MEDITERRANEO, FRONTIERA DI PACE

Quaderno 4075

pag. 56 - 67

Anno 2020

Volume II

4 Aprile 2020
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Sessanta vescovi di venti Paesi – così il sottotitolo di Mediterraneo, frontiera di pace[1] – si sono riuniti dal 19 al 23 febbraio 2020 non a caso a Bari, teatro già nel 2018 di un significativo incontro ecumenico di preghiera[2], che vide stringersi intorno a papa Francesco i patriarchi e i capi delle Chiese del Medio Oriente.

Il card. Gualtiero Bassetti, a nome della Conferenza episcopale italiana e incoraggiato dal Papa, ha convocato i patriarchi e i vescovi dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo per mettere esplicitamente a tema per una riflessione, un discernimento e una collaborazione pastorale tra le Chiese cattoliche questo particolarissimo spazio del mondo. Il Mediterraneo infatti è «forse il più dinamico luogo di interazione tra società diverse sulla faccia del pianeta, giocando nella storia della civiltà umana un ruolo assai più significativo di qualsiasi altro specchio di mare»[3].

Sicuramente l’intento era anche quello di proseguire il processo che papa Francesco ha auspicato nell’importante riflessione teologica da lui offerta a Napoli il 21 giugno 2019: «Il Mediterraneo è da sempre luogo di transiti, di scambi, e talvolta anche di conflitti. Ne conosciamo tanti. Questo luogo oggi ci pone una serie di questioni, spesso drammatiche. Esse si possono tradurre in alcune domande che ci siamo posti nell’incontro interreligioso di Abu Dhabi: come custodirci a vicenda nell’unica famiglia umana? Come alimentare una convivenza tollerante e pacifica che si traduca in fraternità autentica? Come far prevalere nelle nostre comunità l’accoglienza dell’altro e di chi è diverso da noi perché appartiene a una tradizione religiosa e culturale diversa dalla nostra? Come le religioni possono essere vie di fratellanza anziché muri di separazione? Queste e altre questioni chiedono di essere interpretate a più livelli, e domandano un impegno generoso di ascolto, di studio e di confronto per promuovere processi di liberazione, di pace, di fratellanza e di giustizia. Dobbiamo convincerci: si tratta di avviare processi, non di fare definizioni di spazi, occupare spazi… Avviare processi»[4].

Fedeli a questo mandato, i promotori hanno organizzato i giorni di Bari in modo che ci fosse ampio spazio per il confronto, la discussione e la formulazione di proposte operative. In effetti, è stato un esercizio di sinodalità episcopale, in un clima di sincera condivisione delle diverse ricchezze e fragilità delle Chiese, culminata nell’esprimere desideri e progetti, segno della comune vocazione a ben interpretare il Mediterraneo. All’inizio del Convegno, infatti, il card. Bassetti ha auspicato che «il Vangelo e la vita cristiana vissuta fra i popoli, l’arte, la liturgia, la teologia […] possano costituire ancora luogo d’incontro e di sintesi, di genio e di creatività culturale, a beneficio di tutti».

Tuttavia le radici e i princìpi ispiratori di questo convenire di vescovi sono nella visione profetica di Giorgio La Pira, come hanno ricordato gli organizzatori, i relatori e più volte vari partecipanti: «Noi pensiamo che il Mediterraneo resti ciò che fu: una sorgente inesauribile di creatività, un focolare vivente e universale dove gli uomini possono ricevere le luci della conoscenza, la grazia della bellezza e il calore della fraternità. La congiuntura storica che viviamo, lo scontro di interessi e di ideologie che scuotono l’umanità in preda a un incredibile infantilismo restituiscono al Mediterraneo una responsabilità capitale […] per la realizzazione simultanea di un mondo fatto a misura d’uomo da uomini fatti a misura di mondo». E ancora: «Il Mediterraneo è “il lago di Tiberiade” del nuovo universo delle nazioni […] adoratrici del Dio di Abramo […], del Dio vero e vivo. Queste nazioni, col lago che esse circondano, costitui­scono l’asse religioso e civile attorno a cui deve gravitare questo nuovo Cosmo delle nazioni; da Oriente e da Occidente si viene qui: questo è il Giordano misterioso nel quale il [ministro del] re siro (e tutti “i re” della terra) devono lavarsi per mondarsi della loro lebbra (2 Re 5,10)»[5].

