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Gli ultimi giorni del Regno dei Savoia

Giovanni Sale

17 Maggio 2003

Quaderno 3670

Umberto di Savoia, Maria José del Belgio e il resto della famiglia reale in visita da papa Pio XII.
Il voto del 2 giugno 1946

Il 2 giugno 1946, giorno delle elezioni generali e del referendum istituzionale, l’affluenza alle urne fu massiccia, e le operazioni di voto si svolsero in un clima di calma e tranquillità, quasi di festa. «La disciplinatezza — scriveva La Civiltà Cattolica — con cui gli elettori e le elettrici risposero all’appello, la paziente attesa di ore e ore sotto il dardeggiare del sole estivo, la compostezza delle file […], l’assenza di ogni contesa tra persone di contrastanti idee, che marciavano gomito a gomito verso la sospirata cabina, dimostrarono una volta di più la bontà del nostro popolo, quando non venga esasperato da torbidi mestatori»[1].

L’esito della votazione era attesissimo, non soltanto dai politici di professione ma da tutti i cittadini, già dal pomeriggio del 3 giugno. La radio, mentre trasmetteva progressivamente i risultati parziali dei voti per l’Assemblea Costituente, non diceva nulla sul referendum istituzionale, e ciò dava ai giornali la possibilità di far passare come notizie attendibili indiscrezioni raccolte nei corridoi ministeriali o in quelli delle sezioni di partito. I giornali monarchici la mattina del 4 giugno parlavano di una «sensibile prevalenza» dei voti monarchici, mentre quelli di tendenza repubblicana, all’opposto, riportavano a tutta pagina la vittoria della repubblica. Quello stesso giorno il Ministero dell’Interno ammoniva ufficialmente che i dati e le cifre pubblicate dalla stampa circa l’esito del referendum non erano quelli ufficiali, aggiungendo che il Ministero si riservava di diramare «un comunicato in merito», appena i dati a disposizione avessero avuto una certa consistenza.

Perché tanta reticenza da parte delle autorità a diramare i risultati parziali del referendum istituzionale? Lo si fece, come è stato detto dalla parte soccombente, per poter meglio «manovrare» i risultati del voto in favore della repubblica? La ragione di tanta prudenza in materia ci è riferita dalle stesse parole del presidente del Consiglio, A. De Gasperi, confidate il pomeriggio del 4 al nunzio in Italia, mons. F. Borgongini Duca: «Al punto in cui siamo il risultato del referendum è il seguente: su 8 milioni di votanti, la repubblica ha una maggioranza di 600 mila voti. È difficile fare previsioni. Il Governo mantiene i dati incerti fino all’ultimo momento perché ha interesse a che non avvengano disordini finché le schede non siano tutte giunte a Roma: basterebbe che si bruciasse un camion con i documenti per far annullare il referendum». Questo era il vero motivo di tanta riservatezza nel comunicare i risultati, che in realtà durante tutta la giornata e, in particolare, nella nottata del 4 andarono variando, dando una volta la prevalenza alla monarchia e un’altra alla repubblica. «Dai dati in nostro possesso — disse in quella conversazione De Gasperi al Nunzio — Spataro prevede che in definitiva vincerà il Re con piccolissima maggioranza, mentre Romita prevede la repubblica e con lui anche Nenni. Questi ha aggiunto: se Umberto vincesse con soli 300.000 voti di più dovrebbe lasciare il posto al figlio»[2].

A partire dalla mezzanotte del 4 giugno, il risultato referendario si andò orientando e poi stabilizzando a favore della repubblica, fino a raggiungere lo scarto di due milioni di voti rispetto alla monarchia. Su quanto accadde nella notte tra il 4 e il 5 giugno la letteratura storica di tendenza monarchica si è sbizzarrita a supporre le ipotesi più fantasiose: da parte di alcuni si parlò di due milioni di schede in più fatte stampare dal Ministero dell’Interno, rispetto al totale dei chiamati al voto, e quella notte miracolosamente ricomparse; tale notizia, divulgata dal giornale Italia Nuova, fu però successivamente smentita. Secondo altri storici invece, alcuni funzionari compiacenti, su richiesta di Togliatti — che quella notte era stato avvertito da Romita sul leggero vantaggio tenuto fino a quel momento dalla monarchia —, avrebbero corretto le cifre sui verbali inviati in quelle ore al Ministero dell’Interno: questo, secondo essi, spiegherebbe i due milioni di voti repubblicani venuti fuori, nel giro di poche ore, in quella fatidica notte[3]. Tale ipotesi, difficile da verificare su basi documentali, risulta non facilmente utilizzabile in sede di ricostruzione storica.

