IL PAPA, IL RABBINO, LA TERRA SANTA

Intervista ad Abraham Skorka

Quaderno 3934

pag. 359 - 393

Anno 2014

Volume II

17 Maggio 2014
Voiced by Amazon Polly

Dal 24 al 26 maggio Papa Francesco si recherà in Terra Santa: Amman, Betlemme e Gerusalemme le tappe del viaggio. Occasione per la visita, il cinquantesimo anniversario dell’incontro a Gerusalemme tra Papa Paolo VI e il Patriarca di Costantinopoli, Atenagora, avvenuto il 5 gennaio 1964. Avranno luogo incontri di grande valore ecumenico e interreligioso: con il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, con il Gran Muftì di Gerusalemme, con i Gran Rabbini di Israele. Il Papa deporrà fiori al Monte Herzl e visiterà il Memoriale dello Yad Vashem. Questo viaggio ha radici antiche e nasce anche dagli ottimi rapporti che l’allora cardinal Bergoglio aveva intrattenuto con i leader religiosi argentini, in particolare ebrei e musulmani.

Tra queste sincere amicizie sono da notare quelle con il rabbino Abraham Skorka e quella con il già segretario generale del Centro Islamico di Argentina Omar Abboud. Il Papa, in questo suo viaggio in Terra Santa, ha deciso di avere accanto a sé proprio questi amici di vecchia data. Abboud incontrerà il Papa in Giordania; Skorka lo raggiungerà a Betlemme. Bergoglio, Abboud e Skorka, insieme ad altri leader religiosi hanno creato in Argentina un contesto armonico di dialogo tra religioni differenti, mosso dal desiderio di costruire insieme la nazione.

Ricordiamo che il 15 gennaio 2014 una delegazione di leader ebrei argentini è stata ospitata dal pontefice per un pranzo kosher informale presso Santa Marta. Il Congreso Judío Latinoamericano ha organizzato l’incontro. Tra i presenti, oltre al rabbino Skorka, il direttore del Congreso, Claudio Epelman; Julio Schlosser, presidente delle Associazioni Israelite Argentine; e il rabbino Daniel Goldman, ben noto per il suo lavoro nel campo dei diritti umani. Alla fine del pranzo, tutti insieme hanno intonato il Salmo 133: «Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!».

Con il rabbino Skorka, in particolare, Bergoglio ha avuto occasione di dialogare molte volte all’interno di programmi televisivi, e ha scritto un volume davvero prezioso dal titolo Il cielo e la terra, frutto di un loro dialogo a tutto campo. Nato a Buenos Aires nel 1950, Skorka è un chimico — cosa che lo avvicina a Bergoglio, il quale ha studiato la stessa disciplina —, che però poi ha seguito lo studio della letteratura biblica e rabbinica, diventando rabbino della comunità Benei Tikva, oltre a essere oggi rettore del Seminario latinoamericano della capitale argentina. Come si capirà dall’intervista, il viaggio in Terra Santa ha le sue radici anche nell’amicizia del Papa con questo rabbino.

Ho incontrato Abraham Skorka il 14 gennaio scorso a Roma, nella sede della Stampa Estera. È stato un breve incontro di presentazione, nel quale ho potuto salutare anche sua moglie, la signora Silvia. Eravamo lì in occasione della presentazione di una biografia di Papa Francesco. In quella stretta di mano è rapidamente maturato il desiderio di dialogare con lui, e non soltanto per una breve intervista. Lì per lì scambiammo soltanto alcune battute, ma lui mi diede anche il numero di telefono del suo albergo romano. Gli telefonai il giorno dopo. Gli parlai della mia idea di un’intervista lunga, distesa, su più temi, per La Civiltà Cattolica. Avevo elaborato molte domande su vari argomenti: la sua amicizia con Bergoglio, il viaggio del Papa in Israele, il valore della religione, la sua prospettiva di ebreo su questo pontificato… Lui si dimostrò immediatamente disponibile. Rividi il rabbino due giorni dopo, presso l’Università Gregoriana. La sua disponibilità mi fu confermata e fu piena. Il nostro dialogo è avvenuto un po’ di persona, un po’ al telefono, un po’ grazie a un fitto scambio di e-mail e una mattinata trascorsa insieme presso la sede della nostra rivista il 29 aprile scorso.

Le risposte di Skorka sono meditazioni. Solo una meditazione potrà aiutarci a trascendere la cronaca e a farci entrare nei significati profondi degli eventi del viaggio del Papa in Terra Santa. In questa intervista il rabbino rileva le radici profonde di questo viaggio, le sue motivazioni, le sue aspirazioni, i problemi spinosi che dovrà affrontare, le questioni aperte nel rapporto tra Chiesa ed Ebraismo. Skorka va a fondo, facendo tesoro e mettendo a frutto la propria competenza: fedele al nostro patto, non dà soltanto risposte «giornalistiche», ma si allarga e approfondisce così come ritiene opportuno.

Questa intervista in realtà è anche un contributo a comprendere meglio, e a tutto campo, la personalità di Jorge Mario Bergoglio e a riflettere meglio sul suo ministero come Papa Francesco, sulle sfide che ha davanti. Uno sguardo inedito, che viene dall’Ebraismo e che si interroga sul significato della vita, del bene e del male, del dialogo, del rapporto tra lo Stato e le religioni, su Dio e il demonio, ben consapevole del pensiero di Bergoglio su questi temi. In alcuni casi anche registrando posizioni non concordanti. Emerge in ogni caso la gioia e la gratitudine dell’amicizia.

La mia prima domanda è diretta e semplice. Lo saranno anche tutte le altre. Chiedo innanzitutto al mio interlocutore di presentarsi…

CHI È IL PAPA, CHI È IL RABBINO

Chi è il rabbino Skorka?

È difficile parlare di sé. Posso dire che fin dalla prima infanzia ho avvertito dentro di me un sentimento di religiosità. Non parlo del semplice rispetto passivo per una presenza di Dio che ha a che fare con l’osservanza scrupolosa delle norme della tradizione. Era sentire la presenza di un Dio con il quale potevo e dovevo entrare in dialogo e in discussione. Un Dio vivente al quale si può, anzi si deve, chiedere risposte sulle tragedie che ci sono accadute. I miei genitori erano arrivati in Argentina negli anni Venti del secolo scorso: mia madre era una bambina e mio padre un adolescente. Ma le rispettive famiglie erano rimaste nella Polonia natale. Quando sono nati, soltanto alcuni di coloro che erano rimasti in Europa erano riusciti a eludere un destino finale che, per la maggior parte di loro, aveva avuto il nome di Treblinka. La Shoah mi ha accompagnato fin dall’infanzia come una fonte di perplessità. I miei nonni paterni morirono entrambi nel 1958, nel giro di un mese. Per tutto quell’anno andai al tempio con mio padre, perché, seguendo la tradizione, dovevo recitare le varie formule del Kaddish funebre. È una preghiera che si recita in memoria dei defunti, ma non fa riferimento alla morte, bensì a un mondo redento, a un futuro in cui regna la pace piena. A quei tempi i fedeli, anche se erano osservanti, non si manifestavano in modi fanatici. La loro religiosità nasceva da un sentimento, dalla convinzione che esiste Qualcuno che implora giustizia, misericordia, amore.

Che cosa ha studiato?

