FILM IN BIBLIOGRAFIA: NON E’ UN PAESE PER VECCHI

Quaderno 3789

pag. 311

Anno 2008

Volume II

a cura di V. FANTUZZI

Non è un paese per vecchi (Usa, 2007). Regista: JOEL ED ETHAN COEN. Interpreti principali: J. Brolin, T. L. Jones, J. Bardem, W. Harrelson, K. McDonald, G. Dillahunt, T. Harper.

Ironia e iconoclastia spinte fino al limite dell’impertinenza intellettuale hanno fatto dei fratelli Joel ed Ethan Coen autori tra i più vezzeggiati dai frequentatori e dalle giurie dei festival internazionali. Con Non è un paese per vecchi, loro film più recente, i Coen sembrano voltare le spalle al pubblico di élite per rivolgersi alle masse con una pellicola che rispetta le regole del cinema d’azione: fuga e inseguimento su un percorso lineare, buoni e cattivi contrapposti in uno scontro senza esclusioni di colpi, un prodotto di qualità (musica di Carter Burwell usata con discrezione, fotografia smagliante di Roger Deakins, attori di prestigio, quattro premi Oscar), che coniuga le regole del thriller con quelle del road-movie.

Il film è tratto dal romanzo omonimo (pubblicato in Italia da Einaudi) di Cormac McCarthy, scrittore americano di successo, ritenuto buon erede di Conrad, Melville, Faulkner. L’ambiente, indicato come scarsamente ospitale, è il Texas Occidentale, zona desertica di confine e di contrabbando. A sud della statale 10, tra El Paso e San Antonio, c’è un territorio maligno e spietato dove il West si fa più ruvido e selvaggio. Gole, dirupi, vallate di pietra disegnano un paesaggio lunare che si estende per chilometri e chilometri di arcaica, spaventosa solitudine. Lì si annida il killer psicopatico Chigurh, incarnazione del male assoluto, che nel libro non ha volto, mentre sullo schermo assume quello enigmatico di Javier Bardem. La vicenda narrata nel romanzo, che il film riprende alla lettera, si trascina nello squallore dei motel, della roulotte e delle stazioni di servizio, che fanno da stridente contrappunto alla maestà del paesaggio, sinistro, ma grandioso.

Siamo nel 1980. Il maturo sceriffo Bell (Tommy Lee Jones) ormai vicino alla pensione, che ne ha viste tante nel corso della sua lunga carriera, rumina tra sé e sé alcune riflessioni «filosofiche» che occupano molte pagine nel libro, mentre nel film vengono sintetizzate in poche parole pronunciate «fuori campo». La vita nel West non è più quella di un tempo. La criminalità vecchio stile rispettava un suo codice di onore, e i malvagi prima o poi finivano davanti al giudice. Oggi la violenza, oltre a essere sempre più selvaggia e gratuita, rimane impunita. Aumentano le distanze tra ricchi e poveri. La competitività elimina ogni idea di rispetto. Il prevalere della cupidigia di guadagno svuota di senso l’etica sociale. Se niente ha più senso, tutto è consentito, perfino un delitto feroce, compiuto per gioco da un criminale impazzito.

Quasi per esemplificare le riflessioni dello sceriffo deluso, entra in scena quel Chigurh di cui si diceva, il quale compie sotto l’occhio impassibile della macchina da presa la prima delle azioni efferate che il film descrive nel corso del suo svolgimento. Fermato da un giovane agente dopo aver attirato a bella posta la sua attenzione, il criminale trasforma il proprio arresto in una trappola mortale. La vittima, inquadrata dalla parte dei piedi, scalpita e si divincola a lungo mentre il carnefice ammanettato, dopo averlo preso alle spalle, lo strangola stringendolo alla gola. Nel frattempo un saldatore, reduce dalla guerra del Viet Nam, va a caccia di selvaggina in una landa desolata. Si tratta di Moss (Josh Brolin), il personaggio che, con gli altri due sopra indicati, compone il terzetto sul quale si basa la trama del film.

Assecondando la tendenza dominante in questo mondo degradato, che privilegia la violenza e l’avidità, Moss si impadronisce di una valigia, che contiene due milioni di dollari, abbandonata nel deserto da due bande di spacciatori di droga, che si sono eliminate reciprocamente. Non si accorge che nella valigia c’è un congegno elettronico il cui segnale a distanza consentirà allo spietato Chigurh di mettersi sulle sue tracce, mentre Bell l’imperturbabile si limita a osservare quanto accade, tenendosi a rispettosa distanza, senza astenersi dal commentare con battute sentenziose lo svolgersi degli avvenimenti. Il buono (Bell) e il cattivo (Chigurh) non si incontrano mai. Tocca a Moss (una sorta di cow-boy definitivamente caduto da cavallo) fare da tramite tra i due.

Quando gli avversari si fronteggiano reciprocamente, ciascuno occupa il centro dell’inquadratura senza lasciare spazio all’altro. A differenza di Bell (personaggio disincantato e un po’ defilato), gli altri due, delineati con fisionomie più nette, rappresentano a un livello simbolico le facce contrapposte della stessa medaglia. Alla fine vince il male. Ma, come abbiamo avuto occasione di osservare in circostanze non dissimili (cfr «Sogni e delitti di Woody Allen» in Civ. Catt. 2008 II 207 s), l’ultima parola tocca allo spettatore. Quanto a noi, mentre scorrevano i titoli di coda, ci è sembrato di udire l’eco delle parole amare che chiudono alcune parabole del Vangelo: «Là sarà pianto e stridore di denti».

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