I cinque giorni del Convegno non si sono limitati a un intenso lavoro sul tema, ma sono stati arricchiti da alcuni eventi: una serata che i vescovi, inviati due a due, hanno dedicato a una parrocchia della diocesi di Bari; un variegato spettacolo teatrale, al centro del quale c’è stato un denso e coraggioso discorso del presidente del Parlamento europeo, David Sassoli; e infine l’incontro a porte chiuse con il Papa, nella splendida basilica di San Nicola. La concelebrazione pubblica dell’Eucaristia domenicale, presieduta da papa Francesco, con la presenza di circa 60.000 fedeli, è stata il culmine del Convegno.

Il Mediterraneo oggi

Vediamo più da vicino lo svolgimento dei lavori. Due brevi, ma dense relazioni hanno dato inizio alle giornate di giovedì e venerdì: la prima è stata tenuta dalla professoressa Giuseppina De Simone, della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, con il titolo Consegnare la fede alle generazioni future. Sfide e risorse nel contesto del Mediterraneo; la seconda dal professor Adriano Roccucci, dell’Università Roma Tre, con il titolo Speranza cristiana e Mediterraneo. Le sfide di un cambiamento d’epoca.

La De Simone è partita da un’analisi del contesto attuale, caratterizzato ovviamente da pluralità e complessità, in cui si articolano una crescente secolarizzazione anche in Paesi «apparentemente immuni, per cultura e tradizione, rispetto ad ogni separazione tra ciò che è di Dio e ciò che è degli uomini» e una «metamorfosi del sacro», caratterizzata da una profonda trasformazione, rilevabile anche nel modo di vivere la fede: «Si crede o non crede a partire da scelte sempre rimodulabili che riguardano il che cosa, il come e per quanto tempo: una sorta di vestito che ci si cuce addosso». In questa complessità si verifica anche un recupero delle forme di devozione popolare, come i pellegrinaggi e, in generale, l’attrattiva per i santuari, dove a volte convengono anche persone di fedi religiose diverse. La relatrice ha affermato: «C’è una domanda di salvezza e c’è un’esperienza di Dio che la devozione popolare, nel suo carattere trasversale, restituisce e che sfugge ad ogni forma di razionalizzazione, spesso componendosi, tra l’altro, con pratiche di vita e competenze che si iscrivono perfettamente nell’ordine di una gestione tecnica e secolare dell’esistenza».

In questo contesto, assistiamo anche a preoccupanti istanze teo­cratiche o all’uso della religione per affermare disperatamente la propria identità, arrivando fino a un nefasto fondamentalismo. La libertà religiosa è perciò in pericolo, anche quando viene concessa la libertà di culto all’interno di spazi ben definiti. Il passo che conduce alla persecuzione è breve, e vede i cristiani e altre minoranze tra le vittime in prima linea. D’altra parte, emerge anche il diffondersi dell’indifferenza verso il diritto di professare la propria fede, negando che la libertà religiosa sia alla base di ogni altro diritto, cioè misconoscendo l’importanza della coscienza personale e comunitaria.

La De Simone poi ha affrontato il tema della trasmissione della fede, affermando che il come trasmetterla dipende anzitutto dal cosa trasmettere. Il kerygma parla di un Dio che ama l’uomo, anche il peccatore, non «di un Dio lontano o di un sistema di idee inattaccabile e coerente». Perciò è primario tutto ciò che aiuta le persone a fare un’esperienza di incontro con Dio, attraverso la testimonianza di una vita coerente e la limpidezza di una fede che si mette in ascolto delle esperienze dei popoli, cioè rovesciando ogni tipo di crociata, come diceva La Pira. Il «Mediterraneo è il mare del meticciato che ci ricorda come non ci sia identità senza l’altro»; pertanto, siamo chiamati a essere una Chiesa dell’incontro, capace di disarmare i cuori e di abbattere i muri dell’odio.

