PERCHÉ VEDIAMO LE SERIE TV?

Quaderno 4075

pag. 82 - 88

Anno 2020

Volume II

4 Aprile 2020
Voiced by Amazon Polly

Le serie tv sono un importante prodotto culturale dei nostri tempi. Tanto è vero che università come Harvard e Paris Nanterre vi hanno dedicato specifici programmi di studio, affrontando l’argomento dal punto di vista sociologico e da quello degli studi letterari. E non di rado si sentono riferimenti a serie tv perfino negli interventi dei capi di Stato: a Barack Obama è accaduto di citare Omar Little, personaggio della fiction The Wire.

Ci sono scritti politici dedicati a Il Trono di spade: per esempio, quello di Pablo Iglesias e di altri politologi vicini al partito «Podemos» (Ganar o morir: Lecciones políticas en Juego de tronos, 2014). Ritroviamo le serie anche in testi di filosofi: Umberto Eco ha illustrato il concetto di «eterno ritorno» valendosi della serialità televisiva. Per quanto questo possa sembrare sorprendente, le serie tv sono un elemento essenziale, e forse anche il più creativo, della produzione culturale del XXI secolo.

Un enorme salto di qualità

L’attuale importanza delle serie è dovuta in gran parte all’arrivo di registi di primo piano, come David Lynch, Martin Scorsese, Steven Spielberg, Lars von Trier, Jane Campion e Quentin Tarantino. È interessante notare che questo ingresso di grandi cineasti nell’universo delle serie avviene in due modi: o dirigendo un’intera serie, oppure firmandone un singolo episodio. Tarantino, per esempio, ha diretto un episodio di E.R. – Medici in prima linea e due di CSI – Scena del crimine, e ha recentemente annunciato che scriverà e dirigerà un’intera serie western, Bounty Law. Più in generale, dalla musica (Hans Zimmer, James Horner) alla fotografia (Adam Arkapaw), dalla sceneggiatura (Jeffrey J. Abrams, Aaron Sorkin, David Chase) agli interpreti (Glenn Close, Bruce Willis, Matthew McConaughey), molti dei più grandi talenti cinematografici di qualsiasi specializzazione oggi si alternano, con grande disinvoltura, tra il cinema e le serie tv.

Sarebbe quindi un errore continuare a pensare alle serie come alle parenti povere della famiglia audiovisiva. Le serie televisive di bassa qualità che abbiamo conosciuto negli anni Novanta del secolo scorso, come Dallas o Gli specialisti (Soldier of Fortune), oggi sono in via di estinzione. La differenza di qualità rispetto a quelle attuali è così evidente che qualcuno ha proposto di distinguerle utilizzando due termini diversi[1].

Spesso la prima grande rivoluzione nel panorama delle serie televisive viene identificata con il lancio de I segreti di Twin Peaks, che quindi sarebbe la prima serie tv dei tempi «moderni». Infatti, quando nell’aprile 1990 David Lynch e Mark Frost ci mostrarono l’agente dell’Fbi Dale Cooper (interpretato da Kyle Mac­Lachlan) e lo sceriffo Harry Truman (Michael Ontkean) intenti a indagare sull’omicidio della giovane Laura Palmer (Sheryl Lee) nella cittadina apparentemente tranquilla di Twin Peaks (Washington), infransero molte convenzioni allora vigenti. In primo luogo, ponendo l’attenzione sulla città, il cui nome dava il titolo alla serie, anziché su un personaggio, suggerivano che la storia non trattava di individui, ma di una comunità umana (comunità che nel prosieguo si sarebbe rivelata spaventosa, a dispetto dell’apparente bonarietà). In secondo luogo, l’uso di una fotografia quasi onirica e l’eterea colonna sonora di Angelo Badalamenti sconvolgevano il modello del rapporto con lo spettatore che le serie televisive avevano ereditato dai romanzi popolari del XIX secolo (il cui obiettivo principale era tenere desta l’attenzione del lettore). In Twin Peaks lo spettatore viene continuamente sollecitato a interrogarsi sui rispettivi limiti della realtà e della finzione.

A questa rivoluzione estetica ne sono seguite molte altre, in varie direzioni. Ma Twin Peaks ha aperto una nuova fase nella storia delle serie tv: da allora in poi i critici cinematografici non avrebbero più potuto ignorarle con disprezzo, e nessuno spettatore sarebbe più arrossito di vergogna per essere stato colto a guardarne una.

