Chenobyl

«CHERNOBYL», OVVERO IL PREZZO DELLE MENZOGNE

Quaderno 4063

pag. 55 - 68

Anno 2019

Volume IV

5 Ottobre 2019
Voiced by Amazon Polly

Chernobyl è una miniserie televisiva coprodotta da HBO e Sky sul gravissimo incidente nucleare accaduto nella centrale elettrica nucleare V. I. Lenin, ubicata a 18 chilometri a nord-est della città omonima e a 16 chilometri dalla frontiera tra Ucraina e Bielorussia. Il disastro, tra i peggiori mai provocati dall’uomo nella sua storia e classificato con il livello massimo (7 su 7) della International Nuclear­ Events Scale (Ines), ebbe luogo alle 01.23:40 del 26 aprile 1986. Diciotto secondi prima, il sistema di controllo computerizzato Skala aveva registrato l’avvio di uno Scram (arresto di emergenza) del reattore, che avrebbe involontariamente scatenato l’esplosione. Lo Scram iniziava premendo il bottone AZ-5, destinato a spegnere il reattore. E invece lo fece esplodere.

La miniserie è stata scritta e prodotta da Craig Mazin e diretta da Johan Renck (Breaking Bad). Gli attori di Chernobyl, che si sono guadagnati candidature agli Emmy Awards 2019, sono: Jared Harris (The Crown, Mad Men), Stellan Skarsgård (Melancholia, Good Will Hunting) ed Emily Watson (Hilary e Jackie, Le onde del destino), già pluricandidata all’Oscar. Il primo episodio è andato in onda il 6 maggio, seguito dai successivi quattro. Vi si narrano i drammatici sacrifici compiuti da più di 600.000 persone per salvare l’Europa da un disastro inimmaginabile.

Forte dell’opinione di 150.000 spettatori, Chernobyl è stata considerata la migliore miniserie del 2019[1]. Sul sito Movie Database (IMDb) ha ottenuto il miglior punteggio di tutti i tempi. A tutt’oggi detiene 9,7 punti, contro, per esempio, i 9,4 di Il Trono di spade.

Come ha raggiunto tanto consenso popolare? Al riguardo, Gonzalo Cordero, su Esquire, esprime un’opinione interessante: «Ti basta vederne qualche minuto per capirlo: con la sua miscela di immagini vintage e i suoi accorgimenti da cinema horror, il tutto impacchettato nella trama di un involucro sovietico fatto di politica e cospirazioni, Chernobyl ti fa entrare in prima persona nel cuore del disastro nucleare (la paura e lo sconforto che ti mette in corpo sono al livello dell’apocalisse zombie) e poi ti cattura per la veracità documentaria con cui ricuce la gestione del disastro avvenuto il 26 aprile 1986. E finisce di conquistarti risvegliandoti un interesse incondizionato per l’energia nucleare, il suo funzionamento e i suoi pericoli. Il tutto circondato da una rete di menzogne tessuta alla perfezione, che trova echi nell’era attuale delle fake news. E con lo sfondo disumanizzato e di decomposizione che caratterizza a livello geopolitico quella tappa storica in cui l’eroismo e l’impegno per la verità, per la patria e per l’umanità assumono una nuova dimensione»[2].

È vero: «Chernobyl fa entrare in prima persona nel cuore del disastro nucleare». Ci riesce, nonostante alcuni elementi criticabili piuttosto evidenti. I media russi, per esempio, fanno notare che alcuni funzionari e il sistema russo di governo dell’epoca sono stati caricaturati con una forte connotazione ideologica. E si sta girando una sorta di «contro-serie» con la loro versione dei fatti[3].

Dati controversi

Le informazioni su ciò che realmente accadde nell’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl furono oggetto di manipolazione fin dall’inizio. E sebbene la divergenza di opinioni di fronte ai fatti e ai modi di valutarli e di interpretarli sia una realtà a cui, nel bene e nel male, ci stiamo abituando in quest’epoca di post-verità, nel caso del disastro di Chernobyl la manipolazione acquista un carattere particolare su cui concentreremo le nostre riflessioni.

