I limiti metodologici di questo approccio
Una tematica come la presente, oltre che immensa, può prestarsi a equivoci e ambiguità, in quanto i due termini — colpa e peccato — possono essere usati come sinonimi o come totalmente differenti. Il contesto in cui verranno usati nel presente contributo è essenzialmente fenomenologico e interdisciplinare. Si interpelleranno, con i limiti propri di ogni scelta, alcuni testi che dai versanti più diversi del sapere — letteratura, psicologia, filosofia, religione — hanno parlato di questo tema cercando di evidenziare alcune possibili linee di fondo.
È un approccio, si potrebbe dire, «funzionale», attento cioè al significato e al ruolo che la colpa e il peccato rivestono dal punto di vista culturale, per rilevare ciò che una tale rappresentazione suscita nel cuore e nella mente. Questo modo di procedere, anche se limitato, si rivela però importante per evidenziare alcuni aspetti della natura umana che, nella prospettiva cristiana, è il presupposto irrinunciabile per l’azione della grazia[1].
Tale approccio ha il vantaggio di porre di fronte a categorie antropologiche universali, che mostrano su questo tema alcune ricorrenze interessanti. La colpa, in altre parole, non è un’invenzione bizzarra delle autorità religiose per controllare le coscienze (anche se nel corso della storia si sono constatate tali derive)[2] e nemmeno un elemento ormai passato di moda in una società che si vuole «laica» e «adulta»: essa fa continuamente capolino nella vita ordinaria di ogni tempo e luogo. «La coscienza della colpa è una realtà psicologica universale. La si designa spesso con il termine psicologico “senso di colpa”. Questa realtà psicologica è il fondamento umano su cui si forma nella religione biblica il senso del peccato. Il sostrato psicologico è necessario perché si possa sviluppare il senso del peccato. Così il senso del peccato è sempre penetrato da concezioni che non sono propriamente cristiane. I sentimenti di colpa fanno parte della salute psicologica»[3].
Il senso di colpa come deriva malata
Il senso di colpa, nel sentire odierno, è avvertito come qualcosa di totalmente negativo e da rifiutare, perché fonte di dolore e autopunizione che impedisce di condurre una vita serena e gioiosa. Questa lettura è il punto di arrivo di precise matrici culturali. A partire dalla fine del secolo XIX emerge sempre più, in Occidente, a livello culturale, la tendenza a considerare questa tematica, come la morale in genere, in termini «malati», come una forma di negazione della vita.
Celebre è l’analisi
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