DANILO REA, PIANOFORTE E FLAVIO BOLTRO, TROMBA,

Quaderno 3894

pag. 555

Anno 2012

Volume III

MUSICA

a cura di G. Arledler

Danilo Rea, pianoforte e Flavio Boltro, tromba,

Opera ACT 9508 cdQuesto cd, registrato in parte dal vivo allo Schloss Elmau sulle Prealpi bavaresi il 9 dicembre 2010, racchiude effettivamente una gran parte di quella magica atmosfera che spesso si crea in concerto, quando all’ispirazione e alla felicità degli interpreti si sposa un’attenzione piena di simpatia ed entusiasmo riconoscente da parte del pubblico. Danilo Rea e Flavio Boltro, divisi da una leggera differenza di età, ma uniti da un percorso artistico abbastanza affine, si sono trovati come se suonassero insieme da sempre. Danilo è nato nel 1957, ha compiuto gli studi presso il Conservatorio romano di Santa Cecilia e già a diciotto anni si faceva conoscere non solo come uomo di jazz esperto, ma come musicista a tutto tondo che poteva impegnarsi in modo credibile nel settore classico, fornire un’ottima spalla a tutti quegli artisti che avevano bisogno di un valido pianista nella canzone, nel pop, nella musica da film e in altri generi musicali. Le stesse cose si possono dire di Flavio: classe 1961, studi regolari presso il Conservatorio di Torino, già a ventitré anni segnalato come miglior talento della musica jazz, anche se sono apprezzabili le sue prove sia nell’ambito classico sia nel cosiddetto «leggero». Danilo Rea si era già avvicinato al mondo della musica lirica con un cd omonimo, Lirica appunto, nel 2004 e aveva continuato a confrontarsi con il canto con un altro cd per l’etichetta ACT, A tribute to Fabrizio De André, che aveva meritato ancor più intensi consensi di critica e di pubblico. Non meraviglia che la scelta di proporre 12 brani tra i più famosi del mondo dell’opera, a partire da Monteverdi fino ad autori che sconfinano nel Novecento, come Puccini e Cilea, sia condotta con una maniera e con uno stile che diremmo più proprio dell’improvvisazione senza etichetta che del jazz vero e proprio, anche se è caratteristica costante, nei più svariati campi dell’arte ai nostri giorni, muoversi con enorme disinvoltura da un genere e da uno stile all’altro. Ecco dunque che, se in una certa parte dei brani (la «Toccata» dall’Orfeo di Monteverdi, «Dal tuo stellato soglio» dal Mosè di Rossini, «E lucean le stelle» dalla Tosca di Puccini…) i due interpreti sembrano seguire un percorso riconoscibile dall’ascoltatore (Esposizione del tema, improvvisazioni, ripresa del tema, improvvisazioni, ripresa conclusiva del tema), è più facile e impegnativo, al tempo stesso, accorgersi che lo schema è, in modi diversi, variato e complicato: nella «Sinfonia» dal Barbiere di Siviglia di Rossini il primo tema è esposto in maniera piuttosto tranquilla per poi procedere in modo sempre più elaborato fino a toccare il tema arcinoto che accende tromba e pianoforte in una girandola di espressioni. Qualcosa di analogo avviene con l’altra sinfonia rossiniana dal Guglielmo Tell: a una sorta di introduzione elaborata fa seguito il tema della «cavalcata» che scatena la fantasia degli interpreti in maniera virtuosistica. In modo simile, ma con accorgimenti diversi, si avvicinano due temi che sembrano entrare per esigenze musicologiche nel pro-gramma senza deludere le attese. Si tratta di «Caro mio ben», una famosa aria attribuita a Giuseppe Giordani (1751-98), e un tema dalla cantata di Vivaldi Piango, gemo, sospiro e peno. Qui l’aria e l’elaborazione sembrano procedere di pari passo, nel rispetto della cantabilità del tema che è la cifra stilistica ricorrente di tutto il cd. Ciò è ancora più evidente in due brani dove si dà per scontato che il pubblico conosca la melodia. Si tratta di «O mio babbino caro» dal Gianni Schicchi di Puccini, che Maria Callas, abituata a ben altri impegni, interpretava con squisita partecipazione e dolcezza, e di «Io son l’umile ancella» dall’Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea (1866-1950), brano che conclude degnamente il concerto (si possono ascoltare gli applausi) e questo cd veramente godibile.

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