La letteratura storica su questa materia è molto ricca. Noi cercheremo di ricostruire la difficile vicenda di quelle calde giornate di giugno sulla base di una documentazione inedita, costituita da alcune relazioni inviate in Vaticano dal Nunzio in Italia, che riportano le comunicazioni a lui giunte da importanti membri del Governo, nonché dallo stesso Sovrano. In generale essa conferma lo svolgimento dei fatti come già sono stati organizzati e disposti dalla critica storica più recente. Tale documentazione, che raccoglie soprattutto comunicazioni confidenziali, è però molto importante per capire i fatti dall’interno. Essa mostra, infatti, come i maggiori protagonisti di quella vicenda vissero quelle difficili giornate che diedero all’Italia un nuovo regime istituzionale.

La mattina del 5 giugno De Gasperi, dopo essersi accertato degli ultimi risultati, si recò al Quirinale per informare il Re del risultato referendario, che in realtà era ancora provvisorio, ma che non sarebbe cambiato con i voti delle poche sezioni ancora mancanti. Il Re lo accolse come sempre con cordialità e ascoltò quanto gli veniva comunicato dal Presidente del Consiglio con una certa tranquillità. Anche la Santa Sede era interessata a conoscere per tempo il risultato provvisorio del referendum. Diffidando di quanto veniva pubblicato dai giornali su questa materia, il Nunzio, la stessa mattina del 5, mandò un suo assistente al Ministero dell’Interno per chiedere informazioni. «Ho mandato — si legge in un rapporto del Nunzio — mons. Paupini da Spataro per conoscere i risultati ultimi. Questi, sotto giuramento di mons. Paupini, che avrebbe comunicato l’esito solo al Santo Padre e a V. R., gli ha confidato: le schede sono state quasi tutte già controllate e la repubblica ha una maggioranza di 2 milioni di voti. Il Governo è preoccupato perché il Re non vuole partire prima dell’annuncio ufficiale e si teme qualche torbido. Ho mandato Paupini anche a Casa Reale dove hanno confermato; in genere le notizie non sono buone»[4].

La sera stessa del 5 De Gasperi, dopo aver sentito il Consiglio dei ministri, parlò alla radio per comunicare agli italiani quale sarebbe stata la prassi che il Governo avrebbe seguito, nel rispetto del dettato legislativo, per la proclamazione del risultato del referendum; subito dopo parlò l’on. G. Romita, ministro dell’Interno, che diede lettura dei risultati, ancora parziali (34.112 sezioni su 35.320), ma dai quali sembrava ormai certa la vittoria della repubblica. Disse anche che il conteggio dei risultati, insieme con i verbali di tutte le sezioni elettorali, sarebbe stato prontamente trasmesso alla Corte di Cassazione. Da ambedue le parti il risultato referendario fu accolto all’inizio in modo composto. Perfino Italia Nuova, quotidiano di chiara tendenza monarchica, sembrava accettare con «civile rassegnazione» il risultato referendario favorevole alla repubblica. La questione che aveva tenuto il Paese con il fiato sospeso per alcuni giorni sembrava definitivamente risolta. Purtroppo la bonaccia fu di breve durata. Il 7 giugno i giornali di tendenza monarchica iniziarono a parlare di battaglia referendaria impari, perché «combattuta sul piano prescelto dagli avversari, i quali l’hanno condotta col favore di tutte le leve del comando e di controllo nelle loro mani e senza esclusione di colpi»[5]. Essi dichiaravano però di accettare il risultato elettorale, ma denunciando allo stesso tempo che tale consultazione era stata «arbitraria, intempestiva, incompleta e impreparata, senza parlare — si insinuava — dell’onestà delle elezioni, delle quali si potrà discutere a misura che ne emergeranno le prove»[6].

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La benedizione del Papa per Umberto II

Il 6 mattina mons. Borgongini Duca, su incarico di Pio XII, si recò al Quirinale a portare a Umberto II il conforto della parola del Papa. Il Nunzio, ricevuto quasi immediatamente, trovò il Re pallido e addolorato, ma calmo. «Quando mi ha veduto — si legge nella relazione — ha quasi sorriso. Mi ha ringraziato del pensiero gentile di essere andato a salutarlo. Ho risposto che andavo da lui per missione espressa del Santo Padre e gli ho detto testualmente: “Sua Santità è stato sempre vicino a lei per tutto questo tempo, ma specialmente ora nel momento del dolore. Il Papa per mio mezzo invia la Benedizione apostolica a Vostra Maestà, alla Regina ed ai bambini, perché sia dono di conforto e propiziatrice dei divini favori”. Mi ha detto parole di profondo ringraziamento e devoto omaggio a Sua Santità. Poi ha detto: “Ho fatto tutto il mio dovere e da solo con i miei piccoli mezzi ho combattuto ed ho ottenuto 10.000.000 di votanti per la Monarchia. Quando si pensi che gli altri hanno avuto per due anni piena libertà di azione, appoggio dagli Alleati e oro a profusione dalla parte che si sa, e con tutto questo hanno avuto solo 2.000.000 di maggioranza con un numero di votanti che è suddiviso in tante frazioni di partiti, si deve concludere che chi ha vinto il referendum è la monarchia, la cui massa di elettori è tutta compatta; per cui mi diceva ieri un ufficiale americano: il Presidente della Repubblica dovrei essere io”. […]. Gli ho domandato quando intendeva partire. Mi ha risposto: “Non appena saprò chi è il mio successore e gli avrò stretto la mano facendogli i miei auguri»[7]. L’indomani sera Umberto si recò in Vaticano per ringraziare personalmente il Papa delle sue parole e per salutarlo prima di lasciare l’Italia. Con tale visita, inoltre, si intendeva mettere a tacere alcune voci messe in circolazione dalla stampa di sinistra, secondo le quali il Pontefice non avrebbe desiderato incontrare il sovrano sabaudo.

