Don Zeno Saltini. Fonte: www.donzeno.com

DON ZENO E NOMADELFIA: LA GENIALITÀ DELL’AMORE

Quaderno 3751

pag. 45

Anno 2006

Volume IV

7 ottobre 2006

Sono passati 25 anni dalla morte di don Zeno Saltini (15 gennaio 1981), fondatore di Nomadelfia: era l’utopia concretissima del regno che Gesù stesso iniziò, affidandone la continuazione a quanti lo vogliono seguire (1). E poiché don Zeno, un rivoluzionario nella fede, voleva seguire Cristo da vicino, puntò su quell’utopia e, per questo, fu malvisto, considerato strano e temerario dai più, fino a dover chiedere la dolorosa rinuncia all’esercizio del ministero sacerdotale. Dura condizione, ma necessaria per far sopravvivere l’evangelico sogno di fraternità chiamato Nomadelfia.

Un nome che è un programma — nomos (legge) e adelphos (fratello) —, ossia una città dove si realizza il Vangelo sine glossa, alla lettera, come risulta dalla sua bibliografia (2). Marinetti, che gli fu collaboratore per tanti anni, gli fa dire: «Forse la mia è stata un’incursione, una fuga in avanti nell’utopia per dire al mondo che è possibile essere fratelli. La pasta umana è cruda ma il sogno non deve morire» (3). Nel lungo cammino della sua vita arrivò tardi al sacerdozio, ma da sempre avvertiva il richiamo degli ultimi, che poi andò precisandosi in quello dei bambini abbandonati. E per dar loro un’esistenza dignitosa, che necessariamente richiedeva l’amore di una famiglia, realizzò Nomadelfia, piccolo mondo di redenti, dove, accanto alle madri naturali, ci sono quelle per vocazione e, accanto ai fratelli di sangue, quelli nello spirito. E quando non agì con la prudenza del buonsenso, fondamentalmente è stato perché Cristo invitò a seguirlo ovunque e a caro prezzo. Così don Zeno, tra gli scontri e le incomprensioni, agì dimostrando a tutti che la fede può anche l’umanamente impossibile (4).

Un sacerdote del popolo

Don Zeno Saltini nacque a Fossoli di Carpi (Mo) il 30 agosto 1900. Nono di 12 figli, crebbe in una famiglia patriarcale dove prevaleva la sicurezza che ispirava una vita basata sui valori semplici e forti della civiltà contadina (5). Grande influenza sulla sua personalità ebbe il nonno, che, burbero e insieme benefico, godeva di rispetto e autorità non solo tra le mura domestiche, ma anche tra i suoi operai, ai quali voleva dare il giusto — ben prima che arrivassero le rivendicazioni sindacali — e a chi gli rimproverava tanta generosità diceva: «L’operaio mantiene il mondo». L’Italia viveva allora una grave crisi economica, e Zeno crebbe in un clima di scioperi e disordini, che lo misero di fronte alla povertà di quanti non riuscivano a sopravvivere, pur lavorando. Terminate le scuole tecniche a Carpi decise, con enorme dispiacere per la mamma, di non proseguire gli studi perché, affermava, «gli insegnanti dicono cose che non mi interessano. La gente del paese ne sa più di quelli là. E allora vado a lavorare con i nostri operai» (6).

Sulla formazione di don Zeno influì molto anche il parroco, don Sisto Campagnoli, arrivato in paese nel 1914. Sulle prime il giovane mostrò una certa diffidenza nei suoi confronti, ma fu presto conquistato da questo prete zelante, colto e povero, che riuniva i giovani in canonica a discutere di politica, problemi sociali e altro. Nel 1920 Zeno è a Firenze, per il servizio militare, e in camerata un anarchico lo provoca, sostenendo che il cristianesimo ostacola il progresso e che i cattolici non sono coerenti con le parole del Vangelo. Zeno controbatte, ma l’anarchico, molto più istruito, lo mette a tacere. Non è che non sapesse cosa dire, ma non trovava le parole per esprimersi. Di fronte alla derisione generale si ritirò nella camera di un amico sergente e lì decise: bisogna cambiare radicalmente l’impostazione di vita. A don Sisto scrisse di voler studiare legge e teologia, perché da quello scontro aveva capito che l’apostolato sociale era la via da privilegiare, ma che bisognava formarsi adeguatamente.

