LA POLEMICA SULLE FOIBE

Quaderno 3761

pag. 425 - 429

Anno 2007

Volume I

3 Marzo 2007
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Lo scorso 10 febbraio è stato celebrato al Quirinale il Giorno del Ricordo, istituito dalla Legge 30 marzo 2004, n. 92, «in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale». Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo intervento, fra l’altro, ha parlato di «dovere che le istituzioni della Repubblica sentono come proprio, a tutti i livelli, di un riconoscimento troppo a lungo mancato». Ha ricordato perciò la «tragedia di migliaia e migliaia di famiglie, i cui cari furono imprigionati, uccisi, gettati nelle foibe. […] Una miriade di tragedie e di orrori; e una tragedia collettiva, quella dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati, quella dunque di un intero popolo».

«Da un certo numero di anni a questa parte — ha proseguito il Presidente — si sono intensificate le ricerche e le riflessioni degli storici sulle vicende cui è dedicato il “Giorno del Ricordo”: e si deve certamente farne tesoro per diffondere una memoria che ha già rischiato di essere cancellata, per trasmetterla alle generazioni più giovani […]. Così, si è scritto, in uno sforzo di analisi più distaccata, che già nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell’autunno del 1943, si intrecciarono “giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento” della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”. Quel che si può dire di certo è che si consumò — nel modo più evidente con la disumana ferocia delle foibe — una delle barbarie del secolo scorso. Perché nel Novecento […] si intrecciarono in Europa cultura e barbarie. E non bisogna mai smarrire consapevolezza di ciò nel valorizzare i tratti più nobili della nostra tradizione storica e nel consolidare i lineamenti di civiltà, di pace, di libertà, di tolleranza, di solidarietà della nuova Europa che stiamo da oltre cinquant’anni costruendo. È un’Europa nata dal rifiuto dei nazionalismi aggressivi e oppressivi, da quello espressosi nella guerra fascista a quello espressosi nell’ondata di terrore iugoslavo in Venezia Giulia, un’Europa che esclude naturalmente anche ogni revanscismo».

Il presidente Napolitano ha quindi accennato alla «congiura del silenzio», che ha segnato per anni le popolazioni fiumane, istriane e dalmate: «Anche di quella — ha proseguito — non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità dell’aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali. Oggi che in Italia abbiamo posto fine a un non giustificabile silenzio, e che siamo impegnati in Europa a riconoscere nella Slovenia un amichevole partner e nella Croazia un nuovo candidato all’ingresso nell’Unione, dobbiamo tuttavia ripetere con forza che dovunque, in seno al popolo italiano come nei rapporti tra i popoli, parte della riconciliazione, che fermamente vogliamo, è la verità».

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Il discorso di Napolitano ha provocato una dura e inattesa presa di posizione da parte del presidente croato Stipe Mesic, il quale in una Nota ufficiale si è detto «costernato» per le dichiarazioni del Presidente della Repubblica italiana. «Queste affermazioni — prosegue la Nota —, nelle quali uno non può non vedere elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico, sono difficili da mettere accanto al dichiarato desiderio per la promozione di relazioni bilaterali. Sono spiacevolmente sorpreso dal contenuto e dal tono delle ultime affermazioni da parte della leadership dello Stato italiano sia sul passato sia sulle attuali relazioni fra Italia e Croazia». In precedenza la Nota affermava che «la Croazia ritiene che ogni tentativo di mettere in questione gli accordi di Osimo [che regolarono la frontiera tra l’Italia e l’allora Iugoslavia], conseguenza di accordi tra le potenze che vinsero la guerra persa dall’Italia fascista, ereditati dalla Croazia come uno dei successori, è assolutamente inaccettabile».

Ferma e immediata è stata la risposta italiana, affidata a una Nota del Ministero degli Esteri: «Il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, ha espresso stupore e deplorazione per le inaccettabili dichiarazioni del presidente croato, Stipe Mesic, a commento del discorso pronunciato ieri dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del Giorno del Ricordo. Si tratta di una reazione del tutto immotivata, che può essere dettata soltanto da una lettura distorta e fuorviante dell’intervento del presidente Napolitano, che ha inteso rievocare, in continuità con l’analoga iniziativa assunta dal presidente Ciampi, la drammatica esperienza vissuta dalle popolazioni giuliano-dalmate nel corso della seconda guerra mondiale. Ed è del tutto evidente che né il Capo dello Stato né il Governo hanno mai inteso minimamente rimettere in discussione il Trattato di Pace del 1947 o gli Accordi di Osimo. Sorprende e addolora constatare come le dichiarazioni del Presidente croato contraddicano quei valori e princìpi che dovrebbero ispirare non solo il rapporto tra due Paesi vicini, ma anche il percorso europeo della Croazia. Il ministro D’Alema — che ha convocato alla Farnesina l’Ambasciatore di Croazia a Roma — ha espresso l’auspicio che, malgrado le inopportune dichiarazioni del presidente Mesic, Italia e Croazia possano proseguire sulla strada del dialogo e della collaborazione per rafforzare il rapporto bilaterale e risolvere con spirito costruttivo i problemi ancora in sospeso».

