RECENSIONE

SEVEN TYPES OF ATHEISM

Lapo Lappin

Quaderno 4056

pag. 608 - 610

Anno 2019

Volume II

15 giugno 2019

Seven Types of Atheism («Sette tipi di ateismo»), scritto dal filosofo inglese John Gray, è il più recente contributo sul fenomeno dell’ateismo. Per la sua rilevanza riteniamo opportuno parlarne, anche se non è ancora apparsa una sua traduzione italiana. Quel che contraddistingue il libro di Gray è una curiosità intellettuale e un’erudizione non comuni nel dibattito tra ateismo e religione nel mondo anglosassone. Una caratteristica predominante del clima del dibattito è la marcata dicotomia tra l’ateismo, che rappresenta le forze dell’illuminismo, e la forza regressiva e oscurantista della religione. Secondo Gray, invece, non è possibile parlare di un «ateismo», così come non si può parlare di una singola «religione». Di ateismi ve ne sono molti, spesso contraddittori e incongruenti tra di loro.

Nel dimostrare questa tesi, l’autore si sofferma su una vasta quantità di personaggi e aneddoti che dimostrano il carattere plurale e incoerente dell’ateismo moderno: descrive le esperienze mistiche di Bertrand Russell, gli esperimenti paranormali condotti dall’etico utilitarista Henry Sidgwick, la setta oggettivista cresciuta intorno alla figura di Ayn Rand, il fascino per la tradizione (e specialmente la scultura) buddista da parte del critico inglese William Empson e così via.

Da questo paesaggio intellettuale Gray distilla 7 varianti di ateismo: il «nuovo ateismo», l’umanismo secolare, la fede nella scienza, la religione politica, il «misoteismo» (Empson), un ateismo senza una fede nel progresso (Conrad), e infine un ateismo «apofatico» (Spinoza).

La tesi principale dell’autore è che l’ateismo è legato al cristianesimo in modi così profondi che il movimento ateo stesso non riesce a esplicitarli. Il cristianesimo, però, non è soltanto un concetto contro il quale l’ateismo si delimita: l’influenza del cristianesimo permea tutti gli aspetti del movimento ateo. I tre momenti più importanti per Gray sono l’influsso sull’etica, la creazione del concetto di «umanità» e una narrativa del progresso.

L’autore spiega che, come esiste una pluralità di ateismi, così esiste anche una pluralità di etiche atee: Marx, per esempio, rifiutò l’etica cristiana perché essa non era abbastanza solidale, mentre Ayn Rand la rifiutò perché anti-individualista. Gli atei criticati da Gray danno per scontato che il carattere di un’etica atea coincida con il liberalismo occidentale. In realtà, essi accettano senza riflettere un’etica grossomodo cristiana. Il filosofo inglese si sofferma a lungo sul tentativo più famoso di fondare un’etica secolare: l’utilitarismo di John Stuart Mill. Gray intravede nell’utilitarismo una moltitudine di presupposizioni etiche derivanti dal cristianesimo che Mill non riesce a giustificare. Il progetto stesso di fondare un’«etica» indipendente dalla religione si basa su una concezione cristiana di cosa sia l’etica.

Il secondo aspetto importante per Gray è il concetto di «umanità». L’idea di umanità, intesa come un agente collettivo con uno scopo e un destino comune, ha le sue radici in una visione cristiana. Prima dell’avvento del cristianesimo nessuno aveva mai parlato dell’umanità come se fosse una sola cosa. L’ateismo moderno non si accorge che, al di fuori di un quadro teologico, non può più esistere l’umanità, «ma solamente un’accozzaglia di uomini, con bisogni e abilità comuni, ma con obiettivi e valori differenti».

L’idea di progresso, infine, è la questione centrale nel pensiero di Gray: il filosofo inglese si è notoriamente contraddistinto per la sua critica della narrativa dell’Illuminismo. Per illustrare questa tesi s’impegna a trovare paralleli tra i movimenti millenari del Medioevo e del Rinascimento, da una parte, e i movimenti utopici del secolo scorso (un gruppo che, secondo  lui, include il liberalismo occidentale come pure il comunismo bolscevico), dall’altra.

È questo, a nostro avviso, il punto più debole dell’argomentazione di Gray. I millenarismi storici, come quelli propugnati da Gioacchino da Fiore nel XII secolo, o dagli anabattisti di Münster nel XV secolo, si fondano principalmente su una convinzione di una corruzione morale e politica. Le analisi che mettono in luce il millenarismo premoderno sono marcate da una retorica apocalittica di collasso civile e di degenerazione. Si tratta quindi di una visione storica polarmente opposta a quella di un progresso incrementale e infermabile. Il ragionamento di Gray su questo punto non regge allo scrutinio: non è per nulla chiaro che il cristianesimo contenga, esplicitamente o implicitamente, una narrativa del progresso. Nonostante ciò, il suo libro rimane indiscutibilmente un contributo seminale alla discussione sia filosofica sia pubblica. Con la sua prospettiva rinfrescante e provocatoria, Sette tipi di ateismo è un’ottima introduzione al paesaggio storico e filosofico dell’ateismo.

JOHN GRAY
Seven Types of Atheism
London, Allen Lane, 2018, 176, € 9,49.

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