(foto: comboniaum.org)

ÓSCAR ARNULFO ROMERO, TESTIMONE DELLA FEDE E DELLA GIUSTIZIA

Quaderno 3952

pag. 329 - 344

Anno 2015

Volume I

21 Febbraio 2015
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Il 3 febbraio scorso Papa Francesco, ricevendo il prefetto della Congregazione per le cause dei santi, cardinale Angelo Amato, lo ha autorizzato a promulgare il decreto riguardante «il martirio del servo di Dio Óscar Arnulfo Romero Galdámez, arcivescovo di San Salvador, nato il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios (El Salvador) e ucciso, in odio alla fede, il 24 marzo 1980, a San Salvador (El Salvador)». Si conclude così una causa avviata il 24 marzo del 1993.

L’arcivescovo salvadoregno veniva barbaramente ucciso durante la celebrazione dell’Eucaristia il 24 marzo 1980[1]. Nella sua omelia, pronunciata pochi istanti prima di cadere vittima del suo assassino, aveva detto: «Avete appena finito di ascoltare nel vangelo di Cristo che è necessario amare non soltanto noi stessi, che uno non deve cercare di non esporsi a quei pericoli della vita che la storia esige da noi, che chi vuole tenersi lontano dal pericolo, perderà la sua vita. Viceversa, chi si impegna per amore di Cristo al servizio del prossimo, vivrà come il chicco di grano che muore, ma solo apparentemente muore. Se non morisse, rimarrebbe solo. Se c’è un raccolto, è solo perché muore, lasciandosi immolare in questa terra, disfacendosi e solo disfacendosi produce raccolto».

Da 35 anni la tomba di mons. Romero è meta di pellegrinaggi. Le immagini delle marce che in tutti questi anni sono state organizzate a San Salvador in sua memoria, le lunghe file di fedeli in attesa di recitare una preghiera sulla tomba del vescovo nella cattedrale confermano la grandezza e la popolarità di questa figura. I suoi gesti e il suo spirito costituiscono per tutti — credenti e non — un modello di riferimento molto attuale circa il ruolo e lo stile che ogni essere umano dovrebbe assumere di fronte alle grandi ingiustizie.

Un giovane timido in un piccolo Paese

Per assegnare il giusto peso all’esperienza umana, religiosa e pastorale di mons. Romero, e comprenderne le scelte spesso non facili, è necessario valutare la trama della sua vita all’interno della più ampia storia di El Salvador. Di fatto, il vincolo che lo lega alla propria terra di origine ha un carattere decisivo nella formazione prima dell’uomo e poi del sacerdote, concretizzandosi nell’azione di denuncia sociale e di ricerca della giustizia nella carità, che ha reso mons. Romero una figura di riferimento.

La storia di El Salvador, la cui superficie si estende per poco più di 21.000 kmq (poco meno della Lombardia), è costellata da pagine di violenza e ingiustizia, a partire già dal 1523, con la resa in schiavitù della popolazione locale da parte dei conquistadores spagnoli. I secoli successivi, a parte qualche breve periodo, raccontano di un Paese caratterizzato da una fortissima polarizzazione economico-sociale, in ragione della quale la maggioranza della popolazione vive in uno stato di profonda e grave povertà, a dispetto di una piccola e potente oligarchia (i cosiddetti cafetaleros), cresciuta grazie ai grandi latifondi agricoli e alle immense piantagioni di caffè e di canna da zucchero, mentre delle terre coltivabili solo il 2% è fruibile dalla popolazione complessiva.

In tale contesto, il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios, nasce Óscar Romero, secondo di sette figli. Suo padre, Santos Romero, era giunto nella piccola cittadina sette anni prima, in qualità di telegrafista. Aveva conosciuto e sposato Guadalupe de Jesús, figlia di un piccolo proprietario locale, e insieme gestivano le modeste proprietà di famiglia (un rustico, due poderi e la casa in città). In un clima d’incertezza, di povertà, di riforme fallite e di rapporti internazionali fortemente problematici, nasce e cresce il piccolo Óscar: un bambino descritto come timido e introverso, anche per una seria malattia contratta all’età di quattro anni.

Già all’interno del nucleo familiare egli riceve i primi insegnamenti religiosi. Sono proprio questi a suscitare in Óscar una curiosità e una iniziale sete di spiritualità. Egli dimostra in quegli anni un profondo impegno nello studio, dedicandosi anche alla preghiera, come mostrano le sue collezioni di santini, l’organizzazione di piccole processioni religiose ecc., che iniziano a coinvolgere varie altre persone. A don Alfonso Leiva Óscar rivela di voler diventare sacerdote: una confidenza che il prete di Ciudad Barrios non sottovaluta, impegnandosi per facilitare l’entrata in seminario del giovane Romero.