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Ma perché si è giunti all’incidente diplomatico fra due Paesi vicini? Quali espressioni del presidente Napolitano (forse non tradotte con precisione?) possono aver suscitato la reazione croata? Secondo Marzio Breda (cfr Corriere della Sera, 13 febbraio 2007, 13), «le frasi oggetto di potenziale equivoco sembrano soprattutto un paio: 1) il cenno al “disegno annessionistico slavo che prevalse nel Trattato di pace del 1947”; 2) il riferimento ai “sinistri connotati di una pulizia etnica” che quel disegno assunse, sentenza rimbalzata con grande evidenza sui titoli dei mass-media. Forse, si riflette al Quirinale, Mesic ha inteso che Napolitano avesse declinato al presente quella che invece era nata come un’analisi storica. E, distorcendone il senso, avrà magari temuto che Roma (sempre considerata “revanscista”) volesse così mettere in discussione addirittura gli Accordi di Osimo. Ma non basta. A bruciare c’è anche l’attacco su una presunta politica di “revisionismo storico”, che avrebbe ispirato il discorso del Presidente. Una sorta di dispar condicio, perché sarebbe mancata […] una contemporanea e adeguata denuncia dei crimini fascisti in terra iugoslava. In realtà, osservano sul Colle, tutto si teneva, nella riflessione del Capo dello Stato, “evidentemente non letta sino in fondo a Zagabria”».

In ogni caso la polemica è proseguita nei giorni successivi, nono-stante il Governo italiano abbia cercato in tutti i modi di attenuarne i toni. Anche il premier croato Ivo Sanader, che in un primo tempo aveva cercato di non allinearsi alle posizioni di Mesic, il 16 febbraio, forse, secondo alcuni osservatori, per motivi di politica interna, ha biasimato la portavoce della Commissione europea, che aveva definito «inappropriate» le dichiarazioni di Mesic. Secondo Sanader le critiche della Commissione europea al presidente Mesic erano «unilaterali e inaccettabili». «Suppongo — ha detto — che la portavoce della Commissione non fosse informata di tutti i fatti e per tale ragione la diplomazia croata invierà una Nota a Bruxelles». Sanader ha giudicato «inaccettabili i commenti [di Napolitano] riguardo alla pulizia etnica e alla barbarie slava. La Croazia condanna tutti i crimini ma il confronto deve essere sui fatti».

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Dopo una settimana di alti e bassi, nella quale si sarebbe inserita, stando a notizie di stampa, anche una dura lettera di protesta del presidente sloveno Janez Dmovsek all’Italia, il contenzioso diplomatico tra Italia e Croazia si è chiuso con una Nota diffusa il 17 febbraio dal Ministero degli Esteri italiano, nella quale sono riportati i testi di due Dichiarazioni congiunte, una croata e una italiana. In essa si afferma che «la parte croata ha preso in considerazione le spiegazioni date durante il colloquio che ha avuto luogo il 13 febbraio a Roma tra il ministro degli Esteri Massimo D’Alema e l’ambasciatore croato Tomislav Vidoševic». Perciò si riconosce che nelle parole del presidente Napolitano non c’era alcun riferimento polemico alla Croazia, e «in esse non c’era alcuna intenzione di mettere in questione il Trattato di pace del 1947 e gli Accordi di Osimo e di Roma, e nemmeno contenevano ispirazioni revansciste e storico-revisionistiche». Dopo tali chiarimenti «il presidente Mesic è dell’opinione che è stata confermata la base per la costruzione di rapporti amichevoli» nell’interesse dei due Paesi. Il Presidente croato propone inoltre un incontro pacificatore italo-croato tra lui e il presidente Napolitano.

Non ci si può non rallegrare, come europei e come cittadini del mondo, che i princìpi della convivenza pacifica, della collaborazione, della diplomazia e della realpolitik abbiano avuto il sopravvento sugli atteggiamenti legati allo scontro e alle letture preconcette. Ciò non toglie che, come ha detto il presidente Napolitano, sia necessaria, come parte della riconciliazione, la ricerca della verità. Infatti, tra le popolazioni interessate, anche tra gli eredi dei testimoni e delle vittime istriane, giuliane e dalmate, gli animi non sono ancora pacificati, in attesa che sia proclamata una verità condivisa. Sarebbe opportuno perciò che riprenda i lavori e li concluda la Commissione italo-croata di storici che nel 2000 consegnò una relazione ai Governi interessati. Se necessario, con l’accordo di tutti la si integri nei componenti, e poi i Governi recepiscano e pubblichino i risultati. Ogni passo in avanti sulla strada della verità è un passo sulla strada della pace e del futuro.

Su tale argomento la nostra rivista (cfr Civ. Catt. 2004 I 542) ha affermato che nei 40 giorni di occupazione militare della Venezia Giulia furono uccise (o sparirono) migliaia di persone. «Fu il più grande massacro di cittadini italiani, non impegnati in operazioni di guerra, dell’intera storia nazionale. Tale fatto però non riuscì mai a raggiungere la coscienza collettiva degli italiani, sia perché veniva letto entro la logica delle contrapposizioni ideologiche, anzi partitiche, tipiche degli anni del dopoguerra (per cui ai massacri delle foibe cari alla pubblicistica di destra si contrapponevano quelli nazisti della risiera triestina di S. Sabba, cari al contrario a quella della sinistra), sia perché si intrecciavano con scelte di politica strategico-internazionale che non si voleva in nessun modo mettere in pericolo. Spetta però oggi allo storico ritornare su quei fatti con animo più pacato, sia per una ricostruzione più oggettiva e meno ideologizzata di quelle vicende, sia per segnalare eventuali responsabilità, anche indirette, di soggetti che, pur potendo fare qualcosa per bloccare o limitare il massacro, non lo fecero». Una pacificazione degli animi, fondata sulla verità — come ripetutamente auspicata sia da Giovanni Paolo II sia da Benedetto XVI in tante occasioni —, costituirebbe un modello per situazioni simili in altre parti del mondo.

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