Studiai Chimica nella facoltà di Scienze, ma la mia mente trascendeva il pensiero scientifico pragmatico. Amavo contemplare la perfezione dell’opera di Dio e i messaggi che ne provenivano. Mi immedesimavo nel Salmo 19, nella descrizione del messaggio scritto nella natura, in cui ritrovavo incisa l’orma divina della creazione. Ho dedicato lunghe ore a rimuginare sulle rappresentazioni della natura che ci vengono dalla meccanica quantistica e dalla relatività. Nelle loro descrizioni dell’universo, che vanno molto al di là di ciò che si può capire con il senso comune, trovai un messaggio di un Creatore molto ingegnoso. Al tempo stesso proseguii i miei studi ebraistici. Ma li vedevo soltanto come un piacere spirituale, un rifugio dove calmare le mie ansie esistenziali. Nei miei anni universitari mi dividevo tra questi due mondi. Nel mio futuro consapevole mi vedevo affrontare una carriera scientifica.

Ma poi è diventato rabbino…

Sì, alla fine, completati gli studi nell’Istituto superiore di Scienze ebraiche, entrai nel Seminario rabbinico latinoamericano. Qualche volta, nella mia adolescenza, in quei momenti in cui ci si sente in colloquio con Dio, mi era venuto in mente di servirlo con tutto me stesso. Si direbbe che Egli abbia preso molto sul serio la mia proposta… Ho concluso i miei studi universitari con la laurea in Scienze chimiche, e poi sono diventato rabbino. Contemporaneamente ai miei primi anni di rabbinato nelle comunità Lamroth Hakol e Benei Tikva, dove tuttora continuo a svolgere il mio ministero, ho completato il percorso necessario per ottenere il dottorato, che mi è stato conferito nel 1979. Mi aggrappavo cocciutamente alla possibilità di andare avanti sulla via della scienza, ma le possibilità e le sfide nel rabbinato m’investivano in numero sempre più ampio. Dio ha voluto per me un destino diverso.

E la sua amicizia con Jorge Mario Bergoglio?

È già difficile parlare di me, si figuri dell’amicizia e di come vediamo qualcuno che ci è amico. Posso dire che, nel momento in cui Jorge Mario Bergoglio è stato eletto Papa, mi è stato chiaro che la nostra amicizia doveva diventare pubblica. Lo richiedevano secoli di discordie tra ebrei e cristiani, e lo richiede altrettanto una realtà umana in cui troppe volte lo scontro vince sul dialogo.

Le ha anche concesso un dottorato…

Ha voluto concedermi il dottorato honoris causa della Pontificia Università Cattolica argentina, nel contesto dell’atto celebrativo del cinquantesimo anniversario dell’apertura delle sessioni del Concilio Vaticano II, da cui è scaturita la Nostra aetate, il documento che riflette la prima reazione della Chiesa cattolica nei confronti della Shoah. Quel documento è la pietra angolare su cui si è appoggiata la ricostruzione del dialogo ebraico-cattolico. Era la prima volta che quell’università attribuiva un simile riconoscimento a un ebreo, a un rabbino. Prima di consegnarmi il diploma e la medaglia, mentre eravamo uno di fronte all’altro, senza microfoni fra noi, mi ha detto: «Lei non sa quanto ho atteso questo momento».

Perché siete diventati amici? Qual è stato il lessico comune che vi ha permesso di comprendervi?

La passione per i profeti, quella che si riflette negli atti e nelle parole di Gesù, interamente comprensibili soltanto nel riferimento ai loro testi. Più di una volta gli ho fatto notare che i media politicizzavano erroneamente le sue omelie, così come i membri del Governo, e che egli impiegava termini ispirati alle richieste di giustizia, di equità e di misericordia dei profeti, che sono stati il retaggio a partire dal quale Gesù ha costruito la sua missione e il suo messaggio. Gli dicevo che il suo programma era quello del profeta, non del politico. Lui concordava. Non ha mai cambiato atteggiamento, non ha mai abbandonato il suo lessico.

Dove e quando vi siete conosciuti?

I nostri primi incontri sono avvenuti nella cattedrale metropolitana, ai Te Deum che venivano organizzati per celebrare le feste nazionali, il 25 maggio e il 9 luglio. Era il Presidente della nazione a invitarmi, insieme ad altri rabbini, in rappresentanza del culto ebraico. I vari culti erano invitati alla funzione religiosa come segno del rispetto a loro riconosciuto in un Paese di radici a maggioranza cattoliche. Nella seconda metà degli anni Novanta, Bergoglio era arcivescovo coadiutore e poi arcivescovo di Buenos Aires. Prima delle funzioni religiose era solito andare a salutare, insieme agli altri sacerdoti presenti, ciascuno dei rappresentanti delle religioni. È stato così che ci siamo incontrati faccia a faccia per la prima volta. Credo che già sapesse chi ero, perché avevo pubblicato articoli sul quotidiano La Nación, che, come ho saputo di recente, egli leggeva ogni giorno.

Mi racconta un aneddoto? Se ne ricorda uno?

Sì. Una volta mi chiese di quale squadra di calcio fossi tifoso. Io gli dissi che ero del River Plate, lui invece teneva per il San Lorenzo. I tifosi delle squadre avversarie chiamano spesso «galline» quelli del River, perché per ben diciott’anni, dal 1958 al 1975, hanno avuto le migliori opportunità di vincere il campionato e l’hanno sempre perso proprio alla fine. Credo fosse il 25 maggio 1999. Il San Lorenzo stava facendo un’ottima stagione calcistica, mentre il River andava piuttosto male. Bergoglio era già arcivescovo di Buenos Aires e aveva introdotto la consuetudine del saluto tra i rappresentanti delle religioni e l’arcivescovo e il nunzio apostolico, prima che il Presidente uscisse insieme al primo dei due. Il nuovo arcivescovo aveva l’intenzione di mettere in evidenza la presenza di quei rappresentanti, che fino ad allora era spiccata per la sua evidente passività. Alla fine del Te Deum ci mettemmo in fila mentre un segretario della Secretaría de Culto ci chiedeva di limitarci a un saluto rapido e semplice, perché il Presidente stava aspettando l’arcivescovo per congedarsi. Mentre mi avvicinavo all’arcivescovo, mi venne l’impulso di aggirare il protocollo per comunicargli una mia impressione su un passo profetico che egli aveva citato nell’omelia. Non appena conclusi le mie osservazioni, mi guardò profondamente negli occhi e mi disse: «Mi sa che quest’anno mangeremo zuppa di galline…». Impiegai qualche decimo di secondo a rendermi conto del doloroso affronto, e a replicare virilmente: «Ma lei vuole la guerra!». Il nunzio, stupefatto, intervenne: «Questa parola non può essere pronunciata in questo luogo santo». Insistetti: «Vuole la guerra». Intervenne Bergoglio, rivolto al nunzio: «Stiamo parlando di calcio». Quello scambio scherzoso sbaragliò qualsiasi norma protocollare. Però io avevo avvertito un significato più profondo, per cui non l’avevo preso soltanto come una battuta. Mi aveva fatto capire che con l’arcivescovo si poteva parlare francamente, senza eufemismi e perifrasi diplomatiche. Avevo scoperto un interlocutore che, come me, non amava perdere tempo girando attorno alle questioni, ma preferiva puntare dritto al sodo. Fu in quel momento che la nostra amicizia cominciò a nascere. Sentivo di poter condividere le mie preoccupazioni con l’arcivescovo della città, e infatti fu così.

Avete fatto molte cose insieme. Mi dica: è facile collaborare con Bergoglio?

Abbiamo collaborato molto, perché sotto diversi aspetti abbiamo caratteri simili. Siamo molto esigenti con noi stessi. Quando ci impegniamo a fare qualcosa che reputiamo importante, non esitiamo davanti alle difficoltà, diamo tutto noi stessi. Rispettiamo l’impegno, dall’orario degli appuntamenti fino alla cura del più piccolo dettaglio che potrebbe infastidire l’altro.