Prendiamo, per esempio, i dati sulle vittime. I due addetti che morirono dopo l’esplosione del reattore, a cui si aggiunsero altre 29 persone – soprattutto vigili del fuoco, morti poco dopo a causa della sindrome da irradiazione acuta –, sono un elemento indiscutibile. D’altra parte, alcune fonti ampliano il numero delle vittime da irradiazione acuta, portandolo a 54.

Poi vengono le numerose vittime «a lungo termine», coloro che hanno subìto e continuano a subire diversi tipi di malattie prodotte dalle radiazioni. Qui il dissenso si allarga. I metodi utilizzati per quantificare le vittime si basano su «modelli numerici», e le loro proie­zioni divergono. Nel 2005 l’Organizzazione mondiale della sanità, insieme ai governi di Ucraina, Bielorussia e Russia, ha innalzato il numero probabile di morti legate agli effetti delle radiazioni a medio e a lungo termine a 4.000 persone. In seguito sono state incluse le vittime che prevedibilmente provocherà l’esposizione a livelli di radiazione più bassi, e così la cifra aumenta ulteriormente a 9.000 persone. Altri «modelli numerici» predicono che i morti per cancro raggiungeranno i 16.000 e più[4].

Le cifre divergono, ma è comprensibile, perché sono le caratteristiche stesse della radioattività – che si espande e dura nel tempo – a far sì che il danno potenziale per la vita sia difficilmente quantificabile e richieda un costante perfezionamento delle apparecchiature e dei criteri con cui se ne misurano gli effetti. Siamo di fronte a una realtà che incide sulla nostra stessa capacità di misurare ciò che ci è sfuggito di mano. Quando si arriva a questi livelli, non basta migliorare i «modelli» scientifici con cui si interpretano i dati, ma è richiesta una riflessione più radicale, filosofica, non soltanto sulla «forma quantificabile» di un fenomeno, ma sulla sua stessa esistenza, sul suo dinamismo che, in questo caso, si rivela «anti-vita».

Dialoghi e dinamismi reali

Sono i dialoghi e i volti di Chernobyl a proiettarci in prima persona nel cuore del dramma, non gli effetti speciali a cui ci hanno abituati altre serie. Il dinamismo che muove i dialoghi irradia dal reattore nucleare: è una realtà creata dalla mano dell’uomo, che è andata fuori controllo, a muovere il dialogo tra la politica e la scienza. E le obbliga a fare fronte comune.

Un esempio significativo di questo dialogo tra politica e scienza è, a nostro parere, quello che si svolge tra il presidente Michail Gorbaciov, lo scienziato Valerij Legasov[5] (interpretato da Jared Harris), e Boris Shcherbina[6], il vicepresidente del Consiglio dei ministri di Gorbaciov (interpretato da Stellan Skarsgård). Nel momento in cui il Presidente dell’Urss dà per conclusa la riunione, essendo stato informato che il pericolo della centrale nucleare è sotto controllo, Legasov leva la sua voce dicendo: «No!».

Shcherbina lo frena e cerca di zittirlo, nonostante fosse stato lui a richiedere la presenza dello scienziato nella riunione di gabinetto. Ma Gorbaciov mette a tacere lui, dicendo che vuole ascoltare lo scienziato.

Legasov: «C’è grafite sul terreno».

Shcherbina, interrompendolo: «È pur sempre esploso un serbatoio, ci sono dei detriti, che importanza può mai avere?».

Legasov, senza lasciarsi intimidire: «C’è soltanto un posto nell’intero impianto in cui può trovare la grafite. All’interno del nocciolo. Se c’è grafite sul terreno, all’esterno, vuol dire che non è stato un serbatoio a esplodere, ma che il nocciolo è scoperto. […] Un reattore Rbmk usa l’uranio-235 come combustibile. Ogni atomo di U-235 è come un proiettile, che viaggia quasi alla velocità della luce, penetrando ogni cosa che incontra: legno, metallo, cemento, organi. Ogni grammo di U-235 contiene un miliardo di trilioni di questi proiettili, questo in un solo grammo. A Chernobyl ci sono oltre tre milioni di grammi, e ora stanno bruciando. Il vento trasporterà particelle radioattive attraverso l’intero continente. La pioggia ce le rovescerà addosso. Sono tre milioni di miliardi di trilioni di proiettili nell’aria che respiriamo, nell’acqua che beviamo, nel cibo che mangiamo. La maggior parte di questi proiettili non scomparirà per almeno 100 anni. Alcuni di essi per 50.000 anni».