Cambiamenti nella distribuzione

Se la presenza di alcuni dei migliori artisti del mondo del cinema ha contribuito all’esplosione delle serie, i cambiamenti nelle reti di distribuzione non vi hanno giocato un ruolo minore. La virata dell’emittente HBO (canale fino allora dedicato per lo più allo sport) verso la produzione delle serie, in cui venivano apertamente affrontate tematiche controverse – come, per esempio, Sex and the City (1998-2004) –, le ha fruttato una forza finanziaria impressionante, che essa ha reinvestito per aumentare la propria produzione[2]. Si sa infatti che furono le avventure e disavventure amorose e (a volte) professionali di Carrie Bradshaw, interpretata da Sarah Jessica Parker, a finanziare la produzione de I Soprano – magistrale rivisitazione del tema della famiglia mafiosa –, in cui David Chase ci mostra la mafia dal punto di vista dei drammi quotidiani di una famiglia di mafiosi (niente a che vedere con le storie di onore, forza e potere della «famiglia mafiosa» che avevamo conosciuto con Scorsese e De Palma). La scommessa fu vinta, al punto che I Soprano (1999-2007) ha collezionato ben 112 nomination in varie categorie del premio Emmy, vincendone 21.

Oggi è Netflix che sta sparigliando le carte. Fondata nel 1997, questa azienda ha iniziato consegnando dvd per posta, ma si è specializzata nella vendita di contenuti via streaming, partendo dagli Stati Uniti, nel 2007, per poi estendersi al Canada nel 2010. Netflix ha rivoluzionato il mercato, sia perché non interferisce nella produzione delle serie – una volta approvata la sceneggiatura, i dirigenti di Netflix non seguono da vicino la produzione e non ne approvano le varie fasi – e dà una libertà molto maggiore ai produttori e ai registi, sia perché lancia stagioni complete in una sola volta, sfuggendo al modello tradizionale di mandare in onda un episodio alla settimana. In questo modo lascia agli spettatori la decisione sui tempi e i ritmi di fruizione.

Questa rivoluzione sta avendo risultati importanti: si stima che Netflix oggi conti circa 160 milioni di abbonati, per i quali produce contenuti in 22 lingue diverse. È interessante notare che l’arrivo dei film di Netflix nelle sale cinematografiche ha suscitato alcune controversie, sia a causa della loro presentazione a festival come quello di Cannes, infrangendone le regole[3], sia per il mancato passaggio nelle sale di film prodotti dalla casa che ha sede a Los Gatos[4].

L’ibridazione di due generi

Tuttavia, il cambiamento tra le serie televisive di trent’anni fa e le attuali non si è limitato all’aumentata qualità: oggi per la maggior parte esse non seguono più il modello di un insieme fisso di personaggi che iniziano e concludono un racconto in ogni episodio, come facevano, per esempio, gli agenti di Mission: Impossible. Quasi tutte le serie tv attuali mescolano tratti caratteristici delle soap opera con altri delle serie televisive tradizionali. Ogni episodio ha una trama specifica (come nelle serie televisive di un tempo), ma quasi tutti hanno riferimenti incrociati che attraversano vari episodi (come nelle soap opera)[5].

Ma l’aspetto più interessante che deriva dalla fusione di questi due ritmi è che questo incrociarsi dà alle serie una temporalità specifica. La combinazione del ritmo ripetitivo degli episodi con il ritmo disteso delle lunghe stagioni successive sembra offrire agli spettatori un formato particolarmente adatto alle loro vite accelerate, ma organizzate fino all’eccesso. La serie è disseminata di flashback, ellissi e anticipazioni, che ricordano allo spettatore i segni del passare del tempo, la modulazione dei personaggi nel corso degli anni e delle stagioni e i motivi per cui un determinato personaggio si trova nella presente situazione nell’episodio a cui si assiste. Ma lo spettatore può contare allo stesso tempo, e in ogni episodio, sul completamento di una linea narrativa che offre un certo conforto o persino un sollievo esistenziale a coloro che vivono una vita frenetica in costante divenire. Le serie propongono una sorta di «riserva di tempo» a coloro che non ne hanno mai.