Nel frattempo l’esito delle elezioni politiche per la Costituente si era andato completando. Il risultato finale aveva confermato i calcoli pre-elettorali fatti dai maggiori partiti e in qualche modo ripeteva quello amministrativo di poco tempo prima. I democristiani ebbero 8.012.355 voti, i comunisti 4.287.054, mentre i socialisti 4.674.977: la somma dei due partiti di sinistra sopravanzava, così, anche se soltanto di poco, la Democrazia Cristiana presa da sola. Queste tre sarebbero state le forze politiche maggiormente rappresentate nella nuova Assemblea Costituente, e a loro sarebbe toccato governare il Paese. Su tale materia abbiamo alcune confidenze che De Gasperi in quei giorni fece a mons. Borgongini Duca e che illustrano bene la lotta politica che nel frattempo si stava sviluppando all’interno dei partiti, anche tra quelli di sinistra. In realtà, il problema istituzionale non era il solo che impegnava, in quel momento così cruciale per la vita del Paese, le forze politiche; forse non era neppure quello principale. «Quanto alla successione, cioè alla Repubblica, — confidò il Presidente del Consiglio al Nunzio — mi è stato proposto un Governo a tre: la Presidenza della Repubblica a me, il posto di Presidente del Consiglio a Nenni o Romita e tra i due vi è lotta forte perché Romita si è messo in testa di essere capo del Governo. Ai comunisti il ministero degli Esteri; tuttavia non me la sento di essere un presidente di Repubblica: non vedo un Nenni al Governo come capo e molto meno un Togliatti, fine ma più perfido, agli Esteri. Piuttosto tenterei di sganciare i socialisti dai comunisti, proponendo per i primi la presidenza della Repubblica e io restando ove sono. Se si sganciassero i comunisti non entrerebbero nel Gabinetto: ma vi si riuscirà? Chiedo: “Non può la democrazia cristiana insieme con i partiti monarchici fronteggiare le sinistre?”. Risposta: “Sì! Avremmo aritmeticamente quanto basta per reggerci appena appena, ma non potremo durare”. L’on. De Gasperi ha proseguito: “Nenni mi canzonava dicendo che i preti me l’hanno fatta votando per la monarchia”. Io gli ho risposto che in Piemonte i socialisti hanno votato per il Re, anzi Togliatti mi ha assicurato che in Piemonte pure alcuni gruppi comunisti hanno votato per la monarchia. Ho anche detto a Nenni che se i preti votano per il Re, ciò è avvenuto per reazione contro la campagna esagerata dei socialisti […]. La prego di far sapere al Papa tutta la mia commossa e devota riconoscenza per l’aiuto che ci ha dato e specialmente per il discorso alla radio del primo corrente, che ha rinfocolato i cattolici nel momento decisivo»[8]. Anche gli Alleati consigliavano a De Gasperi di non lasciare la presidenza del Consiglio; così anche la Santa Sede, per la quale il problema politico era molto più importante di quello istituzionale.

Conflitto tra monarchici e Governo sul «referendum»