Gorbaciov: «E questa sua apprensione si basa interamente sulla descrizione di un detrito?».

Legasov: «Sì».

A questo punto, Gorbaciov decide di mandare Shcherbina affinché veda con i propri occhi l’accaduto e lo informi. Lo scienziato dovrà accompagnarlo. A questa affermazione il vicepresidente del Consiglio reagisce con una smorfia contrariata, e Gorbaciov gli domanda: «Sai come funziona un reattore nuclea­re?». Shcherbina risponde di no, e il Presidente aggiunge: «[Se non hai con te lo scienziato,] allora come farai a sapere che cosa stai guardando?».

Il dialogo è interessante, perché in esso viene sviluppato il nucleo del film: è un dialogo tra la politica e la scienza, che devono confrontarsi sul terreno della realtà, e non solo su quello delle idee. Gli scienziati sono abituati a confrontarsi con la realtà naturale nei loro laboratori, in un contesto in cui possono farne esperimenti, creando le condizioni adeguate. I politici sono avvezzi a dirigere la realtà sociale, indirizzandola secondo idee e interessi generali. Chernobyl pone come oggetto di discussione una realtà che resiste a qualsiasi tipo di esperimento e manipolazione. E non soltanto oppone resistenza, ma minaccia la vita e le strutture sociali a un grado estremo di pericolosità. Per «vedere» questa realtà dovranno recarsi sul posto di persona. E troveranno qualcosa che cambierà la loro vita e il loro modo di ragionare e di lavorare.

Il soldato, la nonna e la vacca

Noi esseri umani non possediamo sensi in grado di «percepire» le radiazioni ionizzanti[7]. Ne avvertiamo gli effetti, a breve e a lungo termine, dal momento che producono cambiamenti chimici nelle nostre cellule e danneggiano il Dna. Esistono, invece, vari tipi di strumenti che possono captare e misurare la quantità di radiazioni assorbite dalla materia.

Nella serie vengono usati i contatori Geiger, oggi obsoleti, che emettono quel suono spaventoso caratteristico della musica di fondo di Chernobyl e che, insieme con l’altro suono protratto che imita quello prodotto da un reattore, danno la sensazione quasi fisica della presenza di radioattività. Questi contatori stimano le radiazioni in Röntgen (R), un’unità di misura che stabilisce «la dose di radiazioni nell’ambiente a cui si è esposti» nella misura in cui ci si accosta e si rimane in contatto con il materiale radioattivo. Attualmente come riferimento si usa il Sievert (Sv), che misura la dose di radiazione assorbita dalla materia vivente, corretta dai possibili effetti biologici prodotti[8]. Ma quel che qui ci preme è assodare che ci sono «realtà» per le quali non abbiamo un «senso». E siccome i concetti con cui pensiamo provengono dai sensi, non le possiamo pensare adeguatamente senza un aiuto.

Il film drammatizza questo problema in maniera commovente nella scena in cui uno degli incaricati di rintracciare ed eliminare gli animali contaminati della regione (cani, gatti, greggi…) affinché non si riproducano, entra in una fattoria e trova una donna anziana che sta mungendo la sua unica vacca. Il soldato dice alla donna che deve andarsene da lì. Qui va precisato che il cesio-137, altamente radioattivo, si deposita in maniera particolarmente abbondante nel foraggio che mangiano le vacche e ne contamina il latte. L’anziana risponde che non vuole essere evacuata. La sua argomentazione è che ha già attraversato varie guerre e ogni sorta di situazioni pericolose e «ha visto di tutto». Pertanto, certo non se ne andrà adesso «per qualcosa che non vede», la radioattività di cui le parlano, e che non ha effetti immediati. Il soldato, per tutta risposta, le ammazza la vacca.