Un esempio interessante di serie come riserva di tempo è 24 (2001-10), prodotta da Fox, in cui Kiefer Sutherland interpreta l’agente Jack Bauer. Ogni stagione ha 24 episodi, che corrispondono alle 24 ore della giornata del protagonista. Quindi lo spettatore ha la possibilità di «mettere in stop» la vita di Bauer, o di farla «avanzare» nel tempo, semplicemente premendo il dito sul relativo pulsante. Al termine di una giornata di lavoro, lo spettatore, stando sul divano di casa, può decidere se far procedere un po’ il tempo della vita di Jack, o se tenerlo in attesa fino a nuovo avviso. Le serie narrate in «tempo reale», come 24, accentuano quindi l’effetto «riserva di tempo» e la percezione che lo spettatore ha di dominare il tempo: un sentimento che spesso non si prova nella vita reale, ma che invece è offerto dalle serie in streaming.

Guardare serie su serie non è una pratica esistenziale particolarmente pacificante. Esse propongono una fuga dalla realtà che non rinvia al proprio effettivo vissuto. In questo senso, vedere delle serie può costituire un esercizio di alienazione[6]. Ma guardarle in piccole dosi è un esercizio che permette un certo riposo dal tempo vissuto e un passo indietro dal tempo delle preoccupazioni. Le serie offrono quindi, a distanza di un solo click del telecomando, la possibilità di trovare una riserva di tempo. E dunque forniscono un tempo catartico facilmente fruibile.

Lo straordinario dell’ordinario

Il filosofo e narratore francese Tristan Garcia ha scritto un libro[7] su Six Feet Under (HBO, 2001-2005), una serie ideata da Alan Ball e incentrata sulla quotidianità dei membri della famiglia Fisher, che si guadagna la vita con la morte, perché gestisce un’impresa di pompe funebri. Garcia prova a individuare le fonti dell’umorismo nero della serie, analizzando sei temi orizzontali associati a personaggi diversi: individualità (Ruth), famiglia (Claire), lavoro (Rico), amore (Keith), morte (Brenda) e ricerca di un senso della vita (Nate Jr.). Lo scrittore conclude che la rappresentazione fattuale della vita quotidiana dei Fisher fa da archetipo, nel XXI secolo, del «romanzo» delle classi medie occidentali: un genere che ha soppiantato i romanzi russi, francesi e tedeschi dei due secoli precedenti. In Six Feet Under Garcia ritrova il prototipo di una famiglia borghese, che vive una narrazione dimessa, per nulla eroica, ma che non per questo è del tutto priva di senso.

Indipendentemente dal caso che analizza, l’aspetto che appare più interessante nell’interpretazione offerta dal filosofo è la capacità che hanno le serie di buona qualità di mostrare lo straordinario nell’ordinario. I romanzi classici ai quali Garcia contrappone Six Feet Under incoraggiavano a vivere esistenze eroiche e socialmente significative. Serie come questa, invece, mostrano il significato e la dimensione di straordinarietà che può esserci in attività comuni e in vite apparentemente banali. Se poi questo sia un segno del fatto che le serie sono strumenti di oppressione borghese nei confronti delle classi operaie, oppure che esse manifestano e illustrano la capacità umana di «entrare nella fitta boscaglia»[8] dando significato a ciò che è banale, è una scelta che – come nel confronto con qualsiasi altro tipo di arte – ogni spettatore dovrà compiere per conto proprio.

La serie come mezzo di socializzazione

Infine, le serie oggi hanno un impatto che va ben oltre gli schermi televisivi, dei computer, dei tablet e degli smartphone. A molte delle «serie cult» sono legati festival e convegni in cui i fan si riuniscono e conversano. In alcuni casi, i legami che si instaurano tra i fan della stessa serie assumono persino i tratti dei vincoli sociali e della complicità che si crea­no tra i tifosi della stessa squadra di calcio. Questo legame emotivo tra spettatori della stessa serie spicca ed è rispecchiato nel mercato degli oggetti connessi con l’immaginario delle serie, che oggi ha proporzioni notevoli.

Di fatto, anche gli spettatori meno entusiasti spesso parlano con amici, familiari e colleghi delle serie che guardano. Le serie sono quindi un elemento sempre più presente e importante nelle interazioni umane delle società occidentali. Ciò è dovuto al fatto che quello di assistere a un episodio di una serie televisiva può essere il pretesto per riunire amici a casa di qualcuno, così come si va in gruppo al cinema per vedere un film. Ma avviene anche perché discutere dell’episodio lanciato il giorno prima – e visto da tutti, ciascuno a casa propria – è diventato, per molti, una sorta di must, quasi come conoscere il risultato della partita di calcio della sera prima.