Che cosa ha pensato quando Bergoglio è stato eletto Papa? Come ha saputo la notizia? Che cosa ha provato quando ha visto Papa Francesco affacciarsi dalla Loggia delle benedizioni?

Stavo lavorando al computer, quando mia moglie mi suggerì di fare merenda assieme. Le dissi: «Vediamo prima che notizie ci sono dal Vaticano». Sull’edizione digitale del giornale si leggeva a tutto schermo: «Fumata bianca». Quando l’ho visto uscire sul balcone della basilica di San Pietro, con il suo vestito bianco, mi ha colto una grande emozione. Il mio amico era stato eletto Papa!

Qual è stata la prima volta in cui avete parlato dopo che Bergoglio è stato eletto Papa?

Dopo che Bergoglio venne eletto Papa, i media informarono che si era messo in contatto con varie persone a lui care a Buenos Aires. Passavano i giorni e io non ricevevo alcun messaggio da parte sua. Alle tre e mezza del pomeriggio a Buenos Aires — che corrispondevano alle otto e mezza di sera a Roma — della vigilia del giorno dell’incoronazione del nuovo Papa, mi suonò il cellulare. In risposta alla mia domanda: «Chi parla?», sentii: «Sono Bergoglio. Mi hanno catturato qui a Roma e non mi hanno lasciato tornare». Esprimeva il sentimento di aver lasciato in Argentina molti affetti, come sacrificio per una straordinaria missione alla quale si era sentito chiamare da Dio.

E la telefonata? Come andò a finire?

Gli dissi: «Ha ancora la sua vecchia agenda?». Senza attendere che rispondesse, continuai: «Lì lei ha annotato data, ora e tema del nostro prossimo appuntamento per registrare il programma televisivo. Ricorda quale fosse il tema designato?». Senza esitare, mi ha risposto: «L’amicizia».

Lei ha visto il Papa a Roma. Come sono stati i vostri incontri personali? Di che cosa avete parlato, se può dirmelo?

Ci siamo rivisti in Vaticano in tre occasioni. La prima è stata il 13 giugno dell’anno scorso; nella seconda ho abitato a Santa Marta dal 25 settembre al 2 ottobre; la terza è avvenuta il 16 e 17 gennaio di quest’anno. In occasione del primo incontro, mi ha permesso di entrare in Santa Marta con una troupe televisiva israeliana. Gli avevo proposto che il noto giornalista israeliano Henrique Cymerman registrasse un nostro messaggio, che fu molto breve, ma altrettanto significativo. Indicando se stesso e me con la mano, disse: «La nostra amicizia e il nostro dialogo è segno che si può…», e io continuai: «si può creare il sentiero che porta verso la pace e che sa avvicinare di più Roma e Gerusalemme».

E quando avete parlato di un viaggio in Terra Santa? È stato di persona qui a Roma?

Sì, ne abbiamo parlato a tavola durante il nostro primo incontro. Mi aveva preparato un pranzo rispettoso delle leggi kashrut, che prescrivono gli alimenti permessi e proibiti secondo la normativa biblica e rabbinica. Quando seppe che quelli della televisione erano rimasti ad aspettarmi, si alzò e andò di persona a invitarli a pranzare nella sala di Santa Marta. Il servizio trasmesso dalla televisione israeliana ha colpito notevolmente la popolazione in generale, e gli ebrei in particolare. Nell’intimità di quel pranzo abbiamo studiato la possibilità della visita del Papa in Terra Santa. Ci siamo messi a sognare di trovarci insieme davanti al Muro, di abbracciarci per dare un segno ai duemila anni di dissensi tra ebrei e cristiani, e che io lo accompagnassi a Betlemme per essergli accanto in un momento tanto significativo per il suo spirito, come gesto di amicizia e di rispetto. Di lasciare un messaggio di pace indelebile a tutti i popoli e le nazioni di quella regione. Di compenetrarci nello Stato d’Israele, terra storica dove il popolo ebreo ha ricreato la sua cultura con un’impresa nella quale molti hanno visto inverarsi le visioni profetiche descritte nel testo biblico e note come «il ritorno a Sion».

Poi vi siete incontrati una seconda volta…

È stata un’occasione particolare e strana. La Comunità di Sant’Egidio mi aveva invitato a partecipare all’incontro per la pace che si sarebbe svolto a Roma a partire dalle 17 di domenica 29 settembre 2013. Anche in quell’occasione abitai a Santa Marta.

Quindi vi vedevate in casa…

In realtà, quando arrivai a Santa Marta, mi fu detto che ero invitato a consumare i pasti insieme con il Papa. Ovviamente ne fui felice. Ho fatto colazione, pranzo e cena, praticamente per tutta la settimana, seduto alla destra di Papa Francesco. I temi che toccammo ripetutamente insistevano sulle relazioni tra l’Ebraismo e il Cristianesimo. Come approfondire il dialogo? Quale sarebbe dovuto essere il prossimo passo? L’apertura degli archivi di Pio XII, eccetera. Sui tempi di crisi del presente, su come affrontarli, sul viaggio in Israele… È stato un momento davvero speciale.

E poi vi fu un terzo incontro

Ci siamo incontrati per la terza volta il 16 e il 17 dello scorso gennaio. Il 16 abbiamo pranzato con una delegazione della comunità ebraica argentina. Il 17 mi ha invitato a pranzare con lui insieme a mia moglie. Il viaggio in Terra Santa è stato nuovamente il principale argomento toccato in quel contesto intimo.

Come l’ha trovato? Sta bene?

Mi ha detto: «Sono in pace, dormo bene». Dal punto di vista fisico, è aumentato di peso. «La pasta italiana è molto ricca», ha detto a mia moglie, «ma ora ci sto attento». D’altra parte, l’assunzione della nuova carica sembra averlo ringiovanito. A gennaio 2013 avevamo registrato le ultime puntate del programma televisivo, e lo si vedeva stanco fino allo sfinimento. Nelle sue apparizioni pubbliche da Papa gli si notano più energie. Come se le sfide raccolte gli avessero restituito forza per adempiere efficacemente la missione.

È dunque cambiato? L’ha sorpreso?

Il cambiamento più notevole è che sorride più facilmente. Non è un sorriso forzato. Credo che sia nato dalla sua convinzione che, nonostante tutti i problemi di cui s’è dovuto far carico con la sua nuova responsabilità, il sorriso deve riflettere la speranza con cui deve affrontarli. Così come hanno compreso i grandi maestri del movimento chassidico, o il salmista che esclama: «Servite il Signore nella gioia!» (Sal 100,2).

Molti sono rimasti sorpresi dalla decisione di Papa Francesco di abitare a Santa Marta e dal suo stile di governo. Anche lei?

Fin da quando l’ho conosciuto, so che non è una persona convenzionale. Rispetta profondamente i valori, ma detesta i formalismi. Biasima gli ipocriti che conducono una vita doppia, quelli che per un verso si mostrano fanaticamente rispettosi della tradizione religiosa e per l’altro compiono ogni sorta di nefandezze. Ritiene che le istituzioni e le organizzazioni religiose meritino di esistere nella misura in cui servono la causa che predicano e non se stesse. Pertanto non mi ha stupito niente di ciò che ha fatto. Santa Marta gli permette di mantenere il suo mondo e di avere rapporti diretti con il mondo esterno. Riceve moltissime persone. A Bergoglio importa molto conoscere le cose di prima mano, ascoltando direttamente la gente, la sua gente.

IL VIAGGIO IN TERRA SANTA

Lei andrà in Terra Santa con il Papa. Come si è definito il progetto del viaggio?