L’8 giugno furono presentati da parte di alcuni movimenti o partiti filomonarchici due ricorsi alla Corte di Cassazione e uno da parte dei liberali al Presidente del Consiglio, per denunciare la procedura seguita nel conteggio dei voti del referendum, che ritenevano illegittima. Il primo fu presentato all’Alta Corte da E. Selvaggi, segretario generale del partito democratico, di tendenza apertamente monarchica. Egli impugnava la legittimità del criterio con cui l’on. Romita il 5 sera aveva annunciato i dati relativi al referendum. Nel ricorso si diceva che la cifra della maggioranza è stata calcolata in rapporto al totale dei voti validi. Ora questo criterio contrasterebbe con l’art. 2 del decreto luogotenenziale del 16 marzo 1946 che disciplina la materia del referendum, nel quale si dice che «la maggioranza» va calcolata sulla base «degli elettori votanti», conteggiando quindi anche i voti nulli, le schede bianche ecc. Un altro ricorso fu presentato al Governo dal ministro liberale Cattani e dal segretario del partito liberale Cassandro, «non per contestare il risultato del referendum — si leggeva nella dichiarazione — bensì per confermarne la validità attraverso l’esatta osservanza della legge». Nel ricorso erano poi presentate le medesime argomentazioni del Selvaggi circa il calcolo della maggioranza, da farsi, cioè, conteggiando non soltanto i voti validi, ma la totalità dei voti espressi. Un terzo ricorso fu presentato alla Corte di Cassazione da un comitato di giuristi padovani sulla base delle motivazioni prima menzionate.

Alle questioni giuridiche si intrecciavano gravi accuse su brogli elettorali, culminanti nella denuncia fatta da Italia Nuova, poi ufficialmente smentita, che 21 milioni di votanti avessero dato 23 milioni e mezzo di voti. Il giornale monarchico chiedeva, inoltre, la ripetizione del referendum, a motivo dell’esiguità della vittoria repubblicana, e anche perché, diceva, molti italiani non avevano avuto l’opportunità di esprimere il proprio voto, perché ancora all’estero o in prigionia. Intanto in quei giorni erano scoppiati tumulti in diverse città dell’Italia meridionale (in particolare a Napoli), dove si era votato in maggioranza per la monarchia. Addirittura in Sicilia il movimento separatista aveva rivendicato la piena indipendenza dell’isola dall’Italia. «Il referendum — dicevano i sostenitori del Comitato indipendentista — decidendo in difformità alla maggioranza del popolo siciliano l’eliminazione dinastica, che per plebiscito costituiva vincolo di unione della Sicilia col Regno dei Savoia, ha sciolto di diritto il vincolo medesimo». Da qui la conclusione che la Sicilia, cessata la monarchia, riacquistava la propria sovranità e il diritto all’autodecisione.

Che brogli in quelle elezioni vi fossero stati, come del resto succedeva quasi sempre nelle competizioni elettorali di quel tempo, pare più che probabile. Ciò risulta anche da una relazione dell’8 giugno 1946 del Nunzio in Italia inviata in Segreteria di Stato: «Alla Presidenza del Consiglio si lamentano — scriveva Borgongini Duca — i vari imbrogli avvenuti nei seggi elettorali per cui il risultato del referendum è assai discutibile. Anche i verbali sembrerebbero fatti senza coscienza, e molti di essi mancherebbero degli allegati riguardanti le schede annullate o in bianco. L’atteggiamento degli Alleati, che sembra quasi passivo, si ascriverebbe a una presa di posizione della Russia, la quale avrebbe dichiarato di rompere le relazioni diplomatiche se essi tentassero di ingerirsi nel referendum, come hanno fatto in Grecia. Al Ministero dell’Interno invece non si sollevavano queste critiche; soltanto si esprimeva qualche preoccupazione per l’ordine pubblico»[9]. Il Nunzio si recò nella stessa giornata anche al Ministero degli Esteri, dove l’ambiente era prevalentemente filomonarchico. «Qui, continua Borgongini Duca, si criticava apertamente la Democrazia Cristiana alla quale si farebbe risalire la responsabilità della vittoria repubblicana. E poiché il popolino confonde Democrazia Cristiana col clero, non è da escludere, da parte dei monarchici, qualche dimostrazione contro il Clero, le Suore e le chiese»[10]. L’ambasciatore inglese sir N. Charles invece, parlando a nome proprio, disse al Nunzio di essere «molto scettico sull’esito del referendum, tanto da dirmi che ne sarebbe necessario un secondo»[11].

Alle parole — o meglio alle polemiche tra monarchici e autorità — seguirono i fatti. Il 10 giugno, alle 16, la Corte di Cassazione procedette nella sala della Lupa a Montecitorio alla proclamazione dei risultati del referendum istituzionale: la repubblica aveva ricevuto 12.672.767 voti, la monarchia invece 10.688.905. Dopo la lettura dei risultati elettorali, il presidente della Corte, G. Pagano, di sentimenti monarchici, concluse: «La Corte […] emetterà in altra adunanza il giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste e i reclami […]. L’adunanza è tolta»[12]. Quelli che si aspettavano che la Corte avrebbe proceduto alla proclamazione ufficiale della vittoria della repubblica rimasero delusi: in realtà essa si limitò soltanto alla «proclamazione dei risultati» del referendum. Dopo la cerimonia il presidente De Gasperi si recò al Quirinale per informare il Re di quanto era accaduto e per convincerlo a dare avvio al più presto alla procedura prevista dalla legge sul trapasso dei poteri. Umberto disse a De Gasperi che i risultati proclamati non erano ancora definitivi e che egli, prima di abbandonare la sua carica, avrebbe aspettato la proclamazione ufficiale della vittoria repubblicana da parte della Corte di Cassazione[13]. Il Presidente rispose allora che il Governo si sarebbe impegnato a garantire la legalità di tutte le operazioni elettorali conseguenti al voto referendario, ma che era opportuno per il bene del Paese provvedere al più presto al passaggio provvisorio dei poteri. A queste parole il Re replicò al suo interlocutore di essere disposto a nominare il Presidente del Consiglio suo luogotenente.

