«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio» (Gal 4,4). Con questa mirabile espressione, l’apostolo Paolo aveva designato il compimento dei tempi messianici. Successivamente, gli storici del cristianesimo, con occhio attento al tempo profano, hanno rilevato come proprio in quel momento si sia aperto, nel mondo unificato dalla pax augustea, uno scenario mai visto prima, che avrebbe reso agevole e rapida la diffusione della Buona Notizia. Ad Augusto, del resto, aveva fatto riferimento l’evangelista Luca, nel datare la venuta del Redentore (cfr Lc 2,1).
Le più antiche pagine degli scrittori cristiani, sebbene rifiutino nettamente l’imperante paganitas, appaiono tuttavia venate dal riconoscimento del ruolo provvidenziale dell’Impero romano. Origene, ad esempio, facendo leva sull’unità che allora abbracciava tutto il mondo civile conosciuto, rilevava il servizio reso dall’Impero alla fede cristiana[1]. E Tertulliano, nonostante la sua ferma rivendicazione della libertà di coscienza di fronte allo Stato, invitava a pregare perché il dominio di Roma perdurasse[2]. Sulle preghiere che i cristiani elevavano per l’imperatore riferisce anche Eusebio[3]. Agostino, poi, sebbene dichiarasse la «Babilonia» dell’Impero romano incompatibile con la «città di Dio», non esitava a riconoscere che dal «benessere» di essa discendeva quello dei cristiani[4].
Il mondo unificato e civilizzato da Roma
L’incontro con la romanità aveva già da tempo avviato un processo di trasformazione culturale e sociale nella parte dell’orbe che, con un termine felicemente coniato dal grande studioso Droysen, possiamo designare come «quella dell’Oriente ellenistico»[5].
Lo storico Polibio dava voce, per la prima volta, a una compiuta storiografia che esprimeva l’ammirazione dei Greci per la città del Lazio. E anche se questa concretizzò il suo dominio dell’Ellade, i Greci non mancarono alla fine di riconoscere quel disegno storico universale che si compiva attorno al caput mundi. Con Posidonio, il pensiero storico dei Greci manifestava la sua profonda attitudine a penetrare il senso di questa realtà, da cui era maturata una nuova concezione della politica, e anche dell’uomo.
Quando poi l’orbs subì l’estremo sforzo unificatore di Augusto, anche il ricchissimo patrimonio storiografico prodotto nei secoli si raccolse in una costruzione unitaria, alla quale Diodoro Siculo seppe dare il titolo significativo di Biblioteca storica. E non poterono chiamarsi che Romaika i libri che, circa due secoli dopo, Appiano con pari visione universale dedicò al passato delle singole parti dell’Ecumene. Storie del tutto romanocentriche furono poi quelle che scrissero Dionigi di Alicarnasso (Romaike Archaiologia) e Cassio Dione (Romaike
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