Quando Bergoglio era arcivescovo di Buenos Aires, ha promosso con coraggio e decisione l’avvicinamento fraterno tra ebrei e cattolici. Non è mai stato un avvicinamento a fini di proselitismo, ma, esattamente all’opposto, era finalizzato a far sì che tramite quest’interazione fraterna l’ebreo si arricchisca spiritualmente, esattamente come il cattolico. Proseguiamo a lavorare su questo tema e, con l’aiuto di Dio, continueremo a varare progetti in futuro. Diventando Papa, il mio amico si è trasformato in un capo di Stato che ha enorme influenza sullo sviluppo della politica mondiale. Il millenario sogno ebraico è quello di costruire una realtà di pace di tutti i popoli insieme, come hanno intravisto Isaia e Michea, tra gli altri profeti, e come questo concetto viene sviluppato nel Talmud e nella letteratura rabbinica. Quindi ho pensato di sottoporgli il tema di un suo apporto alla pace in Israele e in Medio Oriente, problema così caro ai suoi «fratelli maggiori» e a tutti coloro che desiderano un mondo senza odio e senza guerre.

Resta il problema della pace con i palestinesi, infatti…

Il popolo ebreo può provare orgoglio per lo Stato che si pone come sfida quella di riflettere nella sua condotta e nella sua forma vitale gli ideali biblici e quelli dei saggi d’Israele. Dieci dei suoi cittadini sono stati insigniti del premio Nobel. Ma per coronare la vetta di tutti gli sforzi c’è un grande tema in sospeso che va risolto, ed è la pace con i palestinesi. Si tratta di un conflitto annoso e causa di molteplici sofferenze, che è costato la vita di molti e ha impregnato quella terra di sangue e di lacrime. Questo viaggio è in realtà un «pellegrinaggio», perché nei Luoghi Santi non ci si limita ad andare, si va da pellegrini. Ma la sfida del pellegrinaggio, ai tempi biblici, era «presentarsi» davanti a Dio. Ricordiamo Esodo 34,24 e Deuteronomio 31,11. Non si trattava di un’azione passiva, come andare a visitare una divinità e a lasciarle un’offerta, atto abituale nei templi pagani. «Presentarsi» a Dio significa lavorare sul proprio cuore, per offrire a Dio lo sforzo dei tentativi di costruire un mondo migliore. Dal documento Nostra aetate deriva una linea a cui si sono attenuti molti membri della Chiesa cattolica, come i Papi Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, lo stesso Francesco, secondo cui la relazione esistente tra il popolo ebreo e la cristianità ha caratteristiche peculiari che la distinguono dalle relazioni con tutti gli altri culti. È a partire da questo senso di fraternità che ho proposto a Papa Francesco, il fratello, l’amico, il sogno di incontrarci in Terra Santa per immedesimarci nel messaggio dei suoi luoghi, per pregare e per dare un apporto alla pace.

Quali sono le sue aspettative su questo viaggio?

Non mi aspetto che Papa Francesco risolva tutti i problemi tra palestinesi e israeliani, né tutti i conflitti del Medio Oriente e del mondo. Non è il leader di un impero potente, capace di imporre condizioni. Il vero potere del Papa risiede nella credibilità che egli riesce a suscitare nei suoi e negli altri. In una realtà mondiale carente di valori, in cui tutto si misura e si analizza nell’ottica del potere geopolitico e del ricavo materiale, Francesco viene a cambiare questo paradigma esistenziale introducendo una dimensione spirituale. È attraverso questa dimensione, sulla quale ha costruito la sua vita e sta edificando il suo pontificato, che si è guadagnato l’ammirazione, il rispetto e l’attenzione dei dirigenti dei popoli e di gran parte dell’umanità. Spero che sia questa autorità a lasciare un segno nei leader e nei popoli della regione, affinché questa dimensione possa insediarsi nelle menti e nei cuori di tutti loro. Per forgiare una pace veritiera è necessario ottenere un cambio di atteggiamento da parte di coloro che sono in conflitto, e Papa Francesco può concentrare i suoi sforzi su questo obiettivo.

Lei guiderà il Papa in Terra Santa? Che cosa significa questo per lei?

No, non guiderò un Papa in Terra Santa. Dio ci ha uniti in un’amicizia profonda e sincera, la quale a sua volta ha generato sogni che lentamente cominciano a trasformarsi in realtà. Sogniamo di trovarci insieme nella terra dei patriarchi e dei profeti, e di mostrare ai quattro venti che con audacia spirituale e profonda devozione al Creatore ebrei e cristiani possono superare antiche dispute, incontrarsi nel dialogo e lavorare assieme per un mondo migliore. È Dio che deve guidarci, perché tutto ciò che facciamo è in suo onore.

Che cosa accadrà?

Pregheremo davanti al Muro. È il luogo sacro per ebrei e cristiani. La diaspora del popolo ebreo e la perdita materiale della sua condizione di nazione hanno avuto inizio, secondo la memoria collettiva, il giorno della distruzione del Tempio a opera delle legioni sottoposte a Tito, nell’anno 70 della nostra era. L’arco di trionfo dedicato in onore di Tito per la distruzione di Gerusalemme, che è stato eretto nel Foro romano, in uno dei suoi bassorilievi raffigura i legionari romani che, come bottino di guerra, trafugano gli arredi del Tempio. In primo piano si vede il candelabro a sette braccia, simbolo del popolo d’Israele fin dai tempi biblici. Dice la tradizione che nessun ebreo può passare sotto quell’arco e, quando si guarda il candelabro istoriato, bisogna tener presente che i legionari hanno portato via l’oggetto, ma il fuoco resta in noi. Roma, a partire da Costantino, si è trasformata in un «impero cristiano», il quale, nel corso dei secoli, ha promanato norme discriminatorie e ha perpetrato ogni tipo di persecuzione contro gli ebrei. Davanti alle sole vestigia sopravvissute di quel Tempio vogliamo forgiare un messaggio di incontro tra una nuova Roma e una nuova Gerusalemme. Abbiamo parlato molto del senso complessivo e di alcuni atti che vorremmo compiere, ma giustamente la definizione particolareggiata del programma avviene in un ambito diverso da quello del dialogo creativo tra amici.

Qual è il messaggio insito nella decisione di compiere questo viaggio?

Ho già descritto ciò che riguarda le relazioni ebraico-cristiane e di pace tra i vicini in Terra Santa e nella regione. Ma c’è un altro aspetto che, a mio parere, si prospetta come messaggio di questa visita. Per varie ragioni il conflitto palestinese-israeliano viene fatto oggetto di speciale attenzione ed è tra quelli che risvegliano le più accese passioni in molte zone del mondo. La sua degna e giusta risoluzione costituirebbe un paradigma per gli altri conflitti che affliggono l’umanità. Fin da quando ho cominciato a studiare il libro del profeta Isaia, nella mia mente si sono particolarmente incisi due passi riguardanti la pace. Il primo è posto alla fine del capitolo 19, quando il profeta afferma che verrà il giorno in cui «Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti dicendo: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità”» (Is 19,24-25). Il secondo passo compare nel celebre capitolo 2, dove il profeta presagisce un tempo in cui tutti i popoli si riuniranno attorno a Sion e a Gerusalemme, «spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra» (Is 2,4). Non pretendiamo di essere coloro che realizzeranno queste profezie, ma sono state esse a guidare le nostre azioni a Buenos Aires e continuano a farlo tuttora.

Quale genere di relazioni pensa dovrebbe esserci tra i fedeli ebrei e i fedeli cristiani?