Quelli a San Miguel, presso il seminario minore gestito dai padri claretiani, sono anni intensi, decisivi non solo per la sua formazione spirituale, ma anche per gli incontri, tra cui spicca quello con Rafael Valladares, amico fraterno e per certi versi complementare al timido Romero.

Nel 1937 Óscar è inviato a studiare a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana. Qui approfondisce sempre più lo studio delle fonti bibliche, patristiche e teologiche, percorrendo dunque un itinerario molto legato alla tradizione cattolica e alla vita ascetica, alla mistica e alla spiritualità. Si trova — anche geograficamente — distante da una visione fortemente sociale che segna il ministero di molti sacerdoti latinoamericani e che sfocerà nell’arcipelago definito «teologia della liberazione». Nel 1942, dieci anni dopo l’elezione di Pio XII, Romero viene ordinato sacerdote e, dopo un anno trascorso ancora a Roma, mentre in Europa infuria il secondo conflitto mondiale, rientra a San Miguel, pronto a esercitare il suo ministero.

Un parroco giovane, ma deciso

Al rientro in patria, don Romero trova il Paese nella stessa situazione in cui lo aveva lasciato: il regime militare continua a mietere le sue vittime e la popolazione osserva il succedersi quasi inevitabile di generali e colonnelli alla guida del popolo. In questo clima di disagio e violenza, riceve il suo primo incarico: parroco ad Anamorós, mandato a cui però attende per poco tempo, perché è presto nominato parroco della parrocchia di Santo Domingo nella diocesi di San Miguel e insieme segretario della stessa diocesi, di cui è vicario generale l’amico Rafael Valladares.

L’operato di Óscar Romero nei successivi 23 anni si caratterizza per due aspetti fortemente intrecciati: da una parte, un’attenta cura ai doveri spirituali e liturgici, tanto da farne un fedele, quasi rigido osservante della disciplina ecclesiastica e di uno stile di vita povero, che lo fanno apparire scontroso e tradizionalista; dall’altra parte, una evidente empatia e vicinanza con il popolo, i carcerati, che egli visita periodicamente, e con i mendicanti, spesso invitati a condividere con lui i pasti.

Tutto ciò fa di Romero un prete ammirato e stimato, ma forse poco amato, a causa del suo carattere chiuso e della sua spiccata intransigenza. Pur sperimentando i problemi sociali del proprio Paese, le energie e gli sforzi di don Óscar rimangono orientati verso una prospettiva più tradizionale, tanto da apparire troppo attendista rispetto a una realtà locale che richiede invece ben altre e più decisive spinte.

Anche per Romero l’evento del Concilio Vaticano II segna indubbiamente una svolta nel modo di pensare e nell’approccio ai problemi. Mentre il Paese registra una nuova e fortissima crisi occupazionale e insieme la nascita di nuove forze politiche di estrazione marxista, Romero segue con grande attenzione lo svilupparsi di quell’evento epocale che è stato per la Chiesa il Concilio, indetto da Giovanni XXIII e concluso da Paolo VI. Le costituzioni Lumen gentium e Gaudium et spes scandiscono l’evolversi del pensiero di Romero, che ben comprende la necessità di un rinnovamento che coinvolga la Chiesa su molti fronti: da quello liturgico a quello pastorale.

Se gli effetti del Concilio sono ben visibili da subito in termini di ridefinizione del ruolo stesso della Chiesa, il periodo postconciliare risulta essere più problematico e per certi versi ricco di inquietudini e di dubbi: in tutta l’America Latina si sviluppa la «teologia della liberazione». Nelle versioni estreme, essa prova a coniugare il messaggio cristiano con lo spirito rivoluzionario delle dottrine marxiste[2]. Romero quindi si mantiene ancora su posizioni caute, pur consapevole delle spinte di rinnovamento di una Chiesa che vuole interpretare le profonde esigenze di pace e di giustizia sociale.

Nel 1967 egli viene nominato segretario della Conferenza episcopale di El Salvador. Va a vivere presso il seminario di San José de la Montaña, dove si trovavano gli uffici della Conferenza episcopale. Proprio in questo seminario, retto dai gesuiti, incontra p. Rutilio Grande: un incontro che si rivelerà fondamentale nel processo di maturazione sia di Romero sacerdote e guida pastorale, sia delle sue successive scelte. Dopo il loro primo incontro, p. Rutilio gli fu sempre amico fino alla fine.