Date queste premesse, la relatrice ha cercato di illustrare quali sono le caratteristiche proprie della religiosità popolare mediterranea. Ne esponiamo le principali. Anzitutto, la «capacità di tenere insieme una complessità di elementi in una dialettica non esclusiva, ma inclusiva. Essa esprime la ricerca incessante di comunione, pur nella irrisolta tensione, tra individuo e comunità; tra memoria e crea­tività; tra unità e pluralità; tra uomo e creato; tra terra e mare; tra le tenebre del dramma e la solarità della festa. […] La fede dei popoli mediterranei è fatta di un pathos che non nega di per sé la ragione, ma la dilata e la radica nella vita così com’è nella sua drammaticità e nei suoi slanci, un pathos che è intuizione dell’infinito dentro le cose, concretissima esperienza della provvidenza di Dio e del mistero del male fuori da ogni schematizzazione razionalizzante».

In secondo luogo, «il forte senso di comunità. La fede popolare esprime plasticamente quella socialità che è propria della gente mediterranea e che si lascia avvertire nella contrattazione prolungata al mercato, nella vivacità dei cortili e dei vicoli, nella forza, che nonostante tutto permane, dei legami familiari e parentali».

Inoltre, «nella dialettica tra ospitalità e ostilità […] la religiosità mediterranea tende di per sé a privilegiare l’ospitalità a partire dal valore propriamente mediterraneo dell’accoglienza e dal dettato della fede. Basti pensare alle tante esperienze di accoglienza dello straniero […] che ancora vedono coinvolta la gente comune nella semplicità dei gesti quotidiani, al di là di ogni forzata contrapposizione ideologica e politica […]. Per l’islam come per l’ebraismo l’ospite è sacro. Nella rivelazione biblica lo straniero e l’ospite sono manifestazioni della presenza divina. E nel cristianesimo l’accoglienza dell’altro come fratello sgorga dal cuore stesso della Pasqua del Signore Gesù che ha distrutto in sé stesso l’inimicizia (cfr Ef 2,15)».

Nella trasmissione della fede il linguaggio preferito è quello simbolico, «che non separa ma unisce, che non si preoccupa di distinguere e di definire perché sa cogliere i nessi più profondi del reale, che non teme il limite della ragione perché esprime una sapienza donata che dilata la ragione spezzandone ogni pretesa autosufficienza […]; un linguaggio che mette in relazione, che custodisce il mistero, ha il respiro della trascendenza […]. È il linguaggio del paradosso del Vangelo, il linguaggio dell’Incarnazione e della sacramentalità della fede, un linguaggio che abbiamo bisogno di recuperare».

Ma «sbaglierebbe chi pensasse tutto questo in alternativa alla capacità speculativa. Sappiamo bene che il Mediterraneo non è soltanto la culla delle tre grandi religioni, ma anche lo spazio geografico in cui ha avuto origine il pensiero filosofico nella sua forma greca, è lo spazio di una elaborazione intellettuale che ha conosciuto, nei secoli, livelli altissimi nella discussione filosofica, nella ricerca scientifica, nella definizione giuridica. La finezza del pensiero che discute, esplora, argomenta è un patrimonio che appartiene al Mediterraneo».

Infine la De Simone si è soffermata sui «luoghi» privilegiati della traditio fidei cristiana, che ha identificato nella libertà profetica dell’essere minoranza, nella forza generatrice del martirio, nell’educazione e formazione delle coscienze, nella scelta di stare dalla parte degli ultimi e dei poveri.

Nel secondo giorno, dedicato al risvolto sociale e operativo, il prof. Roccucci ha iniziato la sua relazione affermando che «occorre coltivare un’inquietudine che si faccia voce profetica e allo stesso tempo ricerca creativa e generosa di risposte evangeliche e concrete capaci di incidere nella realtà e di avviare processi di cambiamento. […] È il carattere sociale e storico del cristianesimo, che non viene meno nel mondo globale».