La necessità di un nuovo paradigma

Davanti alla realtà «naturale» noi pensiamo a partire da ciò che vediamo. Ed è per questo che, seguendo il modello naturale, tendiamo a fare lo stesso riguardo alla realtà creata dall’uomo. Quando un reattore nucleare produce energia elettrica, è un fatto meraviglioso… finché funziona bene, come dice Legasov a un certo punto della sua testimonianza da esperto nel processo ai colpevoli. Ma quando questa realtà da noi creata ci sfugge di mano, quando esce dal laboratorio, dobbiamo pensarla in una maniera più complessa.

Ciò significa che il pensiero deve prendere le mosse dal ragionamento sui dati che soltanto gli apparecchi di misurazione ci forniscono, e da effetti biologici che si percepiscono solo a lunga scadenza, e pertanto hanno bisogno anch’essi di una traduzione sensibile mediata da modelli matematici. In questo modo possiamo stabilire un concetto particolare che sintetizza la prospettiva scientifica e quella esistenziale (il grado di mortalità), scavalcando quella sensibile e quella formale: 12.000 R/h ti uccidono in tre minuti.

È un dato difficile da assimilare. Chi manipola i fatti per interessi economici o politici cerca di sviare l’attenzione, per esempio mostrando che ora come ora il Pianeta non è «così minacciato», o di dirigerla verso i dati formali, discutendo di cifre e proponendo altre alternative. Ma il modo corretto di pensare queste realtà è quello di collegare numeri e cancro, numeri e morte. Morte di gente vicina e morte mia, non morti in generale, semmai esistesse un concetto del genere, se fosse possibile «quantificare» le morti personali. Il nuovo paradigma è scientifico-esistenziale. Questo modo di pensare individuale ci viene spontaneo quando leggiamo i dati di un’analisi medica e connettiamo i numeri e le sigle, ad esempio, con il cancro. Chernobyl ci insegna a leggere in questa chiave la salute del Pianeta.

La radiazione assorbita come metafora della menzogna

Un altro aspetto, oltre l’«impercettibilità sensibile» della radioattività, è il fatto che essa colpisce anzitutto le parti «più tenere», che ne assorbono di più. La serie ce lo racconta, incarnandolo nella storia di due personaggi: il pompiere Vasili Ignatenko e sua moglie Lyudmila. Lui era tra i «liquidatori», fra i primi accorsi per spegnere l’incendio. Morì poco dopo, fra gli atroci dolori causati dalle radiazioni che gli distrussero letteralmente tutti gli organi. Sua moglie, che era andata a prendersene cura, nonostante fosse incinta, «perché non muoia solo» (come dice nella serie alla dottoressa che cerca di impedirglielo), si salvò, perché il bambino che portava in grembo assorbì tutte le radiazioni[9].

Ciò induce la scienziata Ulana Khomyuk (interpretata da Emily Watson) – personaggio inventato per rappresentare la grande quantità di scienziati che operarono per scoprire la verità – ad affermare in un momento chiave del film: «Viviamo in un Paese dove i figli devono morire per salvare le madri. All’inferno il suo accordo e all’inferno la nostra vita! Qualcuno deve dire la verità, perché non succeda di nuovo».

Questa proprietà della radioattività di lasciare intatte le strutture non biologiche e di distruggere quelle biologiche dall’interno, a partire dalle parti più permeabili e fragili, fa sì che negli scienziati si risvegli l’imperiosa urgenza di dire la verità. Una verità «non verificabile» immediatamente e che potrebbe diluirsi in cause che restano in qualche modo anonime e misteriose. Legasov esprime questo concetto nella frase con cui chiude la registrazione della sua testimonianza, prima di suicidarsi: «Se una volta temevo il prezzo della verità, ora chiedo solo: qual è il prezzo delle bugie?». È un prezzo che si paga a lungo termine e resta scisso dalle sue cause, allo stesso modo in cui la Scrittura afferma che il frutto del peccato è la morte. Il successo di Chernobyl sta nel creare una metafora della menzogna, legandone il potere a quello della materia radioattiva. La bugia non è soltanto una bugia: è come il corio tuttora attivo nel seminterrato della centrale Lenin a Chernobyl, è come il cesio-127 che si è posato sui pascoli della regione e dura da trent’anni, è come il plutonio… che durerà 24.000 anni.

