive, ma anche nominata «patrona» di circoli scientifici, filosofici o genericamente culturali, viene fatta oggetto di continue «riletture» non sempre suffragate da una seria indagine storica.

La vicenda di Ipazia è evocata nel film Agora di Alejandro Amenábar, girato in Spagna con 50 milioni di euro: una specie di kolossal degli anni Cinquanta e Sessanta rivisitato con le odierne tecnologie digitali. Da un film di questo genere non ci si può aspettare una piena attendibilità sul piano della ricostruzione storica. Troppo romanzata e non poco involuta è la vicenda che si intreccia attorno alla protagonista, interpretata dalla bella Rachel Weisz, che ostenta un profilo da statua greca. Troppo netti i contrasti tra i «buoni» pagani e i «cattivi» cristiani. Troppo accesi i colori negli scontri tra le fazioni in lotta. Troppo «moderne» le teorie scientifiche sostenute da Ipazia, che anticipano Copernico, Galileo e Newton. Troppo scoperti i riferimenti «metastorici» a fatti che accadranno nei secoli successivi: inquisizione, caccia alle streghe, sterminio hitleriano degli ebrei, fino ai misfatti recenti dei talebani.

Una congerie di anacronismi che, al di là delle intenzioni, non aiuta a capire il presente confrontandolo con il passato, ma impedisce di collocare i fatti del passato in una prospettiva che ne favorisca la conoscenza e la renda utile per il presente.

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