Il contesto è appunto il Mediterraneo, «tornato a essere un quadrante cruciale per le dinamiche del mondo globale. L’orientamento degli assi del mondo verso l’Asia ha come restituito al Mediterraneo una rilevanza, che si era andata progressivamente perdendo con lo spostamento sull’Atlantico del baricentro del mondo occidentale». Perciò, «per la sua vicenda storica, per la sua collocazione geo­politica, per il suo profilo culturale, per il suo tessuto religioso il Mediterraneo è plurale. La riflessione di studiosi e intellettuali ha rintracciato proprio in questa complessità la sua cifra unitaria. Il Mediterraneo è crocevia, in cui “da millenni tutto confluisce, complicandone e arricchendone la storia”».

Tuttavia i disegni del nazionalismo novecentesco hanno voluto costruire Stati omogenei, e «guerre, stermini, deportazioni, espulsioni di popolazioni, in sostanza le differenti misure di pulizia etnica adottate nel secolo scorso, hanno scompaginato il quadro di convivenza secolare del Mediterraneo. Il risultato è stato non di eliminare le diversità, ma di separarle e contrapporle».

Oggi, «antichi e nuovi antagonismi, progetti di espansione di aree di influenza, strategie di egemonia geopolitica, piani concorrenziali di sfruttamento delle risorse energetiche hanno ripreso a confrontarsi. Situazioni conflittuali maturate all’interno di diversi paesi si sono tramutate in guerre lunghe e sanguinose, coinvolgendo attori regionali e potenze globali». Le sfide della pace – e dell’educazione alla pace – e del dialogo interreligioso sono pertanto le prime che si pongono alle Chiese cristiane. Del resto, tali sfide si pongono anche all’interno del mondo musulmano che «è attraversato – ha detto Roccucci – da profonde divisioni di carattere politico e culturale. Alcune di queste sono alla radice di non pochi conflitti del Mediterraneo. Il fondamentalismo islamico […] li ha fomentati provocando sofferenze e morte con le sue manifestazioni violente, ma ha anche sfigurato il volto dell’islam». Proprio per questo il Documento sulla Fratellanza umana, firmato ad Abu Dhabi, il 4 febbraio 2019, da papa Francesco e dal Grande imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyeb, è un testo fondamentale, che traccia una linea di demarcazione all’interno sia del mondo cattolico sia di quello musulmano.

In questo contesto, il fenomeno delle migrazioni rende ancora più urgente affrontare le problematiche del Mediterraneo, trasformato da luogo di connessioni e scambi in lago di morte. Ma questi milioni di persone in cerca di una terra mettono l’accento sul fatto che quella odierna «è fondamentalmente una crisi di umanità, che richiede una risposta di solidarietà, compassione, generosità», come hanno dichiarato sull’isola di Lesbo papa Francesco, il patriarca Bartolomeo e l’arcivescovo Ieronymos.

Paura e chiusura, ha ricordato ancora Roccucci, non solo non risolvono alcun problema, ma mettono in discussione l’universalità della Chiesa. Se i cristiani non vogliono rinunciare al loro ruolo profetico e di lievito nella pasta, devono portare un contributo per la costruzione di società inclusive, per la loro umanizzazione e per l’apertura all’universalità, in un tempo di antagonismi e di risorgenti nazionalismi. A partire dall’attenzione ai poveri, primi destinatari del Vangelo. Perciò opportunamente Roccucci ha concluso citando il grande patriarca ecumenico Athenagoras, il quale «tracciava il profilo di una visione cristiana di speranza che è ancora attuale per le società mediterranee di questo secolo: “A Monastir ho conosciuto bene gli slavi. Ho anche osservato i tedeschi e gli austriaci. Con i francesi ho vissuto due anni. Tutti i popoli sono buoni. Ognuno merita rispetto e ammirazione. Ho visto soffrire gli uomini. Tutti hanno bisogno di amore. Se sono cattivi, è forse perché non hanno incontrato il vero amore, quello che non spreca parole ma irradia luce e vita. So pure che esistono forze oscure, demoniache, che a volte si impossessano degli uomini, dei popoli. Ma l’amore di Cristo è più forte dell’inferno. Nel suo amore troviamo il coraggio di amare gli uomini, e veniamo a scoprire che, per esistere, abbiamo bisogno che tutti gli uomini e tutti i popoli esistano”».