De Gasperi riferì al Governo la proposta del Re che fu immediatamente respinta, sia per non avallare un potere di delega da parte della Corona che prescindesse dal risultato referendario già proclamato, sia per il timore che tale soluzione avrebbe potuto poi complicare il passaggio dei poteri dal monarca al capo provvisorio dello Stato. De Gasperi ritornò al Quirinale per proporre al Re una formula di delega che facesse dipendere la legittimazione del potere non dalla volontà del Sovrano, ma dal voto popolare. Ma tale soluzione non fu accettata da Umberto II, che la riteneva non soltanto inopportuna ma anche illegittima. Il Consiglio dei ministri — avendo mal sopportato il diniego del Re e preoccupato del rischio che l’esito referendario potesse essere vanificato per l’inerzia del Governo — quella notte stessa emise una dichiarazione nella quale si diceva che, prendendo atto dei risultati del referendum che dava la maggioranza alla repubblica, si riservava di decidere nella seduta successiva sui provvedimenti concreti che ne sarebbero derivati, e dichiarò inoltre: «In conformità delle precedenti deliberazioni, la giornata dell’11 giugno è considerata festiva a tutti gli effetti». Con questa dichiarazione non soltanto era esplicitamente affermata la vittoria repubblicana, solennizzata come giorno festivo, ma implicitamente si dichiarava che ormai, come disponeva la legge sul referendum, il Presidente del Consiglio era divenuto capo provvisorio dello Stato.

Dopo tale dichiarazione i rapporti tra il Governo e il Re divennero più tesi e difficili. Nella mattina dell’11 il ministro della Giustizia, P. Togliatti, tenne una lunga e preoccupata relazione al Consiglio dei ministri sui lavori della Cassazione, informando il Governo sulle difficoltà che la Corte, divisa al suo interno sulla materia dei ricorsi, incontrava a gestire la situazione nonché a concludere in tempi rapidi l’esame di 21.000 ricorsi. La Cassazione suggeriva perciò che la questione venisse decisa con una soluzione concordata, di carattere cioè politico e non giuridico: si parlò allora di una delega che fosse legittimata sia dalla volontà del Sovrano sia dal voto popolare[14]. De Gasperi come ultima ratio portò tale proposta al Quirinale. Il Re però non sembrava molto convinto della soluzione proposta e promise che ci avrebbe pensato.

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Egli lasciò passare la giornata dell’11 giugno senza dare alcuna indicazione in proposito. Il giorno successivo fece consegnare a De Gasperi dal marchese Falcone Lucifero, ministro della Real Casa, una lettera nella quale riconfermava la decisione «di aspettare il responso della maggioranza del popolo italiano espresso dagli elettori votanti, quale risulterà dagli accertamenti e dal giudizio definitivo della Corte Suprema di Cassazione, chiamata per legge a consacrarlo». Il Governo, ormai disposto ad andare avanti a prescindere dalla decisione del Re, rispose alla lettera di questi con un’altra (divulgata il 13 mattina), nella quale si diceva, con tono duro e risoluto, che il «Consiglio dei ministri riafferma che la proclamazione dei risultati del referendum» da parte dell’Alta Corte ha portato automaticamente — come il decreto luogotenenziale del 23 aprile 1946 prevede — all’instaurazione di un regime transitorio «durante il quale l’esercizio delle funzioni del Capo dello Stato spetta ope legis al Presidente del Consiglio in carica», e che tale situazione voluta dal voto popolare non può essere modificata dalla lettera di Umberto II.