Così, congedatosi il 15 agosto 1920, torna a Fossoli, passa a casa per salutare i familiari, prende le sue poche cose e si trasferisce da don Sisto, per prepararsi alla maturità liceale. Superato l’esame, benché non pensasse al sacerdozio, rompe il legame sentimentale che aveva con una ragazza. «L’avrei sposata volentieri», confida a don Sisto, ma onestamente le scrive: «Prendo una strada e non so dove va a finire. Ho cambiato direzione alla mia vita, quindi meglio sentirci entrambi liberi». Si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Modena, benché il suo maggior interesse fosse per i Giovani dell’Azione Cattolica, dei quali fu presidente dal 1920 al 1927, e per quei lavoratori incontrati da sempre nei bar, che lo vollero come presidente della loro società sportiva (7). A un raduno diocesano incontrò una delle persone che più lo aiutarono nella sua vocazione sacerdotale e sociale: il nuovo vescovo di Carpi, mons. Giovanni Pranzini. I due erano fatti per intendersi, e nacque subito un ottimo rapporto, tanto che Zeno osava criticargli apertamente i preti, finché un giorno il vescovo gli rispose provocatoriamente: «Io ho questi preti e non altri. Non ti piacciono? Fatti sacerdote tu alla tua maniera» (8).

Questo pensiero iniziò a fermentargli dentro sempre più chiaramente, ma soltanto dopo la laurea, in otto giorni di ritiro spirituale presso i gesuiti di Trento, si decise per quella vocazione. Intanto fondava, con un canonico di Carpi, don Armando Benatti, l’Opera Realina, per il recupero dei giovani sbandati o bisognosi e per la loro istruzione professionale, che si trasformò presto in casa per alcuni ragazzi che erano stati arrestati e poi rilasciati grazie al suo intervento. Purtroppo, la subdola opposizione del fascismo locale, i debiti e gli scontri con don Benatti circa la nascente realtà, e la sua lontananza — risiedeva a Milano per frequentare Giurisprudenza alla Cattolica — provocarono la fine dell’iniziativa nel 1927 (9). Fondamentale in questo periodo rimane l’incontro con don Giovanni Calabria, che lo ospitò a Verona, presso la sua Casa dei Buoni Fanciulli, durante gli ultimi due anni di università — si laureò nel dicembre 1929 — e diventò per lui amico, confidente e guida spirituale. Grazie a quel sostegno, dopo poco più di un anno in seminario veniva ordinato sacerdote. Era il 4 gennaio 1931 e durante la sua prima messa don Zeno volle in prima fila, accanto alle autorità, Barile — uno dei ragazzi tirato fuori di prigione —, che diventò il suo primo «figlio».

Sulle vie della carità: nascono i Piccoli Apostoli

A Fossoli era parroco don Gino Lugli, che, notata la bravura di don Zeno nell’attirare i ragazzi all’oratorio e gli adulti in chiesa, gli propose di intraprendere una missione popolare. Accettò col solito entusiasmo, pensando che tra giochi e canti avrebbe inserito le sue riflessioni. Così inaugurò un efficace metodo catechetico e di incontri col popolo, scoprendo però lo stato di abbandono di molti di quei ragazzi, ai quali non mancava soltanto il pane, ma anche una famiglia. Da qui un’idea rivoluzionaria: non metterli in collegio, ma dare loro una famiglia con le «mamme di vocazione», ossia giovani donne pronte a far da madri ai figli altrui. Iniziò a girare nei paesi del modenese, con uno spettacolo di burattini per attirare i bambini e parlare con loro, fino a quando non giunse a San Giacomo Roncole, dove lo aveva mandato provvisoriamente il vescovo Pranzini in aiuto del vecchio parroco, don Archimede. Quel provvisoriamente durò 17 anni, «durante i quali — dirà in seguito — mi cresceva attorno Nomadelfia come un fatto di Dio» (10).