Un vescovo tra novità e tradizione

L’arrivo di Romero a San Salvador precede di un anno l’apertura dei lavori della Seconda conferenza dell’Episcopato latinoamericano, tenutasi a Medellín nella fine dell’agosto 1968, che ben focalizza le pressanti esigenze di pace e di giustizia sociale. Il 25 aprile 1970 Romero viene nominato vescovo ausiliare di San Salvador, ricevendo l’ordinazione episcopale il 21 giugno 1970 da parte di mons. Girolamo Prigione, nunzio apostolico in El Salvador. Viene così affiancato a mons. Luis Chávez y González: una scelta che non è ben vista dal clero, perché l’arcivescovo e mons. Rivera y Damas, anch’egli vescovo ausiliare, stavano infatti realizzando i cambiamenti pastorali che il Concilio Vaticano II e la Conferenza di Medellín del 1968 esigevano per lo sviluppo di un nuovo modo d’intendere il ruolo della Chiesa cattolica in America Latina. L’impostazione di mons. Romero invece è considerata sostanzialmente «conservatrice». Molti vedono nella sua nomina episcopale una scelta opposta al vento di cambiamento che attraversa la Chiesa latinoamericana.

Mons. Romero, nell’affrontare il suo nuovo ministero, guarda con estrema attenzione alle dichiarazioni e alle tendenze espresse dal Concilio. La sua posizione era di fatto aperta, ma anche prudente, alla ricerca di un equilibrio. Non reazionario e disponibile al cambiamento, politicamente però condivideva l’obiettivo della maggioranza degli altri vescovi: indipendentemente dal grado di democrazia, bisognava accordarsi con il Governo di turno per garantire e ampliare gli spazi della Chiesa. La sua visione «moderata» era tesa a evitare il più possibile i conflitti e l’instabilità del Paese.

Ma se passiamo dal campo politico a quello sociale, troviamo un Romero molto meno conservatore, come risulta evidente dal titolo di un suo articolo nel periodico Orientación del 4 giugno 1971: Los campesinos non son parias. Quanto più si aggrava la situazione del Salvador, tanto più mons. Romero compie scelte via via più decisive per il futuro, attenuando la sua proverbiale intransigenza nei confronti del clero, promuovendo legami e collaborazioni con sacerdoti e seminaristi, mentre il suo impegno con carcerati, poveri e ammalati si fa sempre più coinvolgente, dando anche forte impulso alla nascita di associazioni laicali e centri Caritas in diverse parrocchie.

Romero parla di reformas estructurales. La perdurante violenza perpetrata nei confronti dei salvadoregni sviluppa in lui un forte senso di responsabilità e una decisa consapevolezza del proprio ruolo di guida. In numerose occasioni, spesso teatro di violente e sanguinose repressioni, egli si espone, difendendo i cittadini. Non ha sentimenti ostili verso i ricchi, ma chiede che si convertano. Dunque in questa fase mons. Romero è, dal punto di vista ecclesiale, alquanto istituzionale; dal punto di vista politico, moderato-conservatore; dal punto di vista sociale, sensibile e cosciente dei problemi reali.

Il 15 ottobre 1974 viene nominato vescovo di Santiago de María, nello stesso Stato di El Salvador, uno dei territori più poveri della nazione. Il contatto con la gente, stremata dalla povertà, soggetta allo sfruttamento da parte dei latifondisti locali e oppressa dalla repressione militare, incide in profondità nel suo spirito. Romero impara a ispirarsi all’esempio e all’insegnamento del vescovo e cardinale argentino Eduardo Pironio (1920-98), che aveva conosciuto nel 1970 in una assemblea plenaria dell’Episcopato latinoamericano ad Antigua, Guatemala. Spesso interviene per denunciare le disuguaglianze sociali. Nel giugno del 1975 nel territorio della sua diocesi, a Tres Calles, la guardia nazionale uccide cinque contadini. Mons. Romero va a consolare le famiglie delle vittime e a celebrare una Messa. Invia una dura lettera al presidente Molina, ma non fa una denuncia pubblica, come invece gli avevano chiesto alcuni sacerdoti.

La sua nomina ad arcivescovo di San Salvador, che avviene il 3 febbraio 1977, è sostenuta da chi vede in lui, tutto sommato, un difensore dello status quo politico ed economico. L’oligarchia, che di fatto controllava l’intero Salvador, lo considera vicino alle istituzioni governative piuttosto che schierato con i sacerdoti che avevano abbracciato la teologia della liberazione. Ma egli compie subito gesti concreti di solidarietà con i più poveri, e rifiuta l’offerta della costruzione di un palazzo vescovile, scegliendo come dimora la casetta del custode dell’ospedale della Divina Provvidenza, dove erano ricoverati i malati terminali di cancro.

El Salvador vive ormai in condizioni di guerra civile, segnata dall’azione repressiva del Governo, che causa tra il 1977 e il 1980 centinaia di morti. Il clima nel Paese è di guerriglia permanente e di brutale violenza. Così, già dai primissimi giorni, l’arcivescovo Romero sperimenta la complessità del suo ruolo, scoprendo — attraverso storie e testimonianze dirette — quanto la Chiesa locale viva un vero e proprio martirio. Sono proprio questi i fattori che lo spingono a impostare la sua azione pastorale rintuzzando apertamente l’incessante opera di intimidazione della classe politica.