Nella mia seconda visita in Vaticano ho domandato a Papa Francesco quale dovrebbe essere, secondo lui, il prossimo passo nel dialogo ebraico-cattolico. Mi ha risposto subito: «Teologico». «Mi dia una bibliografia», gli ho replicato; e lui ha risposto: «La promessa del cardinale Lustiger [trad. it. Marcianum Press, Venezia 2005] e Dos caminos, una redención, di Yoel Ben Arye [Editorial Dunken, Buenos Aires 2013]». Il primo è stato scritto da un ebreo che è diventato cattolico, ma si è mantenuto fedele in modo sorprendente al suo popolo mentre giungeva a essere arcivescovo di Parigi. Sua madre ha concluso i propri giorni nelle camere a gas di Auschwitz. La seconda parte di quel libro riporta una serie di conferenze: in esse il cardinale spiega ai suoi ascoltatori quanto sia importante che mantengano e maturino la loro condizione ebraica. Le sue argomentazioni sono di impressionante profondità e passione. Un ebreo che incita i suoi fratelli a mantenere integra la propria condizione, che esalta l’importanza dello Stato d’Israele in quanto Stato ebraico e il ruolo degli ebrei nel piano di Dio, e tutto questo affermato nella sua condizione adottiva di cristiano! Lustiger approfondisce specialmente il rapporto ebraico-cristiano e la necessità di una interrelazione di «tutto Israele» per tracciare la via della redenzione.

La scelta delle riflessioni del cardinale Lustiger quali conseguenze potrebbe avere nel dialogo?

Direi che dalla scelta di questi testi come base per il prossimo passo nel dialogo deriverebbe il messaggio che la Chiesa cattolica comprenderà che il dialogo profondo con il popolo ebreo dovrebbe portare quest’ultimo a fortificare le proprie radici e la propria identità. Lustiger è stato un personaggio particolare per ebrei e cattolici. Alla sua morte sono seguiti i funerali a Notre-Dame secondo la tradizione cattolica, e successivamente i membri della sua famiglia hanno recitato il Kaddish, la preghiera ebraica per i defunti. È stato un intenso momento di confluenza tra ebrei e cattolici. Il secondo testo indicato da Bergoglio è uno studio su fonti ebraiche e cristiane dalle quali l’autore desume che le tribù perdute d’Israele siano parte del Cristianesimo, e che quest’ultimo sia una strada che insieme all’Ebraismo completa un lavoro rivolto alla redenzione dell’umanità. Il comune intento delle due vie è voluto da Dio. Il messaggio che Bergoglio intende suggerire, indicando questo libro come bibliografia in vista di un passo avanti, riflette, a mio parere, l’attesa della Chiesa di una risposta ebrea alla Nostra aetate, che questo libro, scritto da un ebreo, dal canto suo propone attraverso gli studi e le analisi che presenta.

A suo giudizio, ci sono state serie risposte ebraiche alla «Nostra aetate»?

Il 10 settembre 2000 a New York è stato pubblicato il documento Dabru emet, cioè «Direte la verità», elaborato da un gruppo di pensatori ebrei e sottoscritto da 220 intellettuali. In esso vengono presentati otto punti essenziali per costituire una base di intesa migliore tra cristiani ed ebrei, nel caso in cui vengano accettati dal popolo ebreo. Quantunque molti abbiano accolto quella proposta, altri ne hanno criticato diversi aspetti del contenuto. Ad ogni modo, mi pare che la Chiesa stia aspettando un manifesto accolto dalla maggioranza del popolo ebreo che risponda alla domanda: che cosa significa un cristiano per un ebreo?

E per lei che cosa significa?

Mi viene in mente un passo del famoso codice della legge ebraica compilato da Maimonide nel XII secolo. Il grande maestro, nato nella Córdoba andalusa, è considerato un pilastro del pensiero e della normativa ebraici. È uno dei riferimenti principali per quanto concerne la fede e la Halakhah. In Hilkhot Melachim 11,4 di Yad ha-Chazaka, una fondamentale opera dottrinale di Mosè Maimonide, nelle edizioni non censurate, il saggio afferma: «Decifrare i disegni del Creatore supera la mente umana. I nostri sentieri infatti non sono i suoi sentieri, e nemmeno i nostri pensieri sono i suoi pensieri. Tutte queste questioni riguardanti Gesù di Nazaret e l’Ismaelita [cioè Maometto] che è venuto dopo di lui, servono ad aprire la strada per il Re Messia, a preparare tutto il mondo a servire Dio all’unisono, come sta scritto: “Allora io darò ai popoli un labbro puro, perché invochino tutti il nome del Signoree lo servano tutti sotto lo stesso giogo” (Sof 3,9)». In altre fonti della letteratura rabbinica si trovano affermazioni analoghe. Secoli di malintesi e di dispute inutili hanno scavato abissi fra le tre comunità di fede, le quali nel drammatico presente devono moltiplicare gli sforzi per superare oscuri retaggi di superiorità che impediscono loro di servire Dio in coerenza con la proposta biblica alla quale affermano di aderire: il servizio del Creatore può cominciare soltanto attraverso il rispetto del prossimo.

È su questa base che avviene il dialogo tra lei e il Papa, dunque?

Papa Francesco, attenendosi alla sua tradizione gesuitica, ha risposto concisamente alla mia domanda riguardo al prossimo passo da intraprendere nel dialogo ebraico-cristiano, lasciando nelle mie mani lo sviluppo della sua risposta, che qui ho esposto in base alla nostra conoscenza reciproca. Così ritengo che ebrei e cristiani dovrebbero intrattenere i loro rapporti futuri.

Ma Bergoglio come vede la religione ebraica?

Le molte cose che ho visto e sperimentato accanto a Bergoglio mi inducono ad affermare che egli vede e sente l’Ebraismo come la madre della sua fede. Non è una mera percezione intellettuale, bensì un sentimento che costituisce una componente importante della sua fede personale. Nel libro che abbiamo scritto insieme, Il cielo e la terra, nel capitolo in cui analizziamo la Shoah, egli descrive questo orrendo crimine in termini di unicità fra tutte le aberrazioni umane, come può fare soltanto chi comprenda profondamente lo spirito ebraico. Come ho già detto, il fatto che io sia stato scelto a introdurre la biografia autorizzata della sua vita racchiude un messaggio chiarissimo. Il concetto di fraternità torna spesso nelle sue osservazioni sulla relazione tra Chiesa ed Ebraismo. La lettera e lo spirito del documento conciliare Nostra aetate riflettono il pensiero e l’azione di Bergoglio nei riguardi del popolo ebreo.

Che genere di rapporti ha mantenuto Bergoglio con i dirigenti islamici in Argentina?

I rappresentanti dell’Islam vengono sempre invitati agli eventi interreligiosi organizzati dall’arcivescovado di Buenos Aires o dalla Commissione episcopale. Con alcuni di loro Bergoglio ha intrattenuto un dialogo molto vivace: specie con Omar Abboud, che insieme con padre Guillermo Marcó e con il rabbino Daniel Goldman presiede l’Istituto per il dialogo interreligioso. Con Abboud abbiamo condiviso molti momenti di preghiera interreligiosa, nella cattedrale metropolitana, pregando per la pace in Medio Oriente. L’ultima volta che ci siamo incontrati, abbiamo pregato per la pace in Siria.

In questo viaggio ci sono rischi, diciamo così, «politici»?

