Nei dieci secoli che vanno dal VI al XVI, quando si celebra il Concilio di Trento (1545-63), avvengono in campo eucaristico molti fatti nuovi, le cui ripercussioni si fanno sentire ancora oggi nel modo in cui molti cristiani pensano e praticano la loro fede nell’Eucaristia. È importante perciò conoscere che cos’è avvenuto in quel tempo.
La diradazione della comunione eucaristica
Il primo fatto che colpisce a cominciare dal secolo VI è la crescente diradazione della comunione eucaristica. Dal I al V secolo questa era considerata come normale partecipazione al sacrificio eucaristico. Così, quando la celebrazione eucaristica divenne, da settimanale, quotidiana, i cristiani ricevevano la comunione ogni giorno, come ricordano Tertulliano[1] e san Cipriano[2]. Anzi i fedeli potevano portare l’Eucaristia nelle loro case per comunicarsi quando volevano[3]: un uso poi abolito per gli inconvenienti a cui dava luogo. Nei secoli IV e V, la comunione quotidiana è il regime normale. A Roma ci si comunica ogni giorno, come attesta san Girolamo[4]. A Milano sant’Ambrogio impegna tutta la sua forza persuasiva per mantenere la comunione quotidiana, poiché non è lui, ma «è la Chiesa stessa che esorta i fedeli a questa recezione così salutare per le anime»[5]. In Africa sant’Agostino la raccomanda con insistenza ai suoi uditori[6], con la condizione di non avere la coscienza gravata da un peccato mortale[7]. Lo stesso avviene nel mondo orientale, come attestano Origene, san Cirillo di Alessandria e san Giovanni Crisostomo, il quale stimola i cristiani a ricevere l’Eucaristia tutti i giorni[8].
In realtà, i Padri del IV-V secolo hanno la convinzione che, per vivere pienamente della vita di Cristo, i fedeli debbano partecipare, per quanto è loro possibile, tutti i giorni ai misteri di Cristo. Ma già in questi primi secoli la pratica della comunione giornaliera o frequente comincia a indebolirsi, sia per un rilassamento della vita cristiana dovuto all’ingresso massiccio dei pagani nella Chiesa dopo la conversione di Costantino, sia per il rispetto esagerato che, negli ambienti monastici, si ha per l’Eucaristia e per il timore di accostarsi ad essa senza esserne degni, sia per la convinzione che ricevere l’Eucaristia interrompesse il digiuno imposto dalla Chiesa in alcuni giorni della settimana e dell’anno, sia, soprattutto, per le disposizioni sempre più rigorose richieste per poterla ricevere: disposizioni sia interiori, di piena conformità alla vita di Cristo, sia esteriori, quale l’astensione dai rapporti
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