Intanto nel Paese tale situazione di incertezza istituzionale cominciava a pesare e a riscaldare gli animi degli scontenti. Manifestazioni in favore della monarchia furono organizzate in quei giorni in diverse città del Sud: a Napoli, per esempio, ci furono gravi incidenti nei quali rimasero uccise alcune persone. A Roma invece nel pomeriggio del 12 giugno un gruppo di monarchici che manifestava in piazza del Popolo fu aggredito da squadre di «facinorosi». In ogni caso la situazione era giudicata sia dal Governo sia da altri osservatori più imparziali, come la Santa Sede, pericolosa, oltre che imbarazzante, poiché già iniziavano a giungere al Governo le prime congratulazioni per il nuovo assetto istituzionale da parte di alcuni rappresentanti di Stati stranieri. Gli Alleati, dal canto loro, si limitarono a far sapere al Governo di ritenere il passaggio alla repubblica non ancora avvenuto e di considerare la situazione istituzionale ancora «interlocutoria». La Santa Sede invece attraverso il Nunzio fece presente al Presidente del Consiglio «la raccomandazione del Vaticano perché si mantenga in questo momento così importante nella stretta legalità»[15]. Un alto funzionario della Presidenza del Consiglio informò il Nunzio che era stata segnalata la presenza di partigiani comunisti nelle vicinanze di Milano, «agli ordini sembrerebbe degli ufficiali di Tito»[16] e che questo preoccupava molto il presidente De Gasperi.

La Santa Sede venne a conoscenza anche di alcune notizie allarmanti che circolavano in quei giorni, secondo le quali si stava preparando «un movimento armato monarchico da far scoppiare a Formia con l’aiuto degli Alleati e che la minaccia di Tito su Trieste era il contraccolpo preparato dalla Russia per favorire la repubblica italiana, e che inoltre l’addetto militare americano sarebbe andato ad avvertire il Re che gli Stati Uniti non potevano più appoggiare l’azione predetta»[17], così che questi decise di partire immediatamente per Lisbona. Il marchese Falcone Lucifero, al quale il Nunzio raccontò queste cose, quando ormai il Re era partito dall’Italia, disse «che questa era la prima parola che sentiva in materia e che non vi era una sillaba di vero»[18].

13 giugno 1946: la partenza del Re

Due rapporti del Nunzio in Italia del 13 giugno 1946 ci informano degli importanti avvenimenti che si svolsero in quei giorni: il primo riporta le comunicazioni fattegli dal Presidente del Consiglio sugli ultimi suoi contatti con il Re; il secondo invece tratta della partenza di Umberto per Lisbona, il pomeriggio di quello stesso giorno.

Il Nunzio, aderendo a una richiesta di De Gasperi, la mattina del 13 giugno si recò a Palazzo Chigi: «Appena entrato nel suo ufficio — scrive il Nunzio — egli mi ha detto che mi aveva fatto chiamare per informarmi come Nunzio e come Decano del Corpo Diplomatico. Quindi mi ha narrato minutamente in qual modo si sono svolti i fatti dalla proclamazione della Cassazione fino a oggi. Egli mi ha spiegato che anche prima della dichiarazione della Cassazione il Re ha cominciato a tergiversare. In un primo tempo volendo partire subito dopo il pronunciamento della Corte e non volendo viaggiare di notte, pregava che si rimandasse la proclamazione alla mattina seguente: cosa che non fu possibile perché la Corte doveva essere lasciata libera interamente. In un secondo tempo, aggiunse il Presidente, quando gli ho portato il testo ufficiale che proclama le cifre di maggioranza della repubblica, mi ha risposto che, non essendo definitivo il verdetto, egli non sarebbe partito se non a pratica conclusa. Cercammo in ogni modo io e il Re di trovare una formula d’intesa per definire chi avrebbe governato nel frattempo. Il Re intendeva nominarmi suo luogotenente; il mio parere invece (che è quello del Governo) era che, con la proclamazione della maggioranza conseguita dalla repubblica e proclamata dalla Cassazione, il Monarca era decaduto e i poteri venivano conferiti dal popolo alla persona designata dalla legge, cioè al Presidente del Consiglio in carica. Proponevo pertanto che, senza accennare alle due tesi in contrasto, si facesse un comunicato per dire che durante l’attesa il Presidente del Consiglio aveva i pieni poteri; contemporaneamente però il Re sarebbe dovuto partire […]. Il Presidente prosegue: “Non sto a descrivere la seduta tempestosa del Consiglio dei ministri, mi preme di far sapere che giunsi ad ottenere dal Consiglio stesso i pieni poteri per la soluzione pratica anzidetta. Questa però è andata fallita, perché dopo lunga attesa il Re mi ha scritto una lettera nella quale insiste sulla questione di principio e perciò non accetta la soluzione pratica sopra spiegata. Prevedendo la reazione che tale lettera avrebbe provocato, ho ottenuto dal Re la promessa che sarebbe almeno partito da Roma ieri sera”. Proprio nel momento che mi diceva queste parole è squillato il telefono e qualcuno — non so chi — ha avvisato il Presidente che il Re stava ancora al Quirinale e la bandiera sventolava sulla torre del Palazzo. Il Presidente è rimasto sconcertato ed ha aggiunto: “Verificheremo”. Ho interrogato l’on. De Gasperi sul senso della dichiarazione di questa mattina e cioè: “È proclamata o meno la Repubblica ?”. Mi ha risposto: “Il Governo ha evitato tale affermazione, però il nostro pensiero è che la Monarchia è decaduta a termine di legge, dal momento che la Cassazione ha proclamato la maggioranza, quindi abbiamo una Repubblica con regime transitorio per volontà sovrana del popolo, volontà che non può essere infirmata dalla lettera di Umberto […]. Terminate queste spiegazioni, ho fatto comprendere all’on. De Gasperi che, data la divisione così manifesta tra gli italiani, la Santa Sede si manteneva in un rigoroso riserbo e quindi provvedere a che la mia andata a Palazzo Chigi non venisse interpretata dalla stampa come una presa di posizione del Nunzio Apostolico a favore di una delle due parti. Mi ha risposto: “Se il conflitto permane si invocherà il Santo Padre a svolgere la missione pacificatrice, ma per ora è evidente la delicatezza della posizione della Santa Sede”»[19].