L’essere umano è complicato. Nel suo intimo interagiscono molteplici componenti. La politica entra spesso in connessione con la religione e con molti altri fattori. È importante non confondere i ruoli e operare secondo quel che si è. Quando analizziamo i testi dei profeti, notiamo che la loro predicazione era indirizzata direttamente a coloro che guidavano la società di quei tempi. Molti profeti, come Amos e Geremia, sono stati perseguitati per la loro predicazione. La liberazione dei figli d’Israele dal giogo egiziano ha significato a sua volta un notevolissimo evento politico, propiziato da Mosè, il profeta, con l’intervento diretto di Dio. La cosa importante sta nel tenere sempre presente che l’agire del profeta non somigliava a quello del politico. Il suo pulpito era un altro, i suoi discorsi erano ardenti di fede. La sua missione era destinata a risvegliare le coscienze dei leader e dei loro sottoposti per edificare una società sempre più giusta e spirituale. I dirigenti dovevano guidare e orientare i loro popoli verso gli ideali delinea­ti dai profeti.

Questo che dice dunque vale anche per la situazione odierna?

Sì, credo di sì. In maniera analoga, la guida religiosa dei nostri giorni influirà in un modo o nell’altro su ciò che viene definito come «politico». La religione, secondo la visione biblica, deve manifestarsi anzitutto nella condotta che riguarda i rapporti con il prossimo, e di un popolo con quelli vicini, sicché il messaggio pronunciato da un leader religioso avrà un’influenza diretta sulla politica e sui politici. Riguarderà l’essenza a cui vanno rivolte le azioni pragmatiche dei politici. Il leader religioso sogna immerso nella sua esperienza spirituale. Il politico deve tradurre quei sogni in mezzo alla complicata congerie della vita quotidiana.

Dunque, i ruoli dei leader politici e di quelli religiosi devono essere ben distinti? Pensa che Bergoglio sia d’accordo?

Con Bergoglio siamo d’accordo sul fatto che il leader religioso non può far parte delle istituzioni politiche, non può avere un «potere politico». La religione deve esprimere i propri richiami alle coscienze dei suoi fedeli da un podio che non è quello delle istituzioni statali. Quando la religione si ritrova direttamente coinvolta nel potere istituzionale degli Stati, può risultarne una commistione che spesso diventa esplosiva. E, viceversa, la storia c’insegna che ogni Governo il quale trasforma le sue idee di ordine economico-sociale in un dogma si evolve in un totalitarismo oppressivo, ben noto attraverso le lezioni che ci ha impartito il secolo scorso. Il Papa è, da una parte, un sacerdote, un uomo che predica nel nome della fede; d’altra parte, è un capo di Stato.

Quali i risvolti politici di questo viaggio, secondo lei?

Non è il Papa a dover risolvere i problemi tra arabi e israeliani. E nemmeno deve formulare critiche agli uni o agli altri. Spero che nessuno tenti di sfruttare la sua presenza per fini politici meschini, ma che tutti lo aiutino a manifestare i suoi sentimenti. Questa è la prospettiva da cui guardare all’influsso politico e alle conseguenti implicazioni di questo viaggio. Il Papa ha l’obiettivo arduo di instaurare una dimensione di comprensione tra le parti in conflitto, sostenuta dalla fede che predica — profondamente imparentata con l’Ebraismo e correlata con l’Islam —, alla quale ha consacrato e consacra tutta la sua esistenza.

Ma il suo è uno Stato di dimensioni morali più che spaziali…

Esatto. Ed è proprio per questo che influisce su milioni di persone disseminate in tutto il globo, di popoli e nazionalità differenti. Il suo operato «politico» dev’essere, dunque, diverso da quello di tutti gli altri capi di Stato. La sua politica deve derivare dal suo dialogo quotidiano con Dio, piuttosto che dalle teorie elaborate dai pensatori di quell’ambito, che sono soliti, in genere, scorgere nella politica un mero gioco di poteri. Nei luoghi che deve visitare egli verrà accolto nella sua duplice condizione, con gli onori riservati a un capo di Stato, ma con l’attesa del suo messaggio di giustizia e di pace, l’essenza di quella fede che trova le sue radici originarie nella Bibbia ebraica.

Lei come vede il Medio Oriente?

Il Medio Oriente è stato storicamente una terra di conflitti, e la terra d’Israele, naturale connessione tra Africa e Asia, è stata scenario di molte guerre. I due «corni della mezzaluna fertile» — Egitto e Babilonia — combattevano per mantenere la Giudea sotto la loro egida, così come hanno fatto secoli dopo Tolomei e Seleucidi. Per i Romani la Giudea aveva un valore strategico a cui non erano disposti a rinunciare, sicché scatenarono due cruente guerre contro i Giudei — una dal 66 al 70, che si concluse con la distruzione di Gerusalemme, benché siano sopravvissuti focolai rivoluzionari fino al 73, quando cadde Masada; e l’altra dal 132 al 135, con la rivolta di Bar Kokhba, conclusa con la caduta di Betar —, a costo di gravi perdite. Cristiani e musulmani se ne sono contesi cruentemente la proprietà nel Medioevo. Oltre alla posizione strategica, la santità attribuita a certe città e luoghi al suo interno dall’Ebraismo, dal Cristianesimo e dall’Islam ha causato passioni nei suoi abitanti e in tanti altri che, pur vivendo in terre lontane, erano molto sensibili a ciò che simbolicamente quel piccolo territorio significava per loro.

Perché la pace sembra irraggiungibile?

Nel XX secolo la regione è stata profondamente trasformata dalla scoperta di grandi riserve di petrolio: è diventata un’area strategica per gli interessi delle grandi potenze. La politica colonialista dell’Impero britannico dopo la prima guerra mondiale, da quando quella fascia territoriale divenne il Mandato britannico della Palestina, e gli interessi delle opposte fazioni nel corso della guerra fredda hanno a loro volta alimentato le inimicizie e hanno mantenuto incandescenti le passioni che già erano radicate nell’area.

Come si potrebbe riuscire a inaugurare la pace?

Tutte quelle guerre hanno lasciato traccia nei popoli, e coloro che si sono battuti sinceramente per la pace, come Sadat e Rabin, l’hanno pagata con la vita. Molti vivono della situazione conflittuale e ne traggono profitto, servendosene anche per aizzare il germe dell’antisemitismo che germina nella pulsione distruttiva di quanti declamano che il sionismo è razzismo e nascondono il proprio odio cieco verso il popolo ebreo sotto il termine di «antisionismo». Ai conflitti nella regione e alle loro cause sono stati dedicati innumerevoli studi, a loro volta rispecchiati da una marea di libri. Allo stesso modo, le soluzioni di questo conflitto sono state affrontate da molti ricercatori e politici, ciascuno dei quali ha offerto la propria possibile risposta. Nonostante la complessità della questione, ritengo che la pace sia a portata di mano. Quando i leader delle nazioni di quella regione apprezzeranno la vita e il benessere di ciascuno dei loro cittadini più di qualsiasi altra cosa o ideale, quando i popoli della regione saranno disposti ad accettare la sfida di cambiare le loro culture per costruire una realtà nuova, comincerà a delinearsi il sentiero della pace. E ritengo che per la soluzione del conflitto siano altrettanto necessari momenti in cui i leader si ritrovino a pregare, davanti alle loro coscienze, alla memoria delle vittime delle guerre e degli attentati, delle lacrime dei genitori che hanno perduto i loro figli, davanti al Dio nel quale ognuno di loro crede, a meditare e a impegnarsi verso la pace. I loro popoli devono vederli in questo atteggiamento. Così gli uni cominceranno a scorgere negli altri i loro vicini, coloro con i quali domani si aiuteranno a vicenda per risolvere i problemi dell’esistenza quotidiana.

Parlando ai superiori degli Ordini religiosi, Bergoglio ha detto che dobbiamo «accarezzare i conflitti». Le piace questa espressione? Che cosa significa? L’uomo è un essere conflittuale?