L’analogia tra la radioattività e la menzogna è di proporzionalità: come accade in quest’ultima, ciò che va correttamente giudicato è il dinamismo. L’esempio classico è quello che dice: «La sera sta al giorno come la vecchiaia alla vita». Questa metafora intende esprimere la similitudine del dinamismo della giornata con quello della vita. Nel nostro caso, potremmo dire che la radioattività sta alla biologia come la bugia sta alla spiritualità. In altre parole, non basta misurare la menzogna soltanto «in astratto», ma lo si deve fare in quanto «menzogna assorbita», corretta dagli effetti che produce, specialmente nelle persone più semplici. Questa metafora ha un potenziale allegorico devastante[10].

«Bio-robot» o la realtà è manipolabile soltanto a mano

«Bio-robot», dice Legasov, che pare assorto nei suoi pensieri mentre ascolta il dialogo tra Boris Shcherbina e il generale incaricato di sovrintendere al controllo dei danni causati dall’esplosione del reattore nucleare. Il dialogo si svolge dopo il fallimento del bulldozer Joker, inviato dalla Germania per rimuovere i detriti di grafite dal tetto più contaminato. Ma l’insuccesso è dipeso dal fatto che il Governo russo aveva comunicato (per minimizzare la situazione) un livello di radiazioni molto inferiore a quello reale, e quindi il robot impiegato si era «fritto» in 30 secondi.

Il generale afferma che non c’è modo di rimuovere la grafite radioattiva disseminata dall’esplosione sui tetti della centrale. Ai tre diversi livelli da bonificare sono stati attribuiti nomi diversi: «Katya» è il tetto in cui le radiazioni toccano i 1.000 Röntgen/h (due ore sarebbero mortali); su «Nina» la radiazione raggiunge i 2000 R/h (un’ora sarebbe mortale); e il più pericoloso, «Masha», con 12.000 R/h, è (e resta) «il luogo più pericoloso della terra». Su «Masha» gli apparecchi elettrici che servono per guidare i bulldozer adibiti a rimuovere le macerie smettono di funzionare. È per questo che Legasov interviene dicendo che l’unica soluzione è rimuovere la grafite a mano, così come si era già fatto per aprire le pompe di drenaggio dell’acqua[11]. Eccoli, i bio-robot: i volontari a cui verrà affidato il compito.

Ancora oggi si discute fino a che punto essi fossero dei volontari e quanto fossero stati informati del pericolo che correvano esponendosi a simili livelli di radiazioni. Dovevano farlo soltanto per 90 secondi ciascuno (non più di tre minuti, in ogni caso), per poi lasciare il posto ad altri. I «bio-robot» furono 3.828[12]. E i «liquidatori» furono tra i 600.000 e gli 800.000, compresi gli incaricati di uccidere gli animali e quelli che dovevano curare le vittime, dovendo compiere tutto «a mano».

Chernobyl è il mito del «bio-robot», il mito che ci fa vedere che la realtà è manipolabile, sì, ma a mano! «A mano» significa assumersi la responsabilità, prendendo una decisione e sapendo che si sta «dando la vita». Chernobyl ci mostra che la realtà creata «tecnicamente» nel reattore non è manipolabile «tecnicamente». La tecnica può creare e indirizzare, ma, una volta che quella realtà «esce» dal laboratorio (e possiamo dire che anche le ideologie sono laboratori… all’aria aperta), distrugge chi vuole controllarla. La si può manipolare, come dice la parola stessa, soltanto «a mano».

