Quattro secoli separano il Concilio Vaticano II dal Concilio di Trento: questo si è concluso nel 1563; il Vaticano II si è aperto nel 1962. Che cos’è avvenuto nella Chiesa cattolica in questi quattro secoli per quel che riguarda l’Eucaristia? È quanto vogliamo vedere in questo articolo.
Il Messale di Pio V
Come si è visto precedentemente, il Concilio di Trento definì sia la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, sia il carattere sacrificale della Messa, ma non affrontò una vera e propria riforma liturgica, contentandosi di eliminare gli abusi più gravi che si erano introdotti nella celebrazione eucaristica e incaricando il Papa di attuare le necessarie riforme liturgiche. Così, terminato il Concilio, si pensò subito alla preparazione di nuovi libri liturgici. Prima però fu pubblicato (ottobre 1566) il Catechismus ad parochos, che aveva lo scopo di spiegare ai parroci quanto il Concilio tridentino aveva insegnato e ordinato. Così, esso descriveva la Messa come la rappresentazione-rinnovazione della passione di Cristo: assistendo ad essa i fedeli ne ricevono i frutti. La partecipazione alla comunione è staccata dal sacrificio e ha carattere devozionale e ascetico.
Dopo un lungo e difficile lavoro di collazione dei migliori codici liturgici presenti nella Biblioteca Vaticana o fatti giungere da altri luoghi, il 14 luglio 1570 Pio V pubblicò un nuovo Messale, che doveva essere adottato obbligatoriamente da tutta la Chiesa cattolica, senza che fosse permesso a nessuno «aggiungere, togliere o mutare qualche cosa», come era detto nella Bolla Quo primum che lo promulgava. Col suo Messale, Pio V da una parte intendeva mettere fine al disordine che regnava in campo liturgico, dall’altra voleva riportare la celebrazione liturgica «all’antica norma della preghiera (ad pristinam orandi regulam)», qual era stata «disegnata in particolare da Gelasio I e da Gregorio I e riformata da Gregorio VII». A tale scopo si eliminarono gli sviluppi indebiti e le molte aggiunte, per esempio le sequenze domenicali; si restituì la precedenza alla parte de tempore; si diminuirono le feste dei santi e le messe votive. A base del nuovo Messale fu posto il Missale secundum usum Romanae Curiae che, se non conteneva l’antico rito romano, ma era una forma mista di rito romano-franco-germanico, tuttavia conservava tradizioni antiche di gran pregio. In tal modo il Messale di Pio V, che nel suo nucleo racchiudeva il patrimonio essenziale dell’antica liturgia romana (si pensi al canone cosiddetto romano Te igitur) assicurava alla Chiesa il culto cristiano genuino ed era fonte
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