In realtà ci vollero sei mesi prima che la gioventù gli si avvicinasse. La notte di Natale 1931 erano rimasti tutti fuori della chiesa. C’era un gran freddo, e don Zeno, finita la messa, uscì offrendo loro un saggio della sua bravura a scivolare sul ghiaccio. Li conquistò con quel gioco e col lambrusco offerto poi in canonica. Aprì subito un cinematografo e, tra una proiezione e l’altra, parlava di questioni sociali, di morale familiare, di catechesi. Il 22 gennaio 1933 mons. Pranzini si recò a San Giacomo Roncole e inaugurò l’Opera Piccoli Apostoli: una famiglia di ragazzi abbandonati che, diventati «figli» di don Zeno, lo aiutavano nel portare il Vangelo al popolo, proprio come gli apostoli (11). Dopo aver allestito un grande teatro, iniziò la programmazione di film che portava anche nei paesi vicini. Ma restavano due problemi: i soldi necessari a sfamare quei ragazzi, che aumentavano ogni giorno, e le mamme che avrebbe voluto dar loro. Riuscì a tirare avanti con la beneficenza, con l’aiuto di don Calabria, col guadagno degli spettacoli cinematografici, e provò a colmare la necessità di amore materno invitando una Congregazione religiosa femminile. Purtroppo l’esperimento non durò, perché don Zeno voleva vere e proprie figure materne (12).

Intanto, con la grinta che gli era propria, nei discorsi in favore del popolo rimproverava anarchici e socialisti di prospettare traguardi illusori, ma era altrettanto critico verso il fascismo, al quale rimproverava di aver peggiorato le condizioni di lavoro, di non interessarsi della crescente povertà e dell’abbandono in cui versavano i figli, di essersi alleato col nazismo antisemita, di condurre il Paese verso una guerra rovinosa. Le autorità politiche locali, nell’agosto 1939, gli impedirono di parlare nei luoghi pubblici, ma lui continuò dal pulpito e nel 1940 pubblicò il suo primo libro, Tra le zolle, dove leggiamo: «Se scorgete le foglie degli alberi agitarsi tutte in una direzione, voi dite: è il vento. Ebbene io vedo un agitarsi di cose nel mondo delle sventure umane che mi dice: è giunta l’ora anche di quest’opera del Signore» (13). Parole che trovarono conferma il 21 luglio 1941, quando arrivò tra i Piccoli Apostoli la prima mamma, Irene: una diciottenne scappata di casa. Don Zeno non poteva lasciarsela portar via e così, grazie pure al maresciallo dei carabinieri, convinse il padre della ragazza a farla restare lì, con i suoi tanti figli. Poco prima di Natale pensò che fosse giunto il momento di dare un volto ufficiale all’Opera, facendo riconoscere dal nuovo vescovo di Carpi, mons. Vigilio Dalla Zuanna, Irene come «mamma di vocazione». La mandò dal vescovo con uno dei bambini e Irene tornò con tanto di benedizione e la promessa che a Natale le sarebbero stati consegnati i primi «figli». Quella notte nacque Nomadelfia (14).

Tralasciamo le successive rocambolesche vicende (15), limitandoci a dire che, rientrato a San Giacomo Roncole, trovò salvi quasi tutti i Piccoli Apostoli (16), ma dovette paradossalmente intervenire, lui antifascista, per salvare dalla rabbia popolare i vecchi fascisti. Risolta l’emergenza, si recò nei paesi — 130 conferenze in 90 giorni nelle piazze del modenese — a rieducare la gente all’impegno politico, ma senza le divisioni dei partiti e mostrando che l’«amore fraterno» era l’unico modo di riunire il popolo. Il vasto consenso che otteneva allarmò il vescovo Dalla Zuanna, che ordinò d’interrompere quel giro. Egli obbedì, accettando però la carica di vicesindaco nel comune di Mirandola, in modo da presiedere la commissione alloggi per la sistemazione dei senzatetto e, una volta risolto quel problema, si dimise.

Era appena rientrato a Carpi e già arringava il popolo dal balcone del municipio perché superasse le divisioni ideologiche e, per costruire uno Stato più giusto, proponeva ai capifamiglia di «fare il mucchio comune» per vivere una piena fraternità. Il rifiuto significò che era giunta l’ora di realizzare, lui e i Piccoli Apostoli, una fraternità sul modello dei primi cristiani a Gerusalemme. Una cittadina dentro la quale fosse possibile vivere insieme anche economicamente e far sì che il benessere e le sventure fossero condivise fra tutti. Il 22 maggio 1947 don Zeno, abbattute tre giorni prima le recinzioni dell’ex lager di Fossoli (17), scriveva: «Sorge tra le più singolari espressioni di vita intima dell’innocenza una cittadina sulle rovine insanguinate di un mondo che fu tanto crudele, nel campo di concentramento di Fossoli. Si chiamerà Nomadelfia che significa: la città della legge fraterna» (18).