Dovrei conoscere il contesto in cui ha pronunciato quella frase… Comunque, se dovessi interpretarla come un consiglio e un atteggiamento davanti alla vita, direi così: non ho alcun dubbio sul fatto che l’essere umano sia un essere conflittuale. È la stessa Bibbia a riconoscere alcuni dei conflitti con cui l’uomo deve misurarsi nella propria esistenza. Uno dei problemi ricorrenti che il testo della Genesi ci presenta è il dissidio tra fratelli: Caino-Abele, Isacco-Ismaele, Giacobbe-Esaù, Giuseppe e i suoi fratelli. Il Qoelet descrive senza mezzi termini i contrasti fra cui si dipana la vita dell’uomo, e lo sforzo per cogliere il senso stesso dell’esistenza. L’uomo deve essere appieno il signore della natura, ma nello stesso tempo deve sapere di essere polvere e cenere: una situazione conflittuale con la quale deve misurarsi tutti i giorni della sua vita.

Non possiamo fare a meno di affrontare i conflitti, e dunque il Papa vuole che li affrontiamo bene, con tenerezza…

No, non possiamo fare a meno di affrontare i conflitti: riguardano le nostre vite, e immancabilmente dobbiamo dare loro una risposta. Questa, secondo Bergoglio, dovrebbe tradursi in una carezza. I conflitti non devono trascinarci in situazioni d’intemperanza, d’ira, quando spesso si assumono posizioni estreme. Davanti a qualsiasi situazione conflittuale devono primeggiare la calma e lo studio. La celebre regola d’oro, che ci invita a mantenerci sempre sulla via equidistante dagli estremi passionali, quella che Maimonide raccomanda nella sua Mishneh Torah, è quella che si adotta quando si «accarezzano» i conflitti. Quando l’ira che acceca, l’odio che oscura la ragione e le passioni più basse vengono in primo piano rispetto alla risoluzione dei conflitti, si può sperare soltanto nella sparizione del contendente, nella distruzione di qualche vincolo affettivo, o nell’assunzione di posizioni estreme, in genere distruttive. Se si agisce in questo modo, il conflitto viene risolto con una soluzione in cui qualcosa muore, mentre la sfida biblica propone di risolvere i conflitti in modo tale che possa manifestarsi la massima espressione di vita. All’uomo la vita propone ogni giorno situazioni ambigue, conflittuali, alle quali egli dovrà dare risposta. Alcune potranno, o dovranno, essere drastiche; in altre, la maggioranza, una soluzione potrà essere cercata in una prospettiva non conflittuale, vale a dire «accarezzando il conflitto».

Che cos’è la preghiera? E può la preghiera aiutare persone di religioni diverse a procedere verso la pace in Medio Oriente?

«Pregare» in ebraico si dice Lehitpalel, la forma riflessiva della radice pll che si rifà al concetto di «giudicare», come appare nel Primo libro di Samuele 2,25. L’atto di pregare deve necessariamente avviarsi con uno sguardo critico introspettivo, volto ad analizzare le azioni compiute e i conseguenti errori. Senza l’umiltà di una simile autocritica, e senza la decisione di cambiare ciò che va male o di migliorare ciò che, pur essendo buono, richiede correzioni, l’atto del pregare non ha senso. Questo atteggiamento dovrebbe spingerci ad avvicinarci a Dio, e il nostro sforzo spirituale dovrebbe avvicinare Dio a noi. Non si tratta soltanto di recitare delle preghiere o di eseguire dei rituali. Preghiere e rituali devono essere per noi come dei grilletti spirituali, ma, se non si traducono in azioni, non hanno alcun senso.

Questa idea la si ritrova nei testi classici dell’Ebraismo o è una sua idea?

Nel Talmud babilonese compare un testo che ci rivela che Dio stesso deve pregare, poiché la norma della giustizia combatte con quella della misericordia, ed Egli deve sforzarsi di far prevalere la seconda sulla prima affinché le sue creature mondane possano sussistere: infatti, in una realtà di giustizia piena e assoluta l’uomo fallibile non potrebbe mai condurre la propria esistenza. Oltre l’antropomorfismo, questo midrash rivela che, dove ci sono passioni in lotta, deve avvenire un lavoro spirituale per riequilibrarle e, se addirittura Dio deve impegnarsi in questo lavoro, tanto più l’uomo.

È una visione molto dinamica di Dio che «lavora». Lo diceva anche sant’Ignazio nei suoi «Esercizi Spirituali»…

Certamente. Molto dinamica. Quando le religioni smarriscono il fattore dinamico che ne costituisce l’essenza, si trasformano in ostacoli rispetto agli stessi fini che perseguono. Si consacra ciò che è secondario, il particolare, ci si fanatizza e si finisce in un neo-paganesimo. Se si riescono a radunare molte persone in un’esperienza spirituale di questo genere, in cui le parti in conflitto lavorino alla profondità del loro essere sulla base della propria tradizione e riescano a scorgere nel volto dell’altro l’immagine di Dio, così come c’insegna la Genesi, la preghiera avrà realizzato il suo compito e si sarà generato un contributo per la pace.

Che cosa significa per lei il «dialogo»? Bergoglio ha del dialogo una visione molto realistica e pratica: non è la mera discussione sulle idee, ma la necessità di compiere azioni insieme.

Il dialogo è un processo che si avvia quando le parti si avvicinano e si guardano reciprocamente in viso. Questo primo passo permette la de-demonizzazione dell’altro. Gli odi che spingono all’omicidio altrui nascono dalla demonizzazione dell’altro, dal mancato riconoscimento che l’altro possiede le stesse qualità umane che possediamo noi. Agli occhi dei nazisti, gli ebrei erano esseri deleteri, figure umane intrise di istinti diabolici. Non erano come loro; dunque, occorreva sterminarli. Il secondo passo sta nel mantenere una conversazione sincera, diretta, in cui ogni parte cerca di capire l’altra, le sue ansie e le sue frustrazioni. Di creare un’empatia con l’altro. Il passo successivo è quello della cooperazione, non meramente sporadica o a strattoni, bensì orientata e con progetti ben pianificati di avanzamento futuro.

Come va trattato il dialogo interreligioso? Qual è la sua visione? Questo viaggio di Francesco può avere un peso rispetto a tale dialogo?

Il dialogo interreligioso va visto come una delle più importanti sfide del XXI secolo. La storia ce lo insegna: la fede è una componente basilare nella costruzione della realtà umana e svolge un ruolo essenziale per il comportamento dell’uomo. Tutto ciò che non si può dimostrare scientificamente in un laboratorio viene risolto con una fede. L’atteggiamento etico davanti alle varie vicende è sostenuto, in ultima analisi, da un credo. Nella prima metà del secolo scorso molti popoli, a partire da quelli europei, hanno proiettato una forte componente di fede nelle idee nazionalistiche e politiche. Il nazismo, il fascismo, il comunismo, tra gli altri, si sono attribuiti il ruolo di movimenti destinati a redimere l’uomo con i loro credo e dogmi specifici. Le religioni tradizionali erano entrate in crisi, per la loro incapacità di reagire ai vertiginosi cambiamenti che andavano susseguendosi in Europa e nel mondo. Il luttuoso epilogo delle guerre provocate da quei movimenti è purtroppo ben noto. Molti, rendendosi conto di ciò che era accaduto, hanno cercato in un rinnovamento delle religioni tradizionali un sostegno spirituale per ricostruire il mondo dopo la catastrofe che l’uomo stesso aveva provocato. Da questo punto di vista si sono raggiunte alcune conquiste significative. Sono apparsi scritti profondi, come quelli di Abraham Joshua Heschel, e certi atti hanno marcato punti di svolta, come il Concilio Vaticano II.