Romero vive dunque una sorta di «conversione pastorale», che si compie gradualmente nel tempo, nel modo in cui lievita la pasta. Qui il lievito è il contatto con la gente, il popolo di Dio di cui egli è pastore, e la sua concreta condizione di vita. Prova di questo percorso sono le sue quattro lettere pastorali come arcivescovo di San Salvador, tutte dedicate alla Chiesa: Iglesia de la Pascua, 10 aprile 1977; La Iglesia, Cuerpo de Cristo en la historia, 6 agosto 1977; La Iglesia y las organizaciones populares, 6 agosto 1978; Misión de la Iglesia en la crisis del país, 6 agosto 1979.

Un passaggio di consegne tra martiri

Un momento decisivo nella vita di Óscar Romero giunge con l’assassinio del suo amico p. Rutilio Grande, il gesuita che più di ogni altro è stato determinante nel cammino dell’arcivescovo. Era il 12 marzo 1977. Dal 1972 p. Rutilio è parroco di Aguilares, paese la cui popolazione è per lo più composta da contadini e braccianti. Il gesuita si impegna quotidianamente in un’opera di evangelizzazione che sia anche di promozione umana, così da contribuire al miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti di Aguilares. Questa scelta vede partecipi altri gesuiti diventati suoi imitatori, e richiama l’attenzione preoccupata dei grandi latifondisti, che accusano il sacerdote di aizzare i contadini alla lotta politica e sindacale.

La morte di p. Rutilio è un vero shock per Romero, che la sera stessa dell’assassinio si reca ad Aguilares per pregare insieme a centinaia di campesinos davanti alle salme del gesuita e dei due catecumeni uccisi con lui. Il neo-eletto arcivescovo fa pressioni sul presidente Molina affinché investighi sulle circostanze della morte e, di fronte alla passività del Governo e al silenzio della stampa a causa della censura, minaccia l’assenza della Chiesa cattolica — e dunque sua personale — a tutti gli atti ufficiali.

Davanti alla salma di p. Rutilio Grande, mons. Romero ascoltò molte persone e rimase ore in preghiera. Lì si compì un simbolico passaggio di consegne da un martire a un altro, come qualcuno ha osservato. Provò molta commozione vedendo l’amico ucciso e i tanti contadini che affollavano la chiesetta. Come disse egli stesso a un amico, si accorse che erano rimasti orfani del loro «padre» e che ora toccava a lui arcivescovo prenderne il posto anche a costo della vita. Questo sussulto di paternità, autentico spirito pastorale evangelico, si innesta ora nel cuore della sua vita e non lo abbandonerà mai più. La percezione del sentimento di cura paterna rappresenta il momento chiave di quella che è stata definita una «conversione» di Romero.

In realtà Romero — come testimonia egli stesso in una lettera del 7 novembre 1978 a Giovanni Paolo II — non si è «convertito». Mi única conversión es a Cristo, y durante toda mi vida, ebbe a dire una volta. Romero invece ha vissuto una rinnovata e profonda fortaleza pastoral especial, che contrastava con quello che definiva al Pontefice come mi temperamento y mis inclinaciones «conservadoras». La sua era una scelta ecclesiale, e come tale veniva vissuta e dichiarata nella stessa lettera al Pontefice: Creí un deber colocarme decididamente a la defensa de mi Iglesia y, desde la Iglesia, al lado de mi pueblo tan oprimido y atropellado[3].

Sono le sue omelie — che l’arcidiocesi di San Salvador ha pubblicato in otto volumi[4] — a testimoniare la rinnovata visione del suo impegno pastorale. Come ha affermato mons. Tonino Bello: «Basta leggere le sue omelie per rendersi conto di come, alla radice del suo cambiamento, ci sia solo la Parola di Dio e non la smania di chi si serve degli oppressi per emergere e trovare consensi»[5].

Era un dato di fatto però che, a questo punto, proprio la predicazione religiosa di Romero veniva avvertita come una minaccia dal presidente Molina e dall’oligarchia. A provocare il suo rinvigorimento pastorale fu l’escalation della violenza repressiva del Governo militare, come pure di quella eversiva dei gruppi di guerriglia rivoluzionaria. In questo contesto Romero assunse con decisione il ruolo di defensor civitatis secondo la tradizione degli antichi Padri della Chiesa.

Un’eredità per oggi

Óscar Romero raccoglie l’eredità di p. Rutilio Grande e ridisegna il suo stesso mandato di vescovo e anche le sue relazioni moderate con il Governo. Durante i suoi interventi, come nelle omelie, non perde occasione per affermare la necessità di un’azione di amore e di rifiuto della violenza, che si contrapponga all’orrore provocato da quanti non vogliono operare per il cambiamento, per la giustizia e per la pace. La radice della liberazione e il suo orizzonte per lui sono sempre da ritrovare in Dio, non in un’idea. Ricordando il suo amico Rutilio, disse: «La liberazione che il p. Grande predicava è ispirata dalla fede, una fede che ci parla della vita eterna, una fede che ora egli, con il suo volto levato al cielo, accompagnato dai campesinos, offre nella sua totalità e nella sua perfezione: la liberazione che termina nella felicità in Dio».