Quello stesso giorno, Falcone Lucifero si recò intorno alle 18,30 in nunziatura per informare il Nunzio di quanto era avvenuto in quelle ultime ore. Il re Umberto, infatti, prima di partire lo aveva pregato di portare al Papa e al Nunzio il suo saluto. «Le cose sono andate così — scrive il Nunzio — il Re ha pernottato a Castel Porziano; questa mattina F. Lucifero gli ha comunicato il proclama governativo; si è deciso di ritornare subito a Roma e qui dopo breve consultazione si è determinata la partenza per Lisbona in aereo. Il Ministro racconta come è andata la partenza e le raccomandazioni del Re di dire al Nunzio di ringraziare in suo nome il Santo Padre per la bontà usatagli nell’ultima udienza e per chiedergli la Benedizione per sé e per la sua famiglia. Inoltre il Re ha raccomandato a Lucifero di scusarlo presso il Nunzio e il Corpo Diplomatico se non ha avuto il tempo di congedarsi come avrebbe desiderato»[20].

Il Re, che avrebbe desiderato lasciare l’Italia stringendo la mano al nuovo Capo dello Stato, partiva invece come un fuggiasco, accompagnato all’aeroporto di Ciampino dal suo piccolo seguito e senza la presenza di nessun esponente del Governo. Prima di partire consegnò a uno dei suoi consiglieri un proclama perché fosse reso pubblico appena egli avesse lasciato l’Italia[21]. In esso l’ex sovrano, che partiva senza abdicare ufficialmente, accusava il Governo di aver compiuto un «gesto rivoluzionario» assumendo con atto unilaterale e arbitrario poteri che non gli spettavano, ed elevava la propria protesta contro la violenza subita «nel nome della Corona e di tutto il popolo, entro e fuori i confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge e in modo che venisse dissipato ogni dubbio e ogni sospetto». Il proclama reale fu pubblicato la sera stessa del 13 giugno. La mattina del 14 veniva emanata una dichiarazione della presidenza del Consiglio, nella quale si affermava che la partenza del re era stata tenuta nascosta al Governo; inoltre si ribattevano puntualmente le affermazioni fatte da Umberto nel suo comunicato e si continuava: «Nessun pretesto quindi né di accusare di spregio alle leggi e al potere indipendente della Magistratura, né di aver posto il sovrano nell’alternativa di provocare uno spargimento di sangue o di subire la violenza. Egli avrebbe potuto tranquillamente continuare le discussioni o le consultazioni, oppure mantenere semplicemente le sue riserve […]. Il Re poteva quindi attendere con serenità il giudizio sulle contestazioni e sui ricorsi da parte della Cassazione senza temere soprusi e senza essere costretto a partecipare ad illegalità». Un periodo — concludeva il comunicato della presidenza del Consiglio — «che non fu senza dignità si concludeva con una pagina indegna»[22].

