Dietro me - strapiomba l’Eternità - / davanti a Me - l’Immortalità - / Io - in mezzo (P 721):[1] basterebbero queste coordinate spaziali a testimoniare il respiro della vicenda poetica della scrittrice statunitense Emily Dickinson (1830-86), autrice di questi versi. Non è certo facile dar conto di un’esperienza letteraria che ha generato complessivamente almeno 1.775 poesie[2] e ben più delle 1.409 lettere, vere prose poetiche, che ci sono rimaste:[3] le altre restano irreperibili o sono state distrutte dopo la sua morte.[4] A una produzione magmatica corrisponde una biografia che vanta molte ricostruzioni,[5] le quali tuttavia lasciano l’esistenza della scrittrice avvolta nel mistero.
Verso un domestico «altrove»
Emily Dickinson nasce a Amherst (Massachusetts) il 10 dicembre 1830. Qui vive per quasi tutta la sua esistenza. Il padre è un facoltoso avvocato che diverrà deputato al Congresso. La sua educazione è decisamente segnata da un severo puritanesimo, che permea soprattutto le scuole che frequenta: l’Amherst Academy eil Mount Holyoke Female Seminary. Dopo un periodo di apprendistato, è dal 1859 che la sua produzione si fa più intensa e anche più ispirata, per raggiungere la vetta nel 1862, anno nel quale ella compose ben 366 poesie.
Le biografie della poetessa rivelano in questi anni la presenza di un grande amore impossibile, vissuto del tutto idealmente, per il reverendo Wadsworth, già sposato e ben più anziano di lei. Si trattava di un sentimento che le impose la rinuncia. Secondo Margherita Guidacci, grande interprete dell’opera dickinsoniana, questo amore fu uno degli elementi che condusse la Dickinson a un più maturo sbocco poetico, in quanto «le permetteva, oltre tutto, di anticipare una condizione intemporale — morte ed eternità — in cui non vi sarebbero finalmente più stati ostacoli al suo amore».[6] Quando, nel 1862, il rev. Wadsworth le comunicò il suo trasferimento a San Francisco (California), cosa che di fatto avrebbe reso difficile anche il rapporto epistolare, Emily visse una vertigine che la spinse ancor di più verso il mondo dell’espressione e della poesia.
È proprio in questi anni che la Dickinson matura la scelta singolare di vestirsi sempre di bianco e di vivere in un isolamento quasi assoluto, che la condurrà a vivere esclusivamente tra le pareti domestiche fino alla morte.[7] La reclusione ultraventennale da «monaca ribelle» (Wayward Nun [P 722]), secondo la definizione della stessa poetessa, è il capitolo più misterioso della sua biografia,
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