RECENSIONE

QUANT’È VERO DIO

Perché non possiamo fare a meno della religione

Paolo Cattorini

Quaderno 4054

pag. 410 - 412

Anno 2019

Volume II

18 maggio 2019

Dio ci riguarda ancora? In che forma la religione può incidere nella vita delle società contemporanee? Nella forma di un abito esteriore, da indossare in determinati riti di passaggio (la nascita, il matrimonio, la morte) in cui il gruppo non ha ancora elaborato riti secolari soddisfacenti? Oppure in una generica, privata devozione al divino, senza chiesa, né ministri, né liturgia: una devozione alimentata dalla percezione indistinta che la vita non basta a se stessa? Oppure ancora nell’uso di formule linguistiche, qualificate come litanie infantili, confortanti, educative, ma destinate a cedere il passo a saperi più forti, rigorosi, sperimentali, come quelli tecnico-scientifici, che spiegano i fenomeni naturali e nel contempo accettano il disincanto del mondo? Sergio Givone, filosofo e romanziere, che è stato professore ordinario di Estetica presso la facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Firenze, si confronta con queste domande attuali.

Il testo si articola in una prefazione, sette capitoli e cenni bibliografici conclusivi. Sin dall’inizio viene delineato un rischio preoccupante: «Se Dio esce di scena, l’uomo la occupa in modo sempre più esagerato […]. Tolto di mezzo Dio, chi o che cosa lo autorizza a pensare con Kant che ogni uomo debba essere trattato sempre come fine e mai solo come mezzo?» (pp. 8 s). Si potrebbe replicare a Givone che, proprio secondo Kant, la ragione è per se stessa pratica, ossia determina la volontà da sola, in nome di un principio incondizionato e senza presupporre un movente esterno, né poter fondare teoricamente realtà trascendenti. Il Dio inconoscibile è recuperato come semplice postulato, come garanzia che il merito ottiene felicità. La purezza dell’intenzione morale esige che noi non sappiamo che Dio c’è, perché, se lo sapessimo, la nostra azione diventerebbe interessata e non sarebbe mossa dal puro dovere.

L’A. sottolinea invece la stretta connessione tra vita di fede e conseguimento di un senso per la vita. Contro i precipitosi annunci della morte di Dio (marxismo, neoilluminismo, Nietzsche), la religione è ancora viva tra noi, per dirci chi veramente siamo, «perché aver fede in Dio significa credere che abitare il mondo non sia cosa insensata, ma abbia senso, addirittura un senso ultimo, come sosteneva Luigi Pareyson» (pp. 10 s). Questo filosofo viene citato in più punti del volume, a suggello dell’intreccio tra verità ed etica: intreccio di cui la pratica religiosa celebra simboli preziosi. Per il cristianesimo, Dio è «originario sguardo amoroso» (p. 45), avvicinamento premuroso all’umano fino ad «accogliere» la morte in Dio stesso, nella vita trinitaria. Questa rivelazione promettente sollecita la rischiosa responsabilità del credente. Pertanto, non sono né la consolazione a buon mercato né una sedazione beata della coscienza i presunti vantaggi per chi ha invece davanti agli occhi temi come il peccato, la colpa, il giudizio finale, la fatica della conversione, l’elevazione della croce.

Contro certi presagi antireligiosi delineati da prospettive materialistiche, Givone riscopre l’attualità di Dostoevskij, Berdjaev, Rozanov, Solovëv: l’intera creazione tende allo smascheramento del male, e il Dio che viene ad abitare tra gli uomini tergerà ogni lacrima dai loro occhi. L’essere accade nel linguaggio – scrive l’A., commentando Hölderlin, Guardini, Ungaretti e Wittgenstein –, e la religiosità parla il linguaggio del mito, della poesia e dell’arte. Queste narrazioni non evadono dall’evidenza dell’ingiusto soffrire e della vita offesa, ma raccontano «ciò che sempre di nuovo accade» (p. 126). La bellezza ci afferra, esige il nostro «sì», identifica emotivamente l’azione buona, annuncia una grazia che merita fiducia e dedizione.

Pertanto, per quali motivi la religione (che svolge e organizza in sistema le infinite epifanie del sacro) dovrebbe essere esclusa dalla sfera pubblica? Il sacro è la sostanza e il principio di separazione tra il bene e il male, cosicché la religione, attestando una giustizia incondizionata, sfida il totalitarismo e tutela l’inviolabilità «sacra» dell’umano.

In dialogo con Habermas, Taylor, Rawls e Sloterdijk, l’A., nel cap. VI del libro – «Potere spirituale e potere temporale» –, indaga le dimensioni metafisiche di quella sfera decisionale che inaugura lo spazio della politica, smascherando sia l’assolutismo del terrore sia l’omologazione conformista. «Questa circolarità di legge e giustizia è il sacro» (p. 171). Laicità autentica non è indifferenza alla religione, ma ascolto serio di un messaggio di salvezza, restando liberi, ovviamente, di accettarlo o di rifiutarlo.

 

SERGIO GIVONE
Quant’è vero Dio. Perché non possiamo fare a meno della religione
Milano, RCS – Solferino, 2018, 192, € 16,00.

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