foto: Jason Ortego

LA MISSIONE NEL GIAPPONE SECOLARIZZATO

Quaderno 3997

pag. 12 - 22

Anno 2016

Volume I

ABSTRACT — La parola «missione» viene usata spesso, ai nostri giorni, per ogni tipo di progetto pionieristico o di nuove attività che introducono l’umanità in una nuova fase della storia, come l’invio di uomini sulla luna o ad altri luoghi di destinazione nel cosmo. In questo senso, in giapponese moderno «missione» si scrive in katakana — la scrittura sillabica fonetica giapponese — con mission, cioè con la medesima parola inglese.

Per tradurre invece «missione» in senso cristiano, nel giapponese moderno si offrono tre possibilità: dendō («insegnare la via»), fukyō («diffondere la verità») e senkyō («annunciare la verità»).

Approfondendo i significati di questi termini, si può esaminare il processo di secolarizzazione della vita sociale in Giappone e tentare una riflessione sul cristianesimo e sul suo annuncio in quella terra, oggi.

Una solida strategia di missione deve costruirsi sulla base di tre documenti del Concilio Vaticano II che toccano questo argomento e per i quali non si è ancora trovata una piena armonizzazione: la Dichiarazione sui rapporti della Chiesa con le altre religioni non cristiane Nostra aetate (del 28 ottobre 1965), il Decreto sull’attività missionaria della Chiesa Ad gentes (del 7 dicembre 1965) e la Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae (promulgata anch’essa il 7 dicembre 1965, alla chiusura del Concilio), che in un certo senso costituisce il fondamento degli altri due.

Ora, anche se la «missione» ha ottenuto un grande risultato nel Giappone del XVI secolo, non è più possibile raggiungere un simile successo nei tempi odierni, caratterizzati da un rapido progresso della cultura materiale e da un elevato livello di vita. La nuova strategia dell’annuncio del Vangelo deve diventare espressione del bisogno di religione degli uomini di oggi in un Giappone secolarizzato.

D’altra parte, per via del politeismo scintoista, sembra che non ci sia nessun altro Paese in cui si tenga conto così ampiamente della libertà di coscienza e della libertà di espressione. I giapponesi oggi sono liberi di accedere a qualunque santuario, a qualunque tempio e a qualunque chiesa. Naturalmente questa libertà racchiude anche quella di vivere la propria vita quotidiana senza alcuna pratica religiosa.

I giapponesi, d’altronde, rimangono sconvolti dagli episodi di terrorismo che possano essere ricondotti a radici religiose. In particolare, alcuni intellettuali, sebbene in maniera vaga e quasi inconscia, cominciano a chiedersi se le religioni monoteiste, in ultima analisi, possano mostrarsi veramente tolleranti verso i membri di altre religioni. I prodromi di questa problematica si possono riscontrare per esempio in due libri: Monotheism vs. Polytheism (Tokyo, 2002), di Shu Kishida e Masaki Miura, e Polytheism and Monotheism (Tokyo, 2005), di Ryōji Motomura.

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