Il messaggio di Romero era rivolto non solo ai suoi fedeli, ma agli stessi uomini politici, ai guerriglieri e a tutti i cittadini. Ai funerali del ministro Borgonovo Pohl, ucciso dalla guerriglia, l’arcivescovo ribadisce con forza la necessità che tutti abbandonino qualsiasi forma di violenza. Egli, che denuncia incessantemente le ingiustizie perpetrate dal potere economico e politico, ritenuto diretto responsabile delle ondate di violenza che colpiscono popolo e Chiesa, diventa così la voce dei senza nome e, soprattutto, personifica un atto di accusa verso quanti, apertamente, non rifiutano una vita caratterizzata da ingiustizie, terrore e violenza.

La posizione di mons. Romero viene riconosciuta e valorizzata anche a livello internazionale. Il 14 febbraio 1978 egli riceve la laurea honoris causa dalla Georgetown University ; nel 1979 è candidato al premio Nobel per la pace; nel febbraio 1980 riceve la laurea honoris causa dall’Università di Lovanio. Il discorso che allora pronunciò in Belgio è una vera sintesi del suo modo di vedere: «La speranza che predichiamo ai poveri, la predichiamo per restituire loro dignità e per incoraggiarli a essere essi stessi autori del proprio destino. In una parola, la Chiesa non solo si è messa dalla parte dei poveri, ma fa di loro i destinatari della sua missione, perché, come dice Puebla, Dio prende le loro difese e li ama». E ancora: «Le maggioranze povere del nostro Paese sono oppresse e represse quotidianamente dalle strutture economiche e politiche. Da noi continuano a essere vere le terribili parole dei profeti d’Israele. Esistono tra noi “quelli che vendono il giusto per un denaro e il povero per un paio di sandali; quelli che accumulano violenza e saccheggio nei loro palazzi; quelli che schiacciano i poveri; quelli che accumulano casa su casa e aggiungono campo a campo fino a occupare tutto il terreno” (Am 2,6; 3,10; 4,1; Is 5,8)».

I testi dei profeti Amos e Isaia non sono per mons. Romero voci lontane di molti secoli fa, «sono realtà quotidiane, la cui intensa crudeltà viviamo giorno per giorno. Le viviamo quando vengono da noi madri e spose di prigionieri e di scomparsi, quando ap­paiono cadaveri sfigurati in cimiteri clandestini, quando sono uccisi coloro che lottano per la giustizia e per la pace!». Ed ecco, da questo quadro, la sua fede nel Dio della vita: «Noi crediamo, con l’apostolo Giovanni, che Gesù è la parola di vita e che, dove c’è la vita, ci si manifesta Dio. Dove il povero comincia a vivere, dove il povero comincia a liberarsi, dove gli uomini sono capaci di sedersi intorno a una tavola comune per condividere ciò che hanno, là è presente il Dio della vita».

L’arcivescovo diventa così il motore di una rinata coscienza popolare, che conduce cittadini e moltissimi sacerdoti a gridare il «Basta ya! (Adesso basta!)». La sua convinzione è quella espressa anche nella sua ultima omelia, pochi istanti prima di essere ucciso: «Sappiamo che ogni sforzo per migliorare una società, soprattutto quando vi sono questa ingiustizia e il peccato, è uno sforzo che Dio benedice, che Dio vuole, che Dio esige da noi».

Ma così Romero, proprio per il suo messaggio di fede, diventa sempre più un personaggio scomodo, come scomodi sono il suo credo non-violento e la sua ferma convinzione che la soluzione dei mali del Paese possa giungere soltanto attraverso una conversione globale, che parta dal cuore, passi per un approccio votato al rispetto, al dialogo e alla collaborazione, per giungere infine a una riforma che costruisca leggi più giuste e una loro applicazione equa e imparziale. Proprio il suo dolore per le vittime di qualsiasi schieramento — guerriglieri, poliziotti, sacerdoti, politici e civili inermi — lo pone in una posizione difficile.

Il 1980 è annus terribilis per il Salvador, che vive un periodo particolarmente violento, durante il quale il Governo agisce in stretta relazione con il gruppo paramilitare Orden e gli squadroni della morte. Tra gennaio e marzo vengono assassinati più di 900 civili. Appena rientrato dal suo viaggio in Europa, il 17 febbraio, Romero invia una lettera al presidente Carter, nella quale si oppone agli aiuti che gli Stati Uniti stanno offrendo al Governo salvadoregno, aiuti che favoriscono la repressione del popolo.

