«Se il tuo fratello commetterà [una colpa contro di te], va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,15-20).
Nel capitolo 18, Matteo propone il discorso sulla Chiesa (è il quarto dei cinque grandi discorsi che formano il suo Vangelo). Presenta i segni di una vera Chiesa. Il Vangelo di domenica affronta il tema dell’essere fratelli: nella prima parte tratta della correzione fraterna, nella seconda, della preghiera che rende presente il Signore nella comunità.
«Se tuo fratello commette una colpa…»: non si tratta di una colpa nei miei confronti [l’inciso “contro di te” è assente nei principali codici; è mutuato da Mt 5,23 e Lc 17,3], ma di un comportamento sbagliato. Il Signore chiede di ammonirlo personalmente. Anzi è un invito pressante a correggere chi ha commesso una colpa, anche se si tratta di preti, vescovi e guide della comunità; è una responsabilità che Dio ha posto nelle nostre mani. La correzione fraterna è segno di un amore grande: il fratello che pecca deve essere accolto nei suoi limiti, non va giudicato se sbaglia, va ricercato se si smarrisce, gli si deve il perdono se ha errato. E va fatto con delicatezza, con benevolenza, mai con spirito critico o con sentimento di rivalsa.
Lo stesso atteggiamento si deve avere nel caso che l’intervento non abbia sortito alcun effetto: sono allora invitato a correggerlo alla presenza di uno o due testimoni, per garantire la verità e il rigore del mio richiamo. Se la correzione resta infruttuosa, il caso va portato davanti alla comunità. Qualora non ascolti neanche l’ammonizione della Chiesa, il fratello va considerato come un pagano, cioè come uno fuori della comunità cristiana. Dopo di che posso tranquillamente lavarmi le mani e non pensare più al fratello? Nient’affatto. Considerarlo un pagano significa semplicemente… ricominciare da capo!
Nella prima lettura il profeta Ezechiele afferma la coscienza viva della sua attenzione e responsabilità verso un fratello che ha sbagliato, il quale, a sua volta deve prendere sul serio il richiamo che gli viene fatto (Ez 33,7-9). Tutti sappiamo per esperienza quanto sia difficile perdonare: eppure il perdono fraterno è fondamento della comunità cristiana. Il Signore ci è vicino in questo particolare frangente. Infatti, essere perdonati è aspirazione di tutti; voler perdonare è desiderio di molti; perdonare davvero è possibile solo con la grazia divina, cioè se il Signore ce ne rende capaci. È la realizzazione concreta del comandamento dell’amore: «Pieno compimento della Legge è l’amore» (Rm 13,10).
«Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello»: lo scopo della correzione non è condannare il fratello, ma guadagnarlo, cioè riconciliarlo al Padre e alla comunità. Senza dimenticare che il dialogo, il rispetto reciproco e il perdono sono possibili in una Chiesa che prega: la preghiera è il pane quotidiano del cristiano, come Gesù ci ha insegnato. E «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Papa Leone XIV: «Perdonare non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male. Non è dire che non è successo nulla, ma fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro»[1].
[1] https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/audiences/2025/documents/20250820-udienza-generale.html