Nomadelfia tra luci e ombre

Nomadelfia, quindi, voleva essere alla lettera quella città dove vivere oggi l’utopia concretissima del Regno iniziata da Gesù con i suoi e dilatatasi poi nelle comunità descritte in At 2,44-46 e 4,34-37. Una città dove — bandita la proprietà privata, il denaro, gli onori e le punizioni — trovano casa quanti sono disposti a condividere fraternamente tutto: dai figli al lavoro. E mentre scriveva a Scelba, De Gasperi e Andreotti per ottenere i finanziamenti necessari, don Zeno riuniva i nomadelfi in assemblea (4-14 febbraio 1948), per stilare i 64 articoli della costituzione di questa società nuova, fondata sul Vangelo sine glossa. In marzo accoglieva 120 «figli» provenienti dal brefotrofio di Roma, i cosiddetti «scartini» che nessuno voleva adottare, e otteneva l’udienza da Pio XII, il quale, dopo averlo abbracciato, gli disse: «Lo ricordi bene, in qualsiasi evenienza il Papa è con lei» (19).

A maggio incontrava un’altra persona fondamentale nel suo percorso, David Maria Turoldo, che durante una visita a Carpi, dopo aver letto sui muri «abbasso i preti, meno don Zeno» (20), aveva voluto incontrarlo. Ne rimase talmente affascinato che, rientrato a Milano, fondò — sostenuto dalla contessa Giovanna Albertoni Pirelli —, un comitato Pro Nomadelfia per raccogliere fondi e sostenere quella città che, intanto, vedeva aumentare continuamente i membri, ma anche i debiti. Tanto più che nel frattempo don Zeno fondava una seconda Nomadelfia nel grossetano, acquistando inizialmente la Tenuta Caprarecce e in seguito, grazie alla contessa Pirelli, anche la Tenuta Rosellana. Recatosi a Milano per incontrare gli ormai numerosi amici di Nomadelfia, organizzati da padre Turoldo, fu ricevuto dal card. Schuster, che affermò: «Che cos’è Nomadelfia? Il ritorno del cristiano allo spirito del Vangelo» (21). E gli affidò 36 bambini, insieme alle offerte raccolte.

Nel settimanale Oggi (2 novembre 1950) Domenico Porzio scriveva: «A don Zeno la città costa mezzo milione al giorno ed è pieno di debiti. Vivranno queste sue case? Se capiremo che i debiti di don Zeno sono debiti nostri quella gente vivrà; altrimenti moriranno, ma morir di fame è già nei loro programmi. Perciò se Nomadelfia muore i falliti siamo noi» (22). Parole che diventarono realtà, non solo per la cronica mancanza di soldi, ma anche per le ombre calate sul fondatore di Nomadelfia a causa del «Movimento della fraternità umana» (23) — da lui voluto per abolire ogni forma di sfruttamento dei lavoratori da parte del capitale privato o dello Stato — insieme al fatto che sette Servi di Maria, che non avevano ottenuto il permesso dai superiori, avevano lasciato il convento per unirsi a lui (24). A questo punto il Sant’Uffizio, che riceveva le denunce del loro superiore, oltre a quelle giunte dal clero regolare e secolare (25), ingiungeva loro di tornare in convento entro il 31 agosto 1951 e affidava al Nunzio in Italia, mons. Borgongini Duca, il compito di seguire le vicende di Nomadelfia, in qualità di ispettore. Don Zeno, che sentiva avvicinarsi l’ora della prova, ricevuto l’ordine di allontanarsi da Nomadelfia (5 febbraio 1952), scriveva ai suoi figli: «Mi mandò la Chiesa a voi e sono venuto; vi ho amati come veri figli e ora la Chiesa mi strappa a voi. Non vi sono più Padre, sono un sacerdote in cerca di una Diocesi e sono uno degli uomini più infelici che esistano sulla terra. Io devo seguire una legge che ho accettato liberamente il 4 gennaio 1931» (26).