Ciò che può cambiare il dialogo tra politica e scienza

Il dialogo sui «bio-robot» in effetti era stato già implicitamente avviato prima, nella terza puntata della serie, nel corso di una conferenza telefonica tra Shcherbina e Gorbaciov, alla presenza di Legasov. Quando lo scienziato prende la parola, insistendo sul fatto che si sarebbe dovuta evacuare una zona molto più ampia, Gorbaciov lo zittisce, dicendogli: «Lei è lì per una ragione soltanto, ha capito? Risolvere il problema. Il resto non mi interessa, voglio sapere quando sarà tutto finito».

Replica Legasov: «Se intende quando Chernobyl sarà al sicuro, il tempo di dimezzamento del plutonio-239 è 24.000 anni, quindi mi sento di dire “non mentre siamo in vita”».

A questo punto il Presidente dell’Urss riattacca la cornetta.

Rimasti soli, Shcherbina chiede a Legasov di fare una passeggiata, in cui, da soli e lontani da orecchie indiscrete, proseguono la conversazione.

Shcherbina: «Che accadrà ai nostri ragazzi?».

Legasov: «Quali ragazzi? I tre della vasca?».

Shcherbina: «Loro, i vigili del fuoco, quelli della sala controllo. Che cosa gli faranno le radiazioni di preciso?».

Legasov: «Ai livelli di esposizione di alcuni la radiazione ionizzante distrugge la struttura cellulare. La pelle forma delle bolle, diventa rossa, poi nera. Segue un periodo di latenza. Gli effetti immediati si attenuano, il paziente sembra migliorare, in salute persino, ma non è così. La cosa dura di solito non più di un giorno o due».

Shcherbina: «Continui».

Legasov: «Poi comincia a manifestarsi il danno cerebrale. Il midollo osseo muore. Il sistema immunitario crolla. Organi e tessuti molli cominciano a decomporsi. Arterie e vene si bucano come setacci, al punto che non è possibile somministrare morfina per il dolore, che è inimmaginabile. E poi da tre giorni a tre settimane si muore. Questo è ciò che accadrà a quei ragazzi».

Shcherbina: «E noi due invece?».

Legasov: «Be’, abbiamo assorbito una dose discreta, ma non così forte, non abbastanza forte da uccidere le cellule, ma sufficiente a danneggiare il nostro Dna. Quindi, col tempo, cancro. O anemia aplastica, in ogni caso fatale».

Avendo appreso che morirà sicuramente entro cinque anni, Shcherbina si rende conto infine di quanto sta accadendo e cambia la propria visione politica. I dati scientifici e ciò che ha dovuto fare per riuscire a misurarli gli diventano reali. Gli accade quando tocca quel «qualcosa» di Chernobyl che non è manipolabile né dal lato tecnico né da quello politico, ma soltanto pagando il prezzo della propria vita. Nel processo, sarà la sua autorità morale e politica a consentire a Legasov di dichiarare tutta la verità che pesa sul Governo. Ovvero che gli addetti della centrale nucleare erano colpevoli perché avevano portato il reattore a una situazione irreversibile, ma non avevano tutta la colpa. Era stato loro nascosto che il pulsante AZ-5, ritenuto in grado di spegnere il reattore in qualsiasi momento, nella situazione a cui lo avevano portato, anziché spegnerlo, lo avrebbe fatto esplodere. Il Governo aveva celato tale informazione per la semplice ragione che altrimenti si sarebbero dovuti utilizzare materiali diversi dalla grafite, che era «meno cara». I politici conoscevano il dato scientifico, ma con un sapere astratto, che fece prevalere le soluzioni economiche meno costose, almeno finché non sorsero i problemi.

«Loro lavorano al buio… e vedono tutto. Di’ la verità»

L’ultimo dialogo che prendiamo in considerazione è quello tra Legasov e Shcherbina un momento prima che nel veicolo che fa da quartier generale entri il capo dei minatori. Lo hanno convocato d’urgenza per scavare un tunnel sotto il reattore, in modo da fare spazio a uno scambiatore di calore e così impedire al nocciolo fuso di sprofondare nelle acque sotterranee, mettendo in pericolo milioni di vite. Quel lavoro si sarebbe rivelato inutile: in sei settimane il nocciolo fuso si raffreddò da solo e non ci fu mai bisogno di pompare l’azoto liquido nello scambiatore di calore. Ma il lavoro espose gli operai a un sovraccarico di radiazione.

