Close-up of an American banknote (showing Lincoln) and a Chinese yuan banknote (Mao Zedong). (iStock/claffra)

USA E CINA IN GUERRA COMMERCIALE

Quaderno 4048

pag. 362 - 376

Anno 2019

Volume I

16 febbraio 2019

ABSTRACT – Il 14 agosto 1941, Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill sottoscrissero una dichiarazione congiunta, nota come «Carta Atlantica». A partire da quel momento, nessuno ha seriamente potuto dubitare del fatto che gli Stati Uniti siano stati il fulcro del regime economico internazionale affermatosi nel mondo non comunista dopo la vittoria alleata nella Seconda guerra mon­diale. Poi, il 20 gennaio 2017 Donald Trump ha assunto la presidenza de­gli Stati Uniti, dopo tre quarti di secolo di autentica supremazia economica e politica. Il neoeletto lo sottolineava con un messaggio forte: America first, il cui tenore – secondo alcuni – mostra che l’egemonia americana si sentiva minacciata, e che la reazione sarebbe stata molto decisa.

Sebbene l’attuale amministrazione statunitense non sia stata la prima ad anteporre i propri interessi a tutto e a tutti, tuttavia ci troviamo di fronte a qualcosa di sostanzialmente diverso: il mercantilista Trump ritiene che, con il regime attuale, non pochi Paesi si approfittino del mercato nordamericano. E poiché l’attuale sistema economico liberale basato sul multilateralismo non gli consente di difendersi, lo considera dannoso per i propri interessi e sceglie di agire unilateralmente. Ciò porta a scontri diretti – bilaterali – con chi sta attualmente «beneficiando» del mercato americano. Ad oggi è più che evidente che il primo e fondamentale obiettivo delle politiche e delle reazioni degli Usa è la Cina.

Nell’esercizio economico 2017 questa ha ven­duto negli Stati Uniti prodotti per 505.470 miliardi di dollari; nello stesso periodo, gli Usa hanno venduto merci all’ex Celeste impero per soli 129.893 miliardi. A questo fatto, che per Trump è inaccettabile, si è aggiunto un tema più spinoso: quello che si riferisce al trasferimento di tecnolo­gia.

Sfortunatamente, una guerra commerciale non ha effetti imme­diati sulla produzione e sull’impiego. Il paradosso è che a breve termine il conflitto penalizzerà più la Cina, ma nel lungo proprio gli Stati Uniti.

Pochi mesi fa Christine Lagarde, direttore generale del Fmi, ha dichiarato che le guer­re commerciali sono giochi in cui di fatto nessuno vince, perché si riducono gli scambi, e con questi la crescita e l’innovazione, il costo della vita aumenta e, come sempre avviene, i primi a perder­ci sono i poveri.

Il protezionismo implicito nello slogan «Prima l’America» introduce così un’incognita sul futuro delle relazioni commerciali. Adottando una strategia non cooperativa, Trump rinuncia e ci fa rinunciare alle opportunità che si possono sfruttare solo quando le nazioni collaborano per risolvere problemi globali, come ha spiegato esattamente 200 anni fa David Ricardo nella sua teoria dei vantaggi comparati.

In tutto ciò, stiamo quindi per assistere anche a un cambio di leadership?

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THE TRADE WAR BETWEEN THE USA AND CHINA

The current US administration wants to maintain its hegemony at all costs; therefore, since the current multilateralism-based system is considered detrimental to its own interests, chooses to act unilaterally. This leads to direct – bilateral – confrontations with those currently “benefiting” from the American market. To date it is more than evident that the first and fundamental objective of US policies and responses is China. The implicit protectionism in the slogan “America First” has introduced an as yet unknown factor to the future of commercial relations. By adopting a non-cooperative strategy, Trump renounces -and makes us renounce- the opportunities that can only be enjoyed when nations work together to solve global problems.

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