Da questo momento si intensificano le minacce di morte che egli già riceveva da tempo: agli inizi di marzo viene danneggiata una cabina di trasmissione della radio Ysax, che trasmetteva le sue omelie domenicali. Nei giorni 22 e 23 marzo le religiose che gestiscono l’ospedale della Divina Provvidenza, dove viveva l’arcivescovo, ricevono telefonate anonime minacciose. Mons. Lajos Kada, nunzio in Costa Rica, avvisa mons. Romero del pericolo rea­le. Un mese prima della sua morte, sul quaderno degli Esercizi spirituali, Romero così aveva annotato: «Il nunzio di Costa Rica mi ha messo in guardia da un pericolo imminente proprio in questa settimana… Le circostanze impreviste si affronteranno con la grazia di Dio. Gesù Cristo aiutò i martiri e, se ce ne sarà bisogno, lo sentirò molto vicino quando gli affiderò il mio ultimo respiro. Ma, più dell’ultimo istante di vita, conta dargli tutta la vita e vivere per lui… Accetto con fede la mia morte per quanto difficile essa sia. Né voglio darle un’intenzione, come vorrei, per la pace del mio Paese e per la crescita della nostra Chiesa… Perché il cuore di Cristo saprà darle il destino che vuole. Mi basta, per essere felice e fiducioso, sapere con certezza che in lui è la mia vita e la mia morte; che, nonostante i miei peccati, in lui ho riposto la mia fiducia e non resterò confuso, e altri proseguiranno, con più saggezza e santità, il lavoro per la Chiesa e per la patria». Le minacce trapelate rivelano che la sentenza di morte si appoggiava su connivenze losche tra poteri che ne permisero l’esecuzione.

La percezione della morte imminente intesa come martirio si fece precisa e puntuale. Come si poneva mons. Romero davanti a questo evento previsto? Quali i suoi sentimenti? La chiarezza e la lucidità del suo affidamento a Dio si univano alla umana percezione di terrore: nelle ultime settimane di vita ogni rumore improvviso gli dava soprassalto, gettandolo nel panico. Visse momenti di abbattimento e di tristezza, come in un Getsemani. Il giorno prima d’essere ucciso predicò ben due ore e pronunciò l’appello famoso ai soldati perché non uccidessero in violazione della legge di Dio: «Un appello speciale agli uomini dell’esercito… Davanti all’ordine di uccidere dato da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice: non uccidere. Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine contrario alla legge di Dio […]. In nome di Dio, e in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono fino al cielo ogni giorno più impetuosi, vi supplico, vi scongiuro, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!».

Mons. Romero viene ucciso da un sicario su mandato dell’ex-maggiore Roberto D’Aubuisson, che si occupava di squadroni della morte e che in seguito sarebbe diventato il leader del partito nazionalista conservatore Alianza Republicana Nacionalista. Un proiettile esplosivo lo raggiunge vicino al cuore il 24 marzo 1980, alle ore 18,20, mentre celebra la Messa nella chiesa dell’ospedale della Divina Provvidenza.

L’evento sconvolge profondamente il Paese, ma anche la comunità internazionale, specialmente per le circostanze. Soltanto altri due vescovi, Stanislao di Cracovia e Thomas Beckett, furono uccisi sull’altare, ma in tempi molto lontani: rispettivamente nel 1079 e nel 1170. Ciò rende la figura e l’opera di Romero emblematiche, fino a trascendere i confini salvadoregni. Le sue ultime parole: «Questa Santa Messa infatti, questa Eucaristia è esattamente un atto di fede. Alla luce della fede cristiana, ci sembra che, in questo momento, la voce di divisione si trasformi nel corpo del Signore che si offrì per la redenzione del mondo, e in questo calice il vino si trasformi nel sangue che fu il prezzo della salvezza. Che questo corpo immolato, che questo sangue sacrificato per gli uomini siano alimento per noi, affinché anche noi offriamo il nostro corpo alla sofferenza e al dolore, come Cristo, non per noi stessi, ma per dare frutti di giustizia e di pace al nostro popolo».

L’impegno di Romero basato sul Vangelo e non sull’ideologia

Come si è notato sin qui, il percorso biografico di mons. Romero fa emergere con chiarezza che egli ha sempre fondato il suo impegno pastorale, specialmente per i più poveri, non su una visione ideologica, ma sul Vangelo, rinnegando sempre e comunque la violenza, per chiedere invece la conversione. Questo è un nodo centrale per comprendere la figura di Romero.

Le testimonianze sono numerose. Tra le tante, quella di p. Bartolomeo Sorge, che ha conosciuto mons. Romero personalmente nel gennaio del 1979 a Puebla, partecipando ai lavori della Terza conferenza generale dell’Episcopato latinoamericano (Celam). Egli era allora direttore de La Civiltà Cattolica, ed era stato inviato a Puebla come «esperto» da Papa Giovanni Paolo I. Il card. Baggio volle che partecipasse ai lavori della VI commissione di studio, incaricata di approfondire il rapporto tra evangelizzazione, liberazione e promozione umana. Era la stessa commissione a cui apparteneva, oltre a mons. Romero, anche mons. Hélder Câmara[6].