Legasov, che deve parlare con il loro capo, dice a Shcherbina: «Non sono a mio agio, Boris, con le bugie».

Shcherbina gli domanda: «Ma hai passato del tempo con i minatori?».

«No».

«Vuoi il mio consiglio? Di’ la verità. Questi uomini lavorano al buio. Vedono tutto».

Quando viene loro detta la verità, i minatori vanno a eseguire il loro lavoro e danno tutto. S’impegnano senza riposo, sapendo che quel compito condizionerà le loro vite. Hanno dato, insieme a tanti altri, la conferma che non è necessario manipolare le persone quando una causa riguarda per davvero il bene comune. In questa scena vediamo come le cose si invertano: la catena di bugie che aveva condotto a sottrarsi alle proprie responsabilità e a delegarle ad altri, adesso si trasforma in una catena di verità, che parte da chi si assume i compiti più pericolosi e risale fino alle sedi giudiziarie e a quelle in cui si prendono le decisioni politiche.

Il mito postmoderno

Possono esserci buone storie, basate su fatti reali come Chernobyl o anche su una mera finzione, ma la loro forza attrattiva non sarebbe completa senza la credibilità dei personaggi. Alcuni di essi devono a Chernobyl il proprio riscatto dall’anonimato in cui il regime aveva cercato di relegarli. Altri ne vengono creati, ma in modo tale che in loro risuonino le voci e le anime di molte persone reali che furono implicate nella tragedia. Come dice Jorge Luis Borges, parlando dei personaggi don Chisciotte e Sancho Panza, il più grande successo di un’opera letteraria sta nel fatto che il lettore possa farsi amico dei personaggi, e non è che questo accada «con tutti i personaggi fittizi»[13]. Chernobyl ci riesce. Così come quella congerie di materiali radioattivi che resta attiva nei sotterranei della centrale è una realtà tanto particolare da essersi presa il nome di «chernobylite», allo stesso modo anche i personaggi della serie, con le loro riflessioni e con i loro dialoghi attorno al dinamismo di questa realtà che non esisteva sul Pianeta ma è stata creata dall’uomo e non si può «spegnere», mettono in scena e ci fanno rivivere quello che possiamo chiamare «il mito di Chernobyl».

Diciamo che è un mito post-moderno, perché ci svela il mistero della realtà attuale: il mistero che era parso perdersi nelle mani delle scienze che ipotizzano tutto e tutto manipolano. Chernobyl ci riporta a quel livello della realtà a cui la mente deve adeguarsi, volente o nolente, e non può manipolarlo né concettualizzarlo a sufficienza, ma deve ricorrere alla narrazione e alla metafora per poterlo comprendere.

È stato definito un docudrama, ma questo termine rischia di far pensare a un ibrido, qualcosa collocato a metà strada. Quanto a noi, pensiamo che la pregnanza della serie e l’impatto causato provengano dalla forza della realtà stessa e dalla modalità artistica adottata per narrare questa realtà. La metafora utilizzata per unire menzogna e radioattività ha una potenza straordinaria. Chernobyl non combatte la bugia isolandola su un livello meramente etico, bensì mostrando l’unione inseparabile delle decisioni etiche, quando si tratta della creazione di realtà come quelle che si producono in un reattore nucleare. Il debito lasciato dalla bugia in questa fabbricazione tecnica si paga sempre, più prima che poi, e il pagamento va eseguito «a mano», rischiando la propria vita.

Il messaggio di Chernobyl è che possiamo «creare» senza limiti, ma non «controllare» senza limiti. Pertanto è necessario che ci sia chi si assuma la responsabilità e si faccia garante in prima persona – senza diluire le responsabilità nell’anonimato delle questioni tecniche – dei debiti costituiti dalle mancanze umane o naturali, che sempre si verificano e sempre si verificheranno (al punto che se ne può dare riscontro statistico).