I nomadelfi, riuniti in Assemblea, obbedirono con lo stesso dolore di don Zeno al decreto del Sant’Uffizio, ma risolsero di costituirsi in associazione civile, per salvare la città. Purtroppo, nell’impossibilità di fronteggiare i debiti, ormai giunti alle stelle, fu necessario optare per l’autoscioglimento e la messa a disposizione dei creditori di tutti i beni mobili e immobili. Intanto il ministro dell’Interno toglieva d’autorità i «figli» alle madri o alle famiglie adottive, ricoverandoli in collegi o istituti, mentre gli adulti venivano allontanati con fogli di via. Fu terribile per don Zeno non poter far niente per alleviare le sofferenze dei tanti «figli» che, impietosamente strappati dalle braccia delle madri, «sono come certi uccelli che in gabbia muoiono». E tuttavia la sua fede ammirevole traspare in quanto scrive al fratello don Vincenzo: «Io sono sempre solo. Una solitudine che è una perenne meditazione. […] Intanto Nomadelfia continua il suo vero cammino rivoluzionario in Cristo. Vince perdendo, trionfa nella sconfitta perché rimane tra gli oppressi» (27). Nell’ottobre 1952, con decreto prefettizio, Nomadelfia veniva sottoposta a liquidazione coatta amministrativa, mentre don Zeno e alcuni nomadelfi comparivano in tribunale a Bologna, per truffa e millantato credito.

Concluso il processo con l’assoluzione piena per tutti, egli scriveva ai suoi «figli»: «Sono sicuro che non è stato il Governo o la Santa Sede a disperderci, ma il Signore: per farci fare un passo avanti. Se faremo la volontà di Dio, ora ci unirà, ora ci disperderà, ma saremo sempre i suoi imitatori. Se il mutare delle situazioni muta l’anima nostra, vuol dire che non siamo l’uno per l’altro. Il rimanere dispersi o il rifare la città non dipende da noi, ma da Dio attraverso la sua Chiesa» (28). Poi dava alle stampe il libro Non siamo d’accordo: un grido di protesta, specie verso la Dc e il Governo, colpevoli di aver ignorato le sofferenze del popolo. E amaramente sottolineava l’eterna opposizione tra ricchi e poveri, oppressi e oppressori, e Nomadelfia ne diventava il simbolo. Non potendo rassegnarsi a tanta ingiusta sofferenza, nonostante un immenso dolore, chiese al Papa una laicizzazione provvisoria, ossia la rinuncia all’esercizio del sacerdozio, con questa motivazione: «Per dedicarmi alla Chiesa non devo venir meno alla giustizia dovuta a creature verso le quali sono impegnato, cosa che l’esercizio del sacerdozio mi vieta per causa di speciali leggi canoniche che non intendo inferire per mia iniziativa». E in una delle tante lettere scritte al card. Ottaviani, ribadiva: «Se non credessi nella Chiesa, avrei già risolto il problema. Me ne sarei andato senza voltarmi indietro e senza risentimenti. Invece la Chiesa mi scorre nel sangue e anche laicizzato sarei due volte sacerdote e difenderei ugualmente la Chiesa, fuori della quale è comunque la perdizione» (29).

Il 23 novembre 1953 gli veniva concessa la laicizzazione pro gratia, che gli permetteva — accettando la dismissione della talare — di tornare tra i suoi «figli» per condividerne amarezze, miseria, sforzi di ripresa e per assumere nuovamente quella funzione di padre che gli era stata negata. Con grande pazienza Nomadelfia raggiungeva di nuovo Grosseto (30), affrontando il collasso morale, sviluppatosi nella comunità, attraverso i «gruppi familiari»: ossia famiglie legate non dal vincolo di sangue, ma da quello della fede (31). Con enorme sforzo di tutti, Nomadelfia rinacque dalle sue ceneri e, quando fu raggiunta l’autosufficienza, Zeno chiese alla tanto amata Chiesa la possibilità di vestire nuovamente l’abito sacerdotale e con esso riprendere il «don», perso con sofferenza indicibile. Scrisse a Giovanni XXIII, il quale, fatto esaminare il caso dal Sant’Uffizio, il 6 gennaio 1962 lo riammetteva all’esercizio del ministero sacerdotale, permettendogli di celebrare la sua «seconda prima» messa davanti ai più stretti collaboratori (32).