Esperienze differenti e libero confronto

Senza dubbio la parte più interessante del Convegno sono stati i «tavoli di conversazione» e le assemblee plenarie, dove ognuno ha avuto tempo e modo di intervenire, e le libere chiacchierate di corridoio e a tavola. Riportiamo qui alcuni tra gli elementi più significativi emersi in tali contesti.

Il primo è che le Chiese cristiane sono realtà istituzionali che cercano di essere vicine alla gente: la ricchezza di testimonianze, esperienze, iniziative, incontri, colloqui che sono stati condivisi a Bari hanno mostrato come i vescovi abbiano una profonda conoscenza della storia dei loro popoli, di cui ricordano sia le vicende positive che quelle negative che ne hanno segnato l’identità. Ma va anche riconosciuto che tra i vescovi del Medio Oriente, del nord Africa e dell’Europa, con riferimento alla comprensione del rapporto con le autorità civili e le politiche dei loro governi, si esprimono valutazioni anche molto differenti.

In secondo luogo, è emerso che i vescovi europei dovrebbero maggiormente considerare che, talvolta, i Paesi a cui essi appartengono conducono politiche verso il Medio Oriente che non contribuiscono al bene delle popolazioni locali, e in particolare dei cristiani. Al riguardo, sarebbe auspicabile che quei governi potessero sentire la voce dei cristiani mediorientali, anche attraverso le parole dei vescovi europei. Forte è stata anche la denuncia contro le sanzioni economiche imposte ad alcuni Paesi, che colpiscono duramente la popolazione, soprattutto nelle fasce più deboli, e finiscono per rafforzare i regimi.

In terzo luogo, si è ribadito che, più che aiutare i cristiani a fuggire dal Medio Oriente, bisogna aiutarli a restare e a vivere la loro difficile vocazione, in modo che le Chiese del Medio Oriente non si indeboliscano. Si tratta di fare giustizia, di sostenere le ragioni delle minoranze, di incoraggiare una politica e un’economia che non pensino soltanto agli interessi europei: non basta inviare del denaro. I cristiani mediorientali chiedono all’Europa di continuare a sostenerli, riconoscerli e promuovere la loro presenza nelle terre dove vivono, spesso in mezzo a tante difficoltà, come pure sollecitano le Chiese del Nord del Mediterraneo a essere vigili circa le possibili soluzioni che si profilano per i conflitti del Medio Oriente.

Circa il conflitto israelo-palestinese, si devono ricordare le parole di papa Francesco che, all’indomani della decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di spostare la sede dell’ambasciata Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, ha rivolto il seguente appello alla fine dell’Udienza generale del 6 dicembre 2017: «Il mio pensiero va ora a Gerusalemme. Al riguardo, non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, nello stesso tempo, non rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti Risoluzioni delle Nazioni Unite. Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i Luoghi Santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace. Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti».

Proposte e impegni per il futuro

In base a tutta questa ricchezza di interventi, la Commissione incaricata ha stilato un documento, consegnato a papa Francesco, con interessanti proposte che adesso tocca alle Chiese locali attuare. Ma come premessa si è voluto scegliere giustamente un’icona evangelica che dipingesse plasticamente la situazione attuale e la speranza cristiana: così si è votato a favore del brano della tempesta sedata nel Vangelo di Marco (Mc 4,35-41). La tempesta c’è, la paura e lo smarrimento ci sono, ma il Signore Gesù è sulla barca, e la sua parola potente ci offre sempre la possibilità di venire a capo delle minacciose potenze di morte. La fede è la nostra arma segreta, da tenere ben salda.

