Gesù domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo (Mt 16,13-20).
La predicazione di Gesù in Galilea aveva suscitato ammirazione ma anche sconcerto: il suo modo di agire non corrispondeva a quanto la gente pensava e credeva dell’attesa messianica. Perciò alcuni si chiedevano chi lui fosse davvero. Di qui la domanda ai discepoli, che vuole far prendere loro coscienza della sua missione: «Che cosa dice la gente del Figlio dell’uomo?».
Le opinioni rivelano che Gesù è un personaggio che somiglia al Battista o a uno dei grandi profeti del passato. Le risposte tendono ad essere quelle del già avvenuto, della ripetitività ciclica, del già tutto fatto. Invece la verità di Dio è quella di un avvenire nuovo che si apre, e dall’interno rinnova il passato senza cancellare nessuna delle sue conquiste.
«Ma voi – insiste Gesù – voi che mi avete ascoltato, che mi avete seguito, che avete lasciato tutto per me, che mi avete amato, chi dite che io sia?». Il Signore chiede con semplicità ai discepoli di entrare nel suo mistero: vuole essere riconosciuto nella sua vera missione. Del resto essere ricevuti, essere accolti è il desiderio profondo dell’amore che si fa conoscere, che si dona, che palpita per l’altro.
Siamo al centro del Vangelo di Matteo, alla svolta decisiva della missione del Signore: alla sua sequela i discepoli che lo riconoscono come Messia potranno avere quella conoscenza e intimità che è dono dell’essere amati.
Pietro risponde per tutti: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Gesù allora definisce Pietro la «pietra» su cui edificherà la sua Chiesa. In lui si riassume la comunità che il Signore sta fondando. Questa è appunto l’autorità come segno costitutivo di una società, segno di concretezza di una persona morale. Pietro è proiezione della persona stessa del Signore, nella sua comunione col Padre (Mt 16,17), ma anche segno nella labilità e fragilità della condizione umana: subito dopo, alla profezia della passione, Pietro rimprovera Gesù, che gli risponde chiamandolo «Satana» e invitandolo ad andare dietro a lui (cfr 16,23).
Riconoscere chi è Cristo non significa avere la sua verità: il seguito del Vangelo dirà che il Figlio dell’uomo deve salire a Gerusalemme, e lì, con le sue ferite, la sua passione, la sua morte, salverà l’uomo. Riconoscere Cristo significa dunque seguirlo fino alla fine, nonostante le proprie miserie, infedeltà, fallimenti, delusioni, sofferenze. Sapendo bene che il seguirlo è un dono immeritato, non una conquista e tantomeno un merito.
La prima lettura è un oracolo contro il prefetto del palazzo reale di Gerusalemme: l’orgoglioso ministro sarà deposto e gli subentrerà Eliakim, servo umile, povero di spirito, a cui Dio affida il servizio dell’autorità (Is 22,22). Ogni autorità, infatti, è servizio di Dio e dei fratelli.
Papa Leone XIV: «Nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)»[1].
[1] https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/homilies/2026/documents/20260704-lampedusa-messa.html