Del resto, quell’indomabile combattente, affetto dall’utopia evangelica, non aveva mai smesso di credere nella Chiesa e per fede sentiva che quell’utopia avrebbe finalmente trovato il riconoscimento anche ecclesiale. Perciò scriveva: «Io ho vinto il mondo, ha detto Gesù. Se ha vinto è segno che ha combattuto. Ha lottato senza tregua. Un giorno mi diceva il mio vescovo mons. Pranzini: non turbarti. Chi combatte per Cristo vince sempre» (33). E così è stato. Nomadelfia, col suo messaggio rivoluzionario cristiano, non solo è sopravvissuta, ma è diventata parrocchia, ha viaggiato per l’Europa con tournées di canti e danze, ha aperto scuole interne con l’approvazione del Ministero e, il 12 agosto 1980, ha incontrato Giovanni Paolo II, offrendogli una gioiosa serata di danze a Castel Gandolfo, e ricevendo la sua incoraggiante benedizione. Pochi mesi dopo quell’abbraccio, il 15 gennaio 1981, don Zeno muore a Nomadelfia. Ma quell’utopia concretissima del Regno non è finita con lui, e continuerà finché i nomadelfi conserveranno quella profetica, rivoluzionaria genialità dell’amore che ispirò don Zeno (34).

(1) La parola «utopia», quando la si usa nell’orizzonte del Vangelo, non è chimera né velleità, ma progetto realizzabile — benché a caro prezzo e in tempi lunghi —, nella potenza dello Spirito. Cfr G. CAMPANINI, «Don Zeno e l’“utopia” di una società cristiana», in M. GUASCO – P. TRIONFINI (edd.), Don Zeno e Nomadelfia. Tra società civile e società religiosa, Brescia, Morcelliana, 2001. Tra la vasta bibliografia riguardante don Zeno spicca R. RINALDI, Storia di don Zeno e Nomadelfia (1900-1962), 2 voll., Grosseto, Ed. Nomadelfia, 2003, che attinge dall’Archivio di Nomadelfia, mentre per un rapido profilo cfr G. RAFFO, «Nomadelfia: una proposta», in Civ. Catt. 1999 III 393-402.

(2) A eccezione dell’antologia Lettere da una vita, 2 voll., Bologna, Edb, 1998, le altre opere di don Zeno sono state pubblicate dalle Edizioni Nomadelfia. Tra queste segnaliamo Nomadelfia è una proposta, 1965 e, tra quelle riedite nel 2001, Tra le zolle (1940); Non siamo d’accordo (1953), in cui denuncia i torti subiti da Nomadelfia; L’uomo è diverso (1955), riflessioni sulle beatitudini evangeliche; Dirottiamo la storia del rapporto umano (1972), visione di una nuova civiltà; Dimidia hora, postumo, è una scelta di meditazioni.

(3) F. MARINETTI, Don Zeno, obbedientissimo ribelle, Molfetta (Ba), La Meridiana, 2006, 15. Opera seducente ma che, per il genere letterario dell’autobiografia e lo stile personalissimo dell’Autore — cfr il precedente L’eresia dell’amore. Conversazioni con don Zeno Saltini, Roma, Borla, 1999 —, ha suscitato qualche riserva. Notiamo tuttavia che, nell’introduzione, Marinetti chiarisce quanto nel libro è autenticamente di don Zeno — parole virgolettate —, mentre per il resto si assume tutte le responsabilità.

(4) D’altronde mons. Alessandro M. Gottardi, arcivescovo di Trento, presentandolo al suo clero (maggio 1969), lo definì: «Sacerdote che ha il carisma dell’equilibrio della contestazione al mondo e alla Chiesa» (registrazione conservata nell’Archivio di Nomadelfia).

(5) Non a caso tra quei 12 fratelli ben tre, oltre a don Zeno, si consacrarono a Dio: don Vincenzo, fondatore degli Oblati di Gesù Sommo ed Eterno Sacerdote; suor Scolastica, clarissa, e Marianna (Mamma Nina), che ha fondato la Casa della Divina Provvidenza a Carpi e per la quale è in corso il processo di beatificazione. Cfr E. GUERRIERO (ed.), Testimoni della Chiesa italiana, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2006, 290-304.

(6) M. SGARBOSSA, Don Zeno… e poi vinse il sogno, Roma, Città Nuova, 1999, 19; R. RINALDI, Storia di don Zeno…, vol. I, cit., cap. 1 s.

(7) Su tutto questo periodo cfr R. RINALDI, Storia di don Zeno…, vol. I, cit., cap. 3 s. Nel 1924, fonda l’Aspirante che, in seguito, diventerà l’organo nazionale dei ragazzi di Azione Cattolica.

(8) M. SGARBOSSA, Don Zeno…, cit., 38. Prima di diventare sacerdote, Zeno attraversò varie crisi spirituali, dovute al timore di non riuscire a contenere il suo carattere bizzarro e libero all’interno delle regole ecclesiastiche.