Afferma p. Sorge, nella testimonianza personale che abbiamo raccolto: «Giungendo a Puebla, portavo con me il pregiudizio, molto diffuso negli ambienti romani, secondo cui mons. Romero era una “testa calda”, un “vescovo politicante”, favorevole alla “teologia della liberazione”. Fin dai primi incontri potei scoprire un mons. Romero completamente diverso dall’immagine che me ne ero fatta a Roma. Mi colpirono subito l’umiltà sincera del tratto, lo straordinario spirito di preghiera, la indiscussa fedeltà al Vangelo e alla Chiesa, soprattutto il grande amore per i poveri, per gli ultimi dei suoi campesinos. Esattamente il contrario di quella “testa calda” o di quel “vescovo politicante” di cui avevo sentito parlare».

E prosegue p. Sorge: «Mi resi subito conto che mons. Romero e altri non erano affatto remissivi nei confronti dei fautori di una lettura marxista del Vangelo (che giustamente la Chiesa condanna); molto più semplicemente essi, nel denunciare le ingiustizie, applicavano la Parola di Dio direttamente ai problemi concreti della gente, senza troppe mediazioni. Era dunque un abbaglio evidente confondere le deviazioni teologiche dei “cristiani per il socialismo” con la lettura sapienziale che mons. Romero e altri vescovi latinoamericani facevano del Vangelo».

Sorge ricorda anche i colloqui amichevoli avuti personalmente con mons. Romero, durante gli intervalli: «Una volta mi disse che era stato inviato come vescovo a San Salvador, perché aveva fama di “conservatore”, per “riequilibrare” una situazione ecclesiale difficile… Ricordo, come se fosse oggi, un dialogo più lungo che avemmo un giorno, durante la pausa dei lavori di mezza mattina. Mi raccontò della situazione dolorosa e drammatica del suo Paese, che amava; mi disse dei diritti umani calpestati, della “sparizione” di tanti suoi figli, delle torture e delle esecuzioni sommarie, del clima violento di repressione che stava spingendo El Salvador verso l’insurrezione popolare (così egli temeva). Eppure non ebbe una sola parola di odio o di rabbia. Anzi, credeva fermamente che si dovesse fermare la violenza, dovunque essa fosse; diceva che la vendetta doveva essere bandita, e doveva invece trionfare la giustizia nell’amore per giungere alla riconciliazione e alla pace».

Il risultato finale dello studio delle testimonianze processuali, dei documenti e delle oltre cinquantamila carte dell’archivio di Romero è che il suo pensiero teologico era «uguale a quello di Paolo VI definito nell’esortazione Evangelii nuntiandi», come rispose Romero stesso nel ’78 a chi gli chiedeva ragione della sua teologia. Così come era quello del cardinale Pironio: la liberazione era identificata con il mistero pasquale di Cristo, che si esprime anche nella chiara ed evangelica rivendicazione cristiana della giustizia sociale. La Chiesa, in questo senso, è fermento della storia.

Verso gli altari

Quando, nel 1983, san Giovanni Paolo II visitò San Salvador, si recò subito presso la tomba di mons. Romero per pregare su di essa. E in occasione del Giubileo dei martiri del XX secolo del 7 maggio 2000, citò espressamente l’arcivescovo quale esempio di testimonianza del Vangelo fino al dono della vita. Allora riprese quasi integralmente quanto aveva scritto il giorno della sua morte alla Conferenza episcopale salvadoregna: «Il servizio sacerdotale della Chiesa di Óscar Romero ha avuto il sigillo immolando la sua vita, mentre offriva la vittima eucaristica».

Nel 2007, in viaggio verso il Brasile, Benedetto XVI disse chiaramente che riteneva Romero degno degli altari: «Non dubito — disse, parlando con i giornalisti sull’aereo — che la sua persona meriti la beatificazione». La causa era stata avviata nel 1993, e nel 1996 venne nominato postulatore mons. Vincenzo Paglia. Da quel momento l’iter è diventato molto complesso, fatto anche di lunghe attese e sospensioni. Gli scritti di Romero furono sottoposti a un attento vaglio, al seguito del quale, nel 2011, non fu trovato alcun errore dottrinale. E tuttavia furono addotti motivi prudenziali per non proseguire nel percorso avviato in attesa di ulteriori chiarimenti, fino a che Benedetto XVI, negli ultimi giorni del suo pontificato, considerò, pro veritate, che era giunto il tempo di far proseguire l’iter normale alla causa. Il 24 aprile 2013 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha revocato la Dilata (cioè l’istanza di attesa).