A questa premessa è seguita una dichiarazione introduttiva in cui, rileggendo il passato alla luce della Parola di Dio, si è espresso il bisogno di chiedere perdono – soprattutto ai giovani – per le divisioni, i pregiudizi, le crescenti estraneità, l’appoggio a modelli economici dannosi, la mancata denuncia di tante ingiustizie, impegnandosi in un cammino di preghiera e di digiuno per purificare anche le relazioni tra le Chiese.

Circa le proposte concrete, si è anzitutto deciso di dare forma stabile e periodica a questo incontro dei vescovi del Mediterraneo. Inoltre, vanno favoriti momenti di conoscenza e di scambio; gemellaggi e pellegrinaggi, in cui si incontrino anche le «pietre vive»; l’invio di sacerdoti fidei donum e di laici e famiglie per collaborare nella pastorale in quelle zone in cui ne è drammatica la carenza e forte la domanda; momenti di formazione prolungata per seminaristi e religiosi/e nei Paesi del Mediterraneo orientale e meridionale; far conoscere le figure dei santi e martiri cristiani del Mediterraneo di ieri e di oggi; favorire la conoscenza del Documento di Abu Dhabi; rifiutare il commercio delle armi; realizzare concreti progetti di sostegno ai cristiani in difficoltà nei Paesi dove sono penalizzati in vario modo.

Un segno immediato è stato scelto nel sostenere 12 giovani del Mediterraneo per un percorso formativo alla pace presso la comunità «Rondine Cittadella della Pace» di Arezzo, che «promuove la trasformazione creativa del conflitto, attraverso l’esperienza di giovani che scoprono la persona nel proprio nemico».

Mediterraneo, Europa e convivialità nelle differenze

Sabato 22 pomeriggio, un variegato spettacolo al teatro Petruzzelli ha ripreso, in chiave artistica, molti dei temi trattati, anche attraverso toccanti testimonianze. Il clou è stato il discorso del presidente del Parlamento europeo, come già sopra accennato. Sassoli ha affermato anzitutto che «la paura per troppo tempo ci ha paralizzati, paura dell’altro, degli altri, paura che in quei Paesi potessero nascere classi dirigenti orgogliose, non più disposte a svendere le loro risorse, paura di essere chiamati ad una concorrenza leale, ad un confronto impegnativo. Il vuoto lasciato dall’Europa si è riempito oggi di nuovi attori interessati ad alimentare i conflitti in corso e ad assicurarsi la loro permanenza». Per questo, ha continuato, «senza una politica europea il divario tra nord e sud è aumentato; non si è stati capaci di stabilire interessi condivisi e neppure di operare per il dialogo dei Paesi della sponda sud la cui incomunicabilità accresce le crisi e i conflitti. Per molti Paesi europei è sembrato più utile alimentare le divisioni».

Oggi «l’Europa ha il dovere di investire su progetti in grado di abbattere le disuguaglianze, favorire il passaggio a una società sostenibile e rilanciare politiche di partenariato in ambito sociale, economico, culturale. Dobbiamo […] aprire una prospettiva di libero scambio. […] Ecco perché investire sul dialogo interculturale e interreligioso è indispensabile. È il senso delle domande che ha posto papa Francesco ad Abu Dhabi: come le religioni possono essere vie di fratellanza, anziché muri di separazione, e far prevalere nelle nostre comunità l’accoglienza dell’altro».

Significativa è stata anche la riflessione di Sassoli sulla dimensione religiosa: «È proprio nel Mediterraneo, nell’antichità spazio del politeismo più spinto, che la vittoria sugli idoli ha fatto diventare questo mare lo spazio del Dio unico. Ne sono testimonianza i giudizi di Geremia e Isaia che ritroviamo quasi alla lettera nel Corano: “Io sono il primo e sono l’ultimo. E fuori di me non vi è Dio” […] Non si tratta di annullare le differenze, perché sappiamo che l’idea di Dio unico solleverà sempre questioni […]. Qui si tratta solo di rispondere alla domanda che il Corano con semplicità rivolge a tutti coloro che oggi stanno navigando nel Mediterraneo in tempesta: “O genti del libro, perché litigate?”».