(9) Onestamente riconosceva: «Sono stato troppo irrequieto, mi manca quella semplicità che deve essere delle anime del Signore, il quale è semplice, tranquillo, pacifico, sereno e sicuro delle sue opere» (ivi, 54).

(10) Ivi, 71; R. RINALDI, Storia di don Zeno…, vol. I, cit., cap. 7.

(11) Erano sistemati nel «casinone», un edificio enorme, di fronte alla canonica, che don Zeno acquistò grazie alla sua abilità nel contrattare e alla buona volontà del proprietario.

(12) Cfr F. MARINETTI, Don Zeno, obbedientissimo ribelle…, cit., 42. Diceva: «Il clero non capisce l’indole dei tempi. Perché non lo ama e non ne vuole sapere di scendere tra il popolo; di spirito è un signorotto, un gerarca, non un padre. Anche le suore hanno questa mentalità, che più si avvicinano a me più si sentono lontane. È la troppa preghiera che le ha rovinate».

(13) DON ZENO, Tra le zolle, cit., 105.

(14) Altre ragazze seguirono l’esempio di Irene, e il 20 maggio 1942 don Zeno creava anche l’Unione dei Padri di Famiglia, nel tentativo di far fraternizzare le famiglie «normali» con quelle adottive. Poiché quella proposta non fu accettata, don Zeno intuì che l’avrebbe realizzarla soltanto più tardi, con le famiglie dei suoi «figli». Cfr F. MARINETTI, Don Zeno, obbedientissimo ribelle…, cit., 120.

(15) Arresto di don Zeno, armistizio (8 settembre 1943), partenza con un gruppo dei suoi, in camion, per varcare il fronte e mettersi a disposizione dell’autorità legittima. Raggiunta fortunosamente Napoli, restò colpito dal tragico spettacolo dei bambini abbandonati tra le macerie e avrebbe voluto impiantarsi anche là: ma nessuno gli diede ascolto. Perciò risalì la penisola al seguito dei «liberatori». Su tutte queste vicende cfr R. RINALDI, Storia di don Zeno…, vol. I, cit., capp. 16-20.

(16) Sette ragazzi furono uccisi dai nazifascisti, e tre loro sacerdoti arrestati per essersi prodigati a favore degli ebrei. A uno di questi, don Arrigo Beccari, è dedicato un albero nel Viale dei Giusti, allo Yad Vashem di Gerusalemme.

(17) Ottenuto un parere positivo alla sua richiesta dal direttore del campo, don Zeno ebbe il definitivo consenso per l’occupazione dal Ministero dell’Interno, benché il ministro Scelba vedesse male quel fatto, che poteva giustificare, se non incentivare, le occupazioni di terre che la sinistra andava facendo in varie parti d’Italia.

(18) M. SGARBOSSA, Don Zeno…, cit., 169; R. RINALDI, Storia di don Zeno…, vol. II, cit., capp. 23 s.

(19) M. SGARBOSSA, Don Zeno…, cit.,178; R. RINALDI, Storia di don Zeno…, vol. II, cit., 46-58, dove — oltre ai vari preparativi dell’udienza — cominciano a trapelare le perplessità ecclesiastiche.

(20) Parole scritte dai comunisti di Carpi, perché apprezzavano il suo modo di essere prete del popolo e con i lavoratori. Quella scritta permise l’incontro tra questi due grandi uomini di fede, la cui amicizia durò nel tempo come testimoniano le tante lettere: cfr R. RINALDI, Don Zeno, Turoldo, Nomadelfia. Era semplicemente il Vangelo, Bologna, Edb, 1997.

(21) F. MARINETTI, Don Zeno, obbedientissimo ribelle…, cit., 132; R. RINALDI, Storia di don Zeno…, vol. II, cit., 83-88, dove troviamo anche i molti echi favorevoli della stampa e l’amichevole incontro con p. Gemelli, al Congresso nazionale di pedagogia alla Cattolica. Significativo è anche l’inedito carteggio tra la contessa Pirelli e don Primo Mazzolari per aiutare Nomadelfia in quel periodo. Cfr G. VECCHIO (ed.), Mazzolari, la Chiesa del Novecento e l’universo femminile, Brescia, Morcelliana, 2006, 197-200.

