È vero che gli antichi filosofi avevano già elaborato varie teorie sulla natura dell’umorismo, ma nelle scienze naturali quest’ultimo è rimasto a lungo una cenerentola. Anche se al giorno d’oggi si vanno moltiplicando sensibilmente gli studi su analoghe qualità umane elementari, come, ad esempio, l’inclinazione alla paura, bisogna riconoscere che la ricerca sull’attitudine al ridere — che esiste veramente — sta ricuperando passo per passo. Questa scienza si chiama gelotologia, dal greco gelos («riso»), e si presenta come una faccenda molto seria.
Gli etologi solleticano scimmie e topi da laboratorio, gli psicologi studiano in quali situazioni volgiamo verso l’alto gli angoli della bocca. I neurologi raccontano barzellette per vedere riflesse su uno schermo le reazioni che si producono nelle varie aree del cervello nel momento culminante. I risultati indicano che l’umorismo è una questione che va presa sul serio, richiede particolari qualità interiori e ha una funzione rilevante nella vita sociale. Molti gelotologi (o scienziati del riso) ritengono addirittura che il ridere sia la forma più antica di comunicazione, un sorta di esperanto non verbale, una lingua universalmente comprensibile che collega tra loro tutti gli esseri umani.
Probabilmente i nostri antenati ridevano già da lungo tempo, prima che cominciassero a parlare. Infatti mentre i centri verbomotori sono collocati nella corteccia cerebrale, che è più giovane dal punto di vista evolutivo, il riso proviene da una zona più antica del cervello, che regola anche le emozioni più primitive, come la paura e la gioia. Perciò esso sfugge anche al controllo cosciente. In realtà non si può ridere su comando, e un autentico scoppio d’ilarità non si può trattenere con la forza di volontà.
Come nasce l’umorismo?
«Due psicanalisti si incontrano per la strada: “Buon giorno, collega!” – “Buon giorno, collega!”. Ma ambedue continuano a riflettere più a fondo: “Che cosa avrà voluto dire con questo?!”». Se non conoscete già questa barzelletta, può darsi che improvvisamente esca dalla vostra bocca una serie di suoni vocalici, ognuno dei quali dura un sedicesimo di secondo e ritorna dopo un quinto di secondo. Il diaframma sussulta, il cuore batte più forte, la pressione sale e le pupille si dilatano. Mentre emettete spontaneamente questi suoni da fanfara, l’aria fuoriesce dai vostri polmoni a più di cento chilometri all’ora, prima che circa due secondi dopo dobbiate inspirare di nuovo per il successivo «ah, ah, ah». Se qualcuno vi ascolta, molto probabilmente si incuriosirà e vorrà sapere che cosa state provando. Voi
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