FILM IN BIBLIOGRAFIA: SOGNI E DELITTI

Quaderno 3788

pag. 207

Anno 2008

Volume II

a cura di V. FANTUZZI

Sogni e delitti (Gran Bretagna, 2007). Regista: WOODY ALLEN. Interpreti principali: E. McGregor, C. Farrel, J. Benfield, H. Atwell, T. Wilkinson.

Con Sogni e delitti Allen si ricollega al filone «nero» del suo cinema, che ha come precedenti Crimini e misfatti (cfr Civ. Catt. 1990 II 107 s) e Match Point (cfr ivi, 2006 I 316-318), primo dei tre film girati recentemente dal regista in Gran Bretagna. L’assunto è sempre lo stesso: il delitto non paga. Ci troviamo a un gradino più basso nella gerarchia dei valori sociali rispetto al bel mondo londinese al quale dava la scalata lo spregiudicato «arrampicatore» di Match Point. Ian (Ewan McGregor) e Terry (Collin Farrel), tutto sommato, sono bravi ragazzi. Diversi tra loro, vedendoli insieme non si direbbe nemmeno che siano fratelli. Li lega un reciproco affiatamento che potrebbe apparire come un aspetto positivo del loro modo di essere se non fosse inficiato da un tono di superiorità con il quale Ian, il più fantasioso e ambizioso dei due, riesce sempre ad averla vinta su Terry, più debole e accondiscendente.

Da esperto conoscitore delle debolezze umane quale è, Allen si avvicina in punta di piedi ai due giovani con la macchina da presa che, in questo caso, funziona come una lente d’ingrandimento, per mettere in evidenza i loro difetti e i loro limiti. Ian gestisce senza entusiasmo il ristorante del padre, sull’orlo del fallimento, ma aspira a inserirsi con successo nel campo della speculazione edilizia e sogna di aprire una catena di grandi alberghi in California. Nel frattempo, ruba soldi dalla cassaforte del ristorante e si fa prestare automobili di pregio dal fratello, che lavora come meccanico in un garage, per fare bella figura con le ragazze. Si innamora di Angela (Hayley Atwell), un’attricetta ambiziosa che usa il sesso per fare carriera. Terry ha il vizio del gioco d’azzardo (dal poker alle corse dei cani), si indebita e finisce nelle mani degli strozzini.

Accanto ai due fratelli, che navigano entrambi in acque basse, ci sono i genitori, i quali non brillano per particolare levatura d’ingegno. La madre (Clare Higgins) considera il marito (John Benfield) come un fallito e non tralascia occasione per rimproverargli i suoi insuccessi negli affari mettendolo a confronto con pur proprio fratello, lo zio Howard, il quale ha fatto soldi a palate gestendo alberghi e cliniche di lusso tra l’America e la Cina. Elargitore di cospicui regali ai parenti meno fortunati, Howard, fisicamente lontano, ma presente nei discorsi di tutti, è visto come un «santo protettore» dalla famiglia che si riunisce ogni domenica per partecipare a pasti frugali, la cui atmosfera è turbata dall’accumularsi delle frustrazioni degli uni su quelle degli altri e dall’incrociarsi delle reciproche recriminazioni.

Nel momento in cui i due fratelli si trovano maggiormente invischiati nei problemi che nascono dal loro perenne e insaziabile bisogno di denaro, ecco apparire lo zio Howard (Tom Wilkinson), che, in viaggio dalla Cina all’America, fa scalo a Londra. Tutto a posto, dunque. Basterà convincere il benefico uomo d’affari a firmare qualche assegno e ogni problema sarà risolto. L’incontro tra zio e nipoti avviene tra gli alberi di un parco solitario sotto la pioggia. Howard dice di essere disposto ad assecondare le richieste dei due scapestrati a una condizione. Ian e Terry dovranno assassinare un tale che, testimoniando sugli affari loschi di Howard, potrebbe farlo finire in carcere per tutta la vita. «Dopo tutto — aggiunge lo zio —, la famiglia è la famiglia e, come dice il proverbio, il sangue non è acqua».

Dalla truffa e dalla connivenza con essa all’omicidio, secondo Allen, il passo è meno lungo di quanto la gente comune sia disposta a ritenere. Su questo film, che strizza l’occhio a Hitchcock, si affaccia la logica di Monsieur Verdoux, il capolavoro con il quale Charlie Chaplin operava una distinzione tra crimini al dettaglio e crimini all’ingrosso (genocidi, guerre…), sostenendo che mentre i primi, se vengono scoperti, sono puniti, i secondi godono di una larga impunità. Non è qui il caso di esporre nel dettaglio come si svolgono i fatti narrati nel film. Il regista non tralascia di mescolare toni grotteschi e notazioni macabre nel raccontare quello che accade quando un’operazione delicata, come l’eliminazione fisica di un testimone scomodo, è affidata a persone che non sono del mestiere.

Al momento del misfatto la macchina da presa si ritrae con pudore lasciando allo spettatore il compito di immaginare ciò che l’occhio non vede. L’effetto devastante provocato dal rimorso nella coscienza di un uomo che non sa essere né del tutto buono, né del tutto cattivo è illustrato in maniera esemplare dal comportamento che il più fragile dei due fratelli assume dopo il delitto. Per evitare che Terry spifferi tutto alla polizia, Ian lo invita a fare una gita in barca dalla quale nessuno dei due torna vivo. Chi ci guadagna, alla fine, è lo zio Howard. I suoi soldi sono al sicuro, e nessuno potrà più insidiarli. Come accadeva in Match Point, l’assunto morale sopra indicato non è enunciato esplicitamente nel racconto, ma provocato indirettamente nella mente dello spettatore.

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