(22) M. SGARBOSSA, Don Zeno…, cit., 183. I nomadelfi nel 1949 avevano emesso 13 assegni a vuoto, e il loro debito, nel marzo 1950, era di 64 milioni. Moltiplicandosi le denunce di mancato pagamento, il pretore di Carpi diede il via ai sequestri. Su tutte queste vicende cfr R. RINALDI, Storia di don Zeno…, vol. II, cit., cap. 34 s.

(23) Il Congresso tenuto a Modena (15 ottobre 1950), con 1.700 delegati, provocò una dura reazione delle autorità politiche, specialmente della Dc che, attaccata violentemente da don Zeno, temeva la nascita di un nuovo movimento politico ad essa contrario. Cfr F. MARINETTI, Don Zeno, obbedientissimo ribelle…, cit., 168 s; R. RINALDI, Storia di don Zeno…, vol. II, cit., 151-158.

(24) Sulla posizione di questi sette e sui motivi che li avevano spinti a prendere tale decisione cfr R. RINALDI, Don Zeno, Turoldo, Nomadelfia…, cit., 203-220.

(25) Don Zeno aggravò la situazione indirizzando una lettera al Definitorio dei Servi di Maria del Veneto, che venne diffusa, in cui leggiamo: «Per parte mia siete in peccato di grave omissione. Non sentire il pianto di Dio nelle sue creature è pugnalarlo alla schiena. […] Non avete il santo coraggio dei fondatori di abbracciare Cristo nel popolo. Su chi può confidare questa Chiesa se anche voi fratres credete alla lettera anziché alla vita?» (F. MARINETTI, Don Zeno, obbedientissimo ribelle…, cit., 137).

(26) M. SGARBOSSA, Don Zeno…, cit., 208, che prosegue con questo brano a don Calabria: «Ho così chiuso il ventennio di sacerdozio con questa sconfitta. Deus et omnia. Il Signore sa quello che fa».

(27) F. MARINETTI, Don Zeno, obbedientissimo ribelle…, cit., 218 s. Va notato che an che la stampa, risentendo delle contrapposizioni partitiche del momento, si rese funzionale ad esse. Soltanto nel 1962, alla ripresa dell’esercizio sacerdotale, tornò a esaltare unanime don Zeno, ammirando la sua eroica obbedienza alla Chiesa.

(28) Ivi, 237.

(29) M. SGARBOSSA, Don Zeno…, cit., 235-239. Su tutto questo periodo cfr R. RINALDI, Storia di don Zeno…, cit., vol. II, capp. 32 s, 36 e 38; a p. 356 s parla della «malcelata simpatia» del card. Ottaviani per don Zeno, mentre fitta è pure la corrispondenza di don Zeno con mons. Montini, futuro Paolo VI.

(30) In questo periodo il gesuita Emanuele Porta, già provinciale, in quel periodo residente a Grosseto, con discrezione fu vicino a don Zeno «laicizzato».

(31) La vita giornaliera è condivisa in locali comuni, mentre per la zona notte ci sono piccole casette tutt’attorno, per ogni famiglia.

(32) In una lettera del 27 maggio 2003 mons. Loris Francesco Capovilla scriveva: «Quella “riammissione” avvenne con l’aiuto determinante di mons. Alfredo Cavagna, confessore del Papa».

(33) M. SGARBOSSA, Don Zeno…, cit., 259; per i tanti risvolti di questo periodo, R. RINALDI, Storia di don Zeno…, vol. II, cit., cap. 41 s.

(34) È quanto hanno sottolineato, in vari modi e con accenti diversi, nel 25° della sua morte, il card. Crescenzio Sepe, allora rappresentante della Santa Sede presso Nomadelfia; e l’11 giugno il card. José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi; mentre il 21 maggio 2006 sono convenuti a Nomadelfia numerosi «figli» di don Zeno, sparsi per il mondo, e col vescovo di Grosseto, mons. Franco Agostinelli, hanno fatto un bilancio del passato e abbozzato gli orientamenti per il futuro.

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NOMADELFIA: «MAMME DI VOCAZIONE» E FAMIGLIE APERTE

Don Zeno Saltini (1900-81) ha realizzato con Nomadelfia l’utopia della fraternità e dell’accoglienza cristiana. Ordinato sacerdote a 31 anni, crea l’opera Piccoli Apostoli, per raccogliere fanciulli abbandonati e dare loro una famiglia con le «mamme di vocazione». Dopo la guerra...