Conclusione

Sono molti gli storici che, sulla scia delle parole di De Gasperi, ritengono che negli ultimi momenti la monarchia sabauda scrisse una pagina poco gloriosa della storia d’Italia. In realtà in quegli ultimi giorni si commisero imperdonabili leggerezze sia da una parte sia dall’altra: il Re da parte sua ebbe il torto di dare eccessivo ascolto a cattivi consiglieri. Dalle fonti che abbiamo esaminate sappiamo che egli in un primo tempo, appena conosciuto il risultato del referendum istituzionale non favorevole alla monarchia, decise di partire; poi, invece — mal consigliato, come si diceva — cambiò idea affermando di voler attendere la pronuncia definitiva, da parte della Cassazione, sulle contestazioni presentate dai monarchici e quindi la proclamazione dei vincitori. Egli non si rese conto che la sua presenza a Roma e per di più al Quirinale rendeva difficile il «ricambio istituzionale» previsto dalla legge e poteva dare adito a sommosse popolari o a tentativi di colpo di Stato. Da parte sua neppure il Governo brillò per coerenza: in un primo tempo esso chiese ripetutamente al Re di partire al più presto, mentre poi nella dichiarazione del 14 giugno, quando Umberto era già partito, dichiarò che egli avrebbe potuto anche rimanere e attendere con serenità il pronunciamento della Cassazione. Si disse, inoltre, che il Governo non sapeva nulla della partenza del Re, mentre esso era informato su quanto accadeva in quel momento. Incidenti comprensibili, anche se non inevitabili, in un momento così difficile e convulso per la storia nazionale. Ci sembra però ingiusto, come spesso viene fatto, incolpare soltanto Umberto (che peraltro difendeva il principio che il passaggio dei poteri sarebbe dovuto avvenire nella piena legalità e disapprovava soluzioni «golpiste» della questione, come pure gli era stato proposto) per responsabilità che invece andrebbero suddivise fra tutti.

Così terminava, con qualche ombra e poca gloria, il regno neppure secolare di casa Savoia sull’Italia unificata. Quando Vittorio Emanuele II si stabilì a Roma — dopo i fatti di Porta Pia del 1870 — il suo regno iniziò con la scomunica papale (comminata a tutti coloro che avevano spogliato il Papa dei suoi territori), un suo discendente se ne andava ora in esilio, chiedendo per sé e per la sua famiglia la benedizione del Papa. Pio XII, infatti, in quei giorni di sofferenza era stato molto vicino al giovane Re, che perdeva il trono e pagava l’onta dell’esilio a motivo di colpe che non aveva commesso. L’ultimo pensiero di Umberto II, prima di lasciare per sempre l’Italia, fu per il Papa. Questo spiega perché il figlio di re Umberto II, Vittorio Emanuele di Savoia, insieme alla sua famiglia, abbia voluto visitare Giovanni Paolo II, prima di rientrare in Italia come semplice cittadino. Dal punto di vista della storia (non della politica) ciò è apparso quasi un atto dovuto, in ogni caso un atto di cordialità da parte dei Savoia verso il Successore di Pio XII, che aveva preso a cuore la sorte del giovane re sconfitto che aveva regnato soltanto per un mese.

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[1] «Cronaca contemporanea», in Civ. Catt 1946 II 462.

[2] ARCHIVIO DELLA CIVILTÀ CATTOLICA (ACC), Fondo non ordinato. Il documento è datato 4 giugno 1946.

[3] Cfr F. MALNATI, La grande frode, Foggia, Bastogi, 1997; L. LAMI, Il re di maggio, Milano, Ares, 2002.

[4] ACC, Fondo non ordinato. Il documento è datato 5 giugno 1946.

[5] Italia Nuova, 7 giugno 1946.

[6] Ivi.

[7] ACC, Fondo non ordinato. Il documento è datato 6 giugno 1946.

[8] ID., Fondo non ordinato. Il documento è datato 4 giugno 1946.

[9] ID., Fondo non ordinato. Il documento è datato 8 giugno 1946.

[10] Ivi.

[11] Ivi.

[12] «Cronaca Contemporanea», in Civ. Catt. 1946 III 63.

[13] Cfr F. LUCIFERO, L’ultimo Re. I diari del ministro della Real Casa: 1944-1946, Milano, Mondadori, 2002, 550.

[14] Cfr A. C. RICCI, La Repubblica, Bologna, il Mulino, 2001, 190-192.

[15] ACC, Fondo non ordinato. Il documento è datato 11 giugno 1946.

[16] Ivi.

[17] ACC, Fondo non ordinato. Il documento è datato 18 giugno 1946. Si confronti tale narrazione dei fatti con quella contenuta nei diari del ministro della Real Casa: F. LUCIFERO, L’ultimo Re…, cit., 550-557.

[18] ACC, Fondo non ordinato. Il documento è datato 18 giugno 1946.

[19] ID., Fondo non ordinato. Il documento è datato 13 giugno 1946.

[20] Ivi.

[21] Tale proclama era stato redatto la mattina stessa del 13 giugno dai collaboratori del Re, in particolare dal giudice Colli e dal ministro della Real Casa: F. LUCIFERO, L’ultimo Re…, cit. 555.

[22] «Cronaca Contemporanea», in Civ. Catt. 1946 III 67.




Pagina di libera consultazione.


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Gli ultimi giorni del Regno dei Savoia

Giovanni Sale

Scrittore de La Civiltà Cattolica


17 Maggio 2003

Quaderno 3670

  • pag. 348
  • Anno 2003
  • Volume II

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