Un miliziano curdo del YPG. Foto: Flickr/Kurdishstruggle

LA TURCHIA E LE «ENCLAVE» CURDE IN SIRIA

Quaderno 4025

pag. 476 - 490

Anno 2018

Volume I

3 marzo 2018

ABSTRACT – Con la sconfitta militare e territoriale dello Stato Islamico ci si aspettava che la guerra in Siria fosse ormai alla fine. Le potenze «vincitrici» del conflitto, cioè la Russia, l’Iran e la Turchia, da mesi stanno trattando su come risolvere la difficile crisi siriana. Eppure essa continua, aprendo nuovi pericolosi fronti di conflitto, come l’operazione militare condotta dalla Turchia contro i «terroristi» curdi; il conflitto tra le milizie filo-Assad e quelle arabo-curde, denominate Forze democratiche siriane, sostenute dagli Stati Uniti; l’attacco dell’esercito di Damasco contro alcune zone controllate dagli oppositori del regime, soprattutto l’area della Gutha orientale, nei pressi della capitale, dove i raid aerei hanno bombardato la zona per diversi giorni, provocando alcune centinaia di morti, molti dei quali bambini e donne.

Per quanto riguarda l’operazione militare condotta dalla Turchia contro i «terroristi» curdi, essa in qualche modo era già prevista da tempo, quasi «calendarizzata», dall’alleanza filo-Assad. Ma chi sono precisamente i «terroristi curdi» che Erdoğan vorrebbe sradicare dalle zone (o meglio regioni) di confine tra la Turchia e la Siria? In questa denominazione sono inclusi sia le Unità di protezione del popolo curdo (Ypg) sia le Forze democratiche siriane. Queste, come già accennato, sono una coalizione sostenuta dagli Stati Uniti, formata da componenti delle Ypg e da altri gruppi di guerriglieri, per lo più arabi, che si sono distinti soprattutto per aver cacciato l’Is dalla sua capitale siriana, Raqqa. Secondo i turchi, queste formazioni militari sarebbero una semplice emanazione del Pkk, il partito che è considerato dalla Turchia – e anche dall’Ue e da altri Paesi, tra i quali gli Stati Uniti – un’organizzazione terroristica. L’obiettivo principale dell’operazione militare turca in territorio siriano sarebbe di impedire che i tre «cantoni» curdi confinanti con la Turchia si uniscano, creando una sorta di «continuità territoriale», che potrebbe diventare la base per successive richieste di autonomia politica nei confronti dello Stato centrale. In ultimo, Erdoğan intende ostacolare il progetto degli Stati Uniti di creare un esercito curdo per pattugliare il confine turco-siriano.

La pericolosità dell’azione militare intrapresa da Erdoğan non va sottovalutata. Questi conflitti, se non contenuti, possono far riesplodere la guerra tra le grandi potenze presenti in quel «fazzoletto di terra»: una guerra che finora ha provocato più di 500.000 morti e 5 milioni di profughi, destabilizzando molte aree del Medio Oriente. Inoltre, mentre nel nord della Siria la tensione cresce, in altre zone, dove la «vigilanza» delle grandi potenze è diminuita, l’Is ne approfitta per ritagliarsi nuove aree di influenza.

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TURKEY AND THE KURDISH «ENCLAVE» IN SYRIA

With the military and territorial defeat of the Islamic State it was expected that the war in Syria had come to an end. Yet it continues, opening up dangerous new frontiers of conflict, such as the military operation conducted by Turkey against Kurdish “terrorists” affiliated with the Kurdistan Workers’ Party; the conflict between pro-Assad and Arab-Kurdish militias, called the Syrian democratic forces, supported by the United States; the attack by the Damascus army against some areas controlled by opponents of the regime. These conflicts, if not contained, can make the war between the great powers re-explode: a war that has so far caused more than 500,000 deaths and five million refugees, destabilizing many areas of the Middle East.

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