La sfida, dunque, è trovare modi per esercitare il potere sul potere stesso, come ben diceva Romano Guardini. Essere irresponsabili nell’uso delle cose naturali è criminale, ma esserlo nell’uso delle cose che abbiamo creato noi lo è doppiamente.

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[1].     Cfr E. De Gorgot, «Lo digo ya: “Chernobyl” va a ser la mejor serie del 2019», in Jot down , maggio 2019.

[2].     G. Cordero, «Series 2019: ranking de las mejores y calendario de estrenos», in Esquire, 22 luglio 2019.

[3].     Cfr P. Armelli, «Chernobyl, la Russia vuole girare una contro-serie tv con la sua versione dei fatti», in Wired, 7 giugno 2019.

[4].     Cfr E. Cardis et Al., «Estimates of the cancer burden in Europe from radioactive fallout from the Chernobyl accident», in International Journal of Cancer, 15 settembre 2006.

[5].     Valerij Legasov fu un insigne scienziato, membro chiave della commissione governativa incaricata di indagare sulle cause dell’incidente. Due anni e un giorno più tardi s’impiccò nella sua casa. Lasciò diverse registrazioni in cui denunciava le carenze progettuali della centrale e altri errori di incompetenza, che il sistema cercò di nascondere per anni

[6].     Boris Shcherbina era membro del Comitato centrale del Partito comunista sovietico e vicepresidente del Consiglio dei ministri. Il presidente Gorbaciov gli affidò la gestione della crisi e lo mandò sul posto. L’irradiazione pose fine prematuramente alla sua esistenza nel 1990, come gli aveva predetto Legasov.

[7].     La radiazione può essere non-ionizzante – quella della luce, delle onde radio o di ciò che avvertiamo come calore –, oppure ionizzante, quando ha energia sufficiente a rimuovere un elettrone da un atomo o da una molecola, e causarne la ionizzazione. Gli effetti dannosi delle radiazioni ionizzanti su un organismo vivente sono principalmente dovuti all’energia assorbita dalle cellule e dai tessuti che lo formano. Questa energia viene assorbita per ionizzazione ed eccitazione atomica, e produce la scomposizione chimica delle molecole presenti. Le cellule possono subire un aumento o una riduzione di volume, possono morire, possono subire mutazioni genetiche e cancro, anche allo stato latente.

[8].     La differenza consiste nel fatto che il Röntgen misura la radioattività nell’ambiente, il Gray (Gy) in quanto assorbita da un qualsiasi materiale, mentre il Sievert corregge questi dati, misurando il danno che si produce nel materiale biologico.

[9].     Svetlana Alexievich, premio Nobel per la letteratura nel 2015, ha riportato la sua commovente testimonianza nel libro Preghiera per Černobyl (Roma, Edizioni e/o, 2002).

[10].    Quando papa Francesco afferma che le mormorazioni e le detrazioni sono atti di terrorismo, sta «misurando» il danno che esse producono, tenendo conto di queste complesse categorie di misura. Possiamo aggiungere che questi non sono atti di terrorismo limitati, ma piuttosto di terrorismo nucleare, radioattivo.

[11].    Alexei Ananenko, Valeriy Bezpalov e Boris Baranov furono i tre volontari che entrarono nell’acqua contaminata, accumulatasi per spegnere l’incendio, e aprirono le pompe che permisero di evacuarla. Se non l’avessero fatto, molto probabilmente si sarebbe verificata una nuova esplosione, le cui nefaste conseguenze per la regione e per l’Europa sarebbero state molto maggiori, specie se l’acqua radioattiva fosse filtrata insieme al corio, contaminando le acque sotterranee di Kiev, che sfociano nel Mar Nero. Anche in questo caso emergono dati contrastanti: alcuni dicono che questi tre eroi evitarono la morte di milioni di persone; altri, invece, dato che quell’eventualità non si è avverata, trattano la questione come una fra le tante.

[12].    Cfr il documentario intitolato Chernobyl 3.828.

[13].    J. L. Borges, «Mi entrañable señor Cervantes», in Revista de Artes y Humanidades UNICA, vol. 6, n. 12, gennaio-aprile 2005, 221-230.

 

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