Siccome le serie sono diventate argomento abituale di conversazione, per potervi prendere parte – nella pausa dal lavoro, in una cena fra amici o in un momento in famiglia – è diventato indispensabile avere visto le stesse che hanno visto gli altri. Vedere serie e scegliere quali serie guardare in tv costituiscono quindi una parte importante delle interazioni sociali di molti dei nostri contemporanei. È interessante notare che questo fenomeno si è dimostrato trasversale alle categorie sociali ed economiche abituali nelle analisi sociologiche.

Perché guardiamo le serie?

Oggi possiamo dire che le serie sono oggetti culturali in senso pieno[9]. Guardiamo molte serie anzitutto perché hanno notevole qualità estetica. Ma non va dimenticato che, come avviene con tutti gli altri oggetti artistici, le serie sono, allo stesso tempo, il risultato della società che le produce e produttrici di un certo tipo di società. Descrivere questa circolarità società-serie, vale a dire stabilire un’estetica sociale della serie, è tuttavia un compito impossibile per chi è coinvolto nel fenomeno. Resta comunque vero che guardare alla cultura del XXI secolo trascurando le serie sarebbe un errore, perché, con l’aumento della qualità, esse hanno occupato un posto importante nella società occidentale, sia come strumento di svago personale sia come mezzo di socializzazione.

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[1] Cfr F. Damour, «Pourquoi regardons-nous les séries télévisées?» in Études, maggio 2015, 82.

[2] La prima produzione di HBO è stata la serie drammatica Oz, avviata nel 1997.

[3] Nel 2017 il festival di Cannes ha presentato The Meyerowitz Stories e Okja, due film prodotti da Netflix. Ma da allora le produzioni di Netflix non fanno più tappa a Cannes, perché la legge francese richiede che passino 36 mesi tra la presentazione in sala di un film e la sua disponibilità in streaming, mentre Netflix rende immediatamente disponibili i suoi contenuti.

[4] Carlos Capucho se ne è dispiaciuto in un articolo apparso sulla sezione culturale di Brotéria: «Se i portoghesi appassionati di cinema si erano rallegrati, mesi fa, del fatto che i padroni dello streaming avessero “concesso”, in parallelo, il passaggio nelle sale di Roma, il premiato film di Alfonso Cuarón, questa volta la speranza si è sgretolata, perché lo straor­dinario film di Martin Scorsese, The Irishman, non verrà visto al cinema, confinato soltanto nelle “scatole” degli abbonati a Netflix» (C. Capucho, «Vitalina Varela», in Brotéria, vol. 189, ottobre 2019, 826).

[5] Quest’ultimo aspetto, dicono molti esperti, è un elemento chiave del successo odierno delle serie, perché fidelizza il pubblico, al punto che alcuni mettono in guardia dalle possibili dipendenze patologiche connesse con la visione delle serie. Cfr P. Soukup, «“Soap opera”, molto più che intrattenimento. Storia e sviluppo di un genere di culto», in Civ. Catt. 2018 I 354-363.

[6] Lo può comprovare qualsiasi spettatore che si sia sottoposto a una maratona di qualche ora di episodi di fila. L’abitudine ha un impatto diretto sulla perdita di qualità del sonno, sulla sensazione di stanchezza accumulata, sull’insorgere dell’insonnia, ed è statisticamente correlata all’instaurarsi di abitudini sedentarie e di cattive scelte alimentari.

[7] Cfr T. Garcia, Six Feet Under: Nos vies sans destin, Paris, Presses Universitaires de France, 2012, 128.

[8] «Oh, se si riuscisse a capire che non si può giungere alla fitta boscaglia e alla sapienza delle ricchezze di Dio, che sono molte, se non entrando per il fitto della boscaglia del soffrire in molti modi e riponendo in ciò l’anima la propria consolazione e il proprio desiderio! E come è vero che l’anima che veramente desidera la sapienza divina desidera per prima cosa soffrire, per entrare in essa, nella fitta boscaglia della croce!» (Giovanni della Croce, s., Cantico spirituale, 36, 13, Roma, Città Nuova, 2008, 264).

[9] La rivista portoghese Brotéria, dal numero di settembre-ottobre 2019, ha cominciato a includere nella sua sezione culturale le recensioni delle serie accanto a quelle di critica cinematografica, di libri, mostre ecc.

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WHY DO WE WATCH TV SERIES?

Throughout the world today, TV series have become complete cultural aspects. We watch many series, primarily because they have a remarkable aesthetic quality. Their importance is also due, in large part, to the arrival of famous directors. Like all other artistic productions, TV series are, at the same time, a consequence of the society that produces them and the producers of a certain kind of society. Today they occupy an essential place in Western society, both as a means of personal recreation and as a means of socialization.

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