Sassoli ha concluso così: «A Baghdad nella Casa della Saggezza del Califfo Al Ma’mun si incontravano ebrei, cristiani, musulmani a leggere i libri sacri e i filosofi greci. Oggi sentiamo tutti, credenti e laici, la necessità di riedificare quella casa per continuare insieme a combattere gli idoli, abbattere muri, costruire ponti, dare corpo ad un nuovo umanesimo».

Papa Francesco, sia nell’incontro con i vescovi sia nella concelebrazione eucaristica domenicale, ha rilanciato molti dei temi emersi, sottolineando soprattutto l’importanza della «convivialità». Non bastano i convegni, parlarsi, conoscere il ricco patrimonio spirituale dell’altro, ma occorre sedersi a tavola insieme, vivere insieme, condividere le sfide della vita quotidiana attraverso un meticciato che è la cifra più caratteristica del Mediterraneo. Questo è il mandato affidato ai pastori e alle Chiese di questo spazio di mondo, culla delle tre più importanti religioni, teatro di conflitti, dove si combatte una guerra mondiale a pezzi e dove la rinuncia all’uso delle armi e la scelta della pace sono «l’unica via possibile».

Conclusione

L’esodo inarrestabile dei cristiani dal Medio Oriente cambia non soltanto il volto di Chiese millenarie, ma anche quello mediorientale, con un grave impoverimento sociale, culturale e religioso, a danno di tutti. Questo esodo, al di là delle dichiarazioni e delle veglie di preghiera, sembra non toccare più di tanto molti cristiani europei; anzi, alcuni sposano le tesi di partiti populisti e nazionalisti, supini allo slogan dello «scontro di civiltà», dimenticando le conseguenze nefaste che, come insegna la storia, derivano da un tale contrasto.

Le Chiese cristiane dovrebbero essere in prima linea nel proporre alcune prospettive di fondo per nuovi trattati che garantiscano maggiore giustizia e pace alle popolazioni del Mediterraneo, nella linea di quanto sta facendo papa Francesco, promuovendo esse stesse processi di conoscenza reciproca, riconciliazione e collaborazione che cancellino gli spettri dell’indifferenza, della diffidenza e della divisione.

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[1].      Cfr www.mediterraneodipace.it

[2].      Cfr «Su di te sia pace. Cristiani insieme per il Medio Oriente», Bari, 7 luglio 2018.

[3].      D. Abulafia, The great Sea. A Human History of the Mediterranean, Oxford – New York, Oxford University Press, 2011 (in it., Il grande mare. Storia del Mediterraneo, Milano, Mondadori, 2013, 614).

[4].      Francesco, Discorso in occasione del Convegno «La teologia dopo “Veritatis gaudium” nel contesto del Mediterraneo» (www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/june/documents/papa-francesco_20190621_teologia-napoli.html), Napoli, 21 giugno 2019.

[5].      Pace nel Mediterraneo. Il pensiero di Giorgio La Pira, Firenze, Polistampa, 2019, 78, citato da mons. Raspanti nel discorso tenuto all’inizio del Convegno e intitolato Alla ricerca della vocazione mediterranea, 19 febbraio 2020.

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THE MEDITERRANEAN, THE FRONTIER OF PEACE

For its historical, geopolitical, cultural diversity, and religious fabric, the Mediterranean, which has seen the foundation of the three great monotheistic religions, has been a crucial quadrant in history. Today, the rebalancing of the world’s axes from the Atlantic to Asia confirms that this sea is a crossroads of the dynamics of the global world. On the strength of this intuition, the Italian Episcopal Conference invited 60 bishops from 20 countries which border the Mediterranean to come to Bari to reflect, discuss and pray for an awareness and collaboration that will restore to the Mare Nostrum its function as a positive meeting of peoples, cultures and religions. The result was a lively and rich synodal experience, which will certainly be followed with ample inititiatives, and be to the benefit of all.

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