RECENSIONE

GIOVANNI XXIII, PAOLO VI E LE ACLI

Gianna Forlizzi

Quaderno 4056

pag. 612 - 613

Anno 2019

Volume II

15 Giugno 2019
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Il volume ricostruisce la storia spirituale delle Acli nel loro rapporto con la gerarchia ecclesiastica attraverso fonti provenienti da archivi pubblici e privati. Ne risulta un percorso complesso, in bilico tra una mutazione genetica e la riconferma del vincolo identitario, fondato sul magistero della Chiesa, ma declinato su prospettive di autonomia e di pluralismo. Percorso sviluppato dall’A. secondo il seguente schema cronologico: 1) Le Acli prima del Concilio (1958-62); 2) Gli anni dell’ottimismo. La presidenza Labor (1962-69); 3) L’ipotesi socialista e la deplorazione del Papa. La presidenza Gabaglio (1969-72); 4) Tentativi di normalizzazione. La presidenza Carboni fino al processo di Firenze (1972-75); 5) Il compromesso storico e la lotta al terrorismo. Le dimissioni di Carboni e i primi anni della presidenza Rosati (1976-78).

Le Acli furono fondate da Achille Grandi con lo scopo di rappresentare la corrente cristiana nel sindacato unitario – la Cgil –, istituito con il Patto di Roma del 1944. Dai primordi della fondazione si svilupparono numerose attività educative, formative, religiose, previdenziali e ricreative, tra cui il Patronato e l’Enaip, e numerose scuole, circoli e cooperative. Dopo l’attentato a Palmiro Togliatti fu decretata la scissione del sindacato unitario, e nel Congresso nazionale del 1950 le Acli si qualificarono come Movimento sociale dei lavoratori cristiani.

La fondazione fu fortemente sostenuta da mons. Giovanni Battista Montini e riconosciuta ufficialmente nel 1945 come organizzazione ecclesiastica da Pio XII. Il 1° maggio 1955 venne celebrata per la prima volta la Festa del lavoro in piazza San Pietro.

Il rapporto di collaborazione con la gerarchia ecclesiastica conobbe le prime incrinature sotto il pontificato di Giovanni XXIII a causa della politicizzazione delle Acli: la proposta fatta dal presidente nazionale Penazzato ai parlamentari aclisti di appoggiare la linea riformista di Fanfani nell’apertura a sinistra fu causa di riprovazione della gerarchia, a motivo dell’incompatibilità del mandato politico con la direzione delle Acli. La preoccupazione della gerarchia era che «l’inevitabile contatto con ambienti ispirati a dottrine classiste e a ideologie eterodosse» (p. 32), come quelle del socialismo marxista e del comunismo ateo, producesse un’alterazione del linguaggio e dei propositi delle Acli.

L’enciclica Mater et Magistra di Giovanni XXIII (1961), in cui è presente la concezione tomistica del lavoro come collaborazione al piano divino della creazione e della redenzione, mostra una comprensione dei cambiamenti dell’organizzazione economica della società e della conseguente mutazione dei rapporti sociali: una prospettiva nuova che, pur con il vincolo della conformità alla morale della Chiesa e alla religione, valuta positivamente il processo di crescente socializzazione, visto come strumento di diffusione dei diritti fondamentali. L’enciclica rappresentò un’occasione formativa per gli aclisti, che ne apprezzarono il rifiuto dell’integralismo e la critica del liberismo economico. Apertura che trovò più ampia chiarificazione nella Pacem in terris, del 1963, che comprende pronunciamenti anche sull’autonomia dei laici cristiani in politica e nell’azione sociale.

L’elezione al soglio pontificio di Giovanni Battista Montini fu accolta con grande gioia dagli aclisti, ai quali il Papa attribuì funzione di testimonianza, di formazione della coscienza dei lavoratori e di promozione umana. Un più universale afflato è presente nella Populorum progressio di Paolo VI (1967), un documento al quale le Acli risposero con iniziative di solidarietà verso i Paesi poveri.

Nel 1969, nel Congresso di Torino, si decise per la fine del collateralismo con la Dc, l’apertura a sinistra e la risoluzione per il voto libero. Si apriva così uno scontro tra le Acli e la gerarchia ecclesiastica. Nel 1971 Paolo VI deplorò l’opzione socialista del movimento, a causa delle implicazioni ideologiche e dell’alterazione dell’impegno statutario.

Sotto la presidenza Rosati, le Acli parteciparono al primo Convegno nazionale della Cei (30 ottobre 1976) sul tema «Evangelizzazione e promozione umana», e in quell’occasione si ribadì la fedeltà alla Chiesa e, contemporaneamente, il rispetto per le scelte dei singoli e il rifiuto dell’epurazione dei simpatizzanti del marxismo richiesta da mons. Giovanni Benelli.

Dopo l’uccisione di Aldo Moro, nel Congresso di Bologna gli aclisti rifletterono sul valore della fede nella critica alle ideologie e inviarono un telegramma a Paolo VI per riaffermare la condivisione dei valori cristiani.

Il volume testimonia l’evoluzione del pensiero sociale cattolico in relazione al mutare delle condizioni politiche, sociali e culturali.

MAURILIO LOVATTI
Giovanni XXIII, Paolo VI e le Acli
Brescia, Morcelliana, 2019, 288, € 25,00.

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