Così, durante il volo di rientro dal suo viaggio nella Repubblica di Corea, il 19 agosto 2014, Papa Francesco, interrogato sul processo di beatificazione dell’arcivescovo, poteva dichiarare: «Il processo era alla Congregazione per la Dottrina della Fede, bloccato “per prudenza”, si diceva. Adesso è sbloccato. È passato alla Congregazione per i Santi. E segue la strada normale di un processo».

Il punto centrale della causa era il dubbio che si potesse parlare di martirio in odium fidei. Il 7 gennaio 2015 il chiarimento dei teologi è arrivato: Romero è stato assassinato in odio della fede[7]. Le testimonianze hanno rivelato chiaramente che la sua morte si deve alla sua coerenza con la fede e con il magistero della Chiesa, a tal punto che egli si sentiva preparato e disposto al martirio. Il voto espresso dalla Congregazione delle cause dei santi è stato unanimemente positivo sul martirio formale e materiale da lui subìto come pastore della Chiesa. Come già sottolineò con chiarezza il successore di Romero, mons. Arturo Rivera y Damas, «in un contesto di polarizzazione segnato dagli interessi geopolitici che si combattevano nel Paese, si scambiò per connivenza con l’ideologia socialista anche la difesa concreta del popolo inerme, dei poveri e degli ultimi, che uomini come Romero sostenevano non per vicinanza alle idee socialiste, ma per semplice fedeltà al Vangelo».

Il 3 febbraio papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto riguardante il martirio di mons. Romero.

Quello di Romero è un chiaro esempio di vescovo plasmato interiormente dalla lettura della Bibbia e dalla riflessione sul magistero della Chiesa, e formato pastoralmente dal suo stesso popolo. Va considerato modello di una via che, attraverso il dialogo e il rispetto, ma anche attraverso la ferma denuncia delle ingiustizie, sappia condurre a una trasformazione, a un’elevazione della vita di una comunità, seguendo una direzione chiara: l’evangelizzazione indissolubilmente legata alla giustizia e alla promozione umana. Esattamente 30 giorni prima di morire, nell’omelia egli aveva detto: «Cristo è il Signore, io non devo adorare nessun altro. Io piego le mie ginocchia solo dinanzi a Lui. E nonostante io muoia, sempre sarò in ginocchio davanti a Cristo. Mai mi inginocchierò davanti agli uomini».

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[1].      Per un approfondimento sulla figura di mons. Romero, segnaliamo, fra gli altri: G. Salvini, «Il 25° anniversario di mons. Romero», in Civ. Catt. 2005 IV 237-250; R. Morozzo della Rocca, Primero Dios. Vita di Oscar Romero, Milano, Mondadori, 2005; J. Delgado, Monseñor. Vita di Oscar Arnulfo Romero, Cinisello Balsamo (Mi), Paoline, 1986; E. Masina, L’arcivescovo deve morire. Oscar Romero e il suo popolo, Trento, Il Margine, 2011.

[2].      Sulla teologia della liberazione, cfr G. Mosso, «I temi centrali della teologia della liberazione», in Civ. Catt. 1984 IV 534-549; P. Vanzan, «Luci e ombre della Teologia della liberazione», ivi, 1985 II 342-356.

[3].      Lettera conservata nell’Archivio storico dell’archidiocesi di San Salvador.

[4].      Cfr Ó. A. Romero, Su Pensamiento, 8 voll., San Salvador, Publicaciones Pastorales del Arzobispado, 2000. È possibile leggere tutta la sua opera in formato digitale presso http://bib.cervantesvirtual.com/bib_autor/romero/escritos.shtml

[5].      Così mons. Tonino Bello, in una sua omelia a sette anni dalla morte di mons. Romero nella Basilica dei Santi Apostoli in Roma.

[6].      La commissione lavorò insieme per tre settimane e dedicò molto tempo ad approfondire, alla luce delle gravi necessità dei poveri, della Parola di Dio e dell’insegnamento della Chiesa, le risposte da dare e le scelte da fare per annunciare il Vangelo in situazioni di sottosviluppo umano, di violenza fisica e morale, di emarginazione, soprattutto in America Latina. Il lavoro della commissione si trova condensato nella II parte del Documento finale di Puebla, e precisamente nel paragrafo n. 4 del II capitolo, intitolato Evangelizzazione, liberazione e promozione umana (nn. 470-506). Mons. Romero contribuì attivamente alla stesura definitiva di quel paragrafo, approvato poi dall’assemblea generale. In esso si può ritrovare molto del suo spirito pastorale e del suo coraggio apostolico.

[7].      Ricordiamo che «martire», in senso canonico, è colui che viene ucciso in odium fidei. Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, «il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede; il martire è un testimone che arriva fino alla morte. Egli rende testimonianza a Cristo, morto e risorto, al quale è unito nella carità. Rende testimonianza alla verità della fede e alla dottrina cristiana. Affronta la morte con un atto di fortezza» (n. 2473).

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