Questo clima di dialogo permane? Il Papa quale sfida ha davanti, su questo fronte?

Dalla metà degli anni Settanta, in realtà, siamo testimoni di un ritorno, da parte di molti, alle forme più fondamentaliste e radicali delle religioni abramitiche, che ne risultano sfigurate e paganizzate. Il fenomeno è stato molto ben descritto e analizzato da Gilles Kepel nel suo La rivincita di Dio [trad. it. Rizzoli, Milano 1991]. Uccidere e immolarsi nel nome di Dio è diventata un’immagine ricorrente negli ultimi decenni del secolo scorso e nei primi dell’attuale. Quella di instaurare la consapevolezza della necessità di un dialogo interreligioso è un’imperiosa necessità del presente, volta a temperare le posizioni e gli atteggiamenti estremistici. Un passaggio imposto dalla situazione è l’avvicinamento tra leader dei diversi credo, il quale tuttavia, più che un mero avvicinamento fisico, dovrebbe riuscire a essere un incontro per propiziare il riconoscimento spirituale tra i partecipanti. Una delle sfide che si pongono a Papa Francesco in questa visita in Terra Santa è quella di riunirsi con leader dei vari credo, in brevi incontri, che sappiano gettare radici in vista di una futura continuità.

Lei mi fa venire in mente la storia della Torre di Babele. Secondo lei questa storia può darci qualche insegnamento attuale?

La storia della Torre di Babele racchiude svariati messaggi, di cui alcuni assai significativi per i nostri giorni. Spesso questa storia risulta essere incompresa nel suo significato. Il racconto parte descrivendo le conquiste tecnologiche di quella civiltà che aveva straor­dinariamente perfezionato la propria capacità edilizia. All’epoca in quel luogo vigeva una sola lingua. Per attestare ai posteri quei successi tecnologici, fu deciso di costruire una torre che toccasse il cielo. Dio, dalle profondità del cielo, osservava l’opera di quelle persone e decise d’impedire che quel progetto andasse in porto, confondendo le lingue degli uomini. Nessuno capiva più la lingua di chi aveva accanto. Anche oggi molti, ritenendo che bisognerebbe imporre ai popoli un pensiero unico, disprezzano e rifiutano il dialogo con quanti sostengono visioni differenti sulla vita e sul modo di affrontarla. Oggi molte persone antepongono i progetti agli individui. Un midrash, cercando di offrire una spiegazione sostanziale del peccato commesso dai costruttori della torre, dice che nessuno si lamentava quando un operaio cadeva dalle impalcature, mentre, se cadeva un mattone, si recriminava per il tempo perduto nel costruirlo. Di recente Papa Francesco ha citato questo midrash. L’oggetto e l’obiettivo materiale venivano prima dell’uomo.

Dunque Dio ha confuso le lingue non per punire gli uomini, ma per aiutare le persone e i popoli a essere veramente se stessi! La storia della Torre di Babele è un attacco teologico al pensiero unico, all’omologazione?

Dio ha confuso le lingue affinché ogni persona abbia il proprio lessico attraverso cui esprimere i sentimenti e i pensieri personali. Ciascuno cominciò ad avere la sua lingua individuale e non ci fu più un discorso unico: per ogni cosa si generarono molte interpretazioni diverse. La torre venne abbandonata e sorse la figura umana. Mentre falliva il sogno di toccare i cieli e sfidare Dio, si affermava la dimensione umana con la sua grandezza e con i suoi limiti. Il messaggio resta attualissimo per il mondo supertecnologico e globalizzato dei nostri giorni, nel quale il successo dei progetti conta più della soluzione delle miserie umane, e dove si cerca di imporre un linguaggio unico nel quale del mondo spirituale rimane soltanto qualche traccia e l’umanità spende le sue migliori energie per costruire nuove e sofisticate torri.

LA RELIGIONE E IL CAMMINO DELL’UOMO

A Bergoglio piace parlare della strada, del «cammino». È una parola, credo, molto apprezzata da lei come rabbino: Abramo, Mosè… è così?

Nel corso dei nostri dialoghi è capitato molte volte che condividessimo il tema del «camminare nella vita tracciando una strada». Mi venivano in mente le parole che Geremia scrive nel capitolo 2 del suo libro, dove espone come Dio ricordi l’amore che il giovane popolo d’Israele gli dimostrò seguendolo nel deserto, terra spoglia, dopo essere stato liberato dal giogo egiziano. Ci soffermavamo anche sulla figura di Abramo. La narrazione della sua storia, nella Bibbia, prende le mosse dall’ordine che egli riceve da Dio: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre…» (Gen 12,1). Con Bergoglio comprendevamo che, sebbene esistano concetti che sono immutabili nella tradizione etica delle nostre rispettive tradizioni religiose, i particolari e i diversi aspetti della loro applicazione vanno analizzati da ogni generazione in funzione dei progressi scientifici e tecnici, e dei cambiamenti sociali sopraggiunti. La vita, per quanto riguarda sia la sua dimensione psicologica sia quella spirituale, è necessariamente un processo dinamico, non una situazione statica. Ogni generazione deve riscoprire il Creatore e dare forma al proprio e peculiare dialogo con lui. Isacco, il figlio di Abramo, non parlava con Dio nell’identico modo in cui lo faceva suo padre. Ancor più se n’è distinto Giacobbe, figlio di Isacco e nipote di Abramo. Noi capivamo che alla stessa stregua la società odierna deve cercare il modo di sentire la presenza di Dio nella vita e di impegnarsi nei suoi confronti. L’esperienza delle generazioni trascorse deve servire da modello, fonte di studio e di analisi, per trovare la propria strada.

Qual è il futuro della religione? Cosa ne pensa Papa Francesco? Lei lo sa?

Con Papa Francesco condividiamo un ideale: che nasca una generazione impegnata verso una religiosità assai più profonda di quella attuale. Una generazione per la quale pregare non sia un mero recitare preghiere o assistere a riti, bensì un’esperienza spirituale che sa lasciare un’impronta trasformante nella mente e nell’anima delle persone. Una generazione in cui il dialogo interreligioso faccia da incentivo a chi vi prende parte per continuare ad accrescere la propria spiritualità grazie ai suoi apporti. Una generazione in cui il dialogo tra scienza e religione regali frutti maturi di alto livello e impegno intellettuale. Sogniamo una struttura comunitaria tessuta di congregazioni piccole e molto attive piuttosto che di enormi strutture che convogliano moltitudini attraverso messaggi massificanti. Una generazione in cui le religioni orientino sulle strade della pace, mettendo fine ai fanatismi che agitano la sinistra idea di «uccidere nel nome di Dio». I frutti delle azioni umane sono imprevedibili, anche per Dio stesso — in un certo senso —, secondo la parabola descritta da Isaia 5. Ma la missione delle guide è quella di continuare a seminare, di garantire la speranza di un domani in cui una nuova generazione raccoglierà i frutti di questa fatica.

Quale libro della Bibbia le piace di più? Perché?

Ci sono due libri che su di me hanno avuto un’influenza particolare: Amos e Giobbe. Il primo con la sua passione esplicita nel richiamarsi alla giustizia come primo e indispensabile passo per onorare Dio, per tracciare una strada che voglia davvero avvicinare al Creatore. Il secondo perché mette in risalto l’impossibilità umana di comprendere Dio e il modo in cui amministra la sua giustizia.

Avete parlato con Bergoglio dei passi biblici che preferite? Quando l’ho intervistato nell’agosto del 2013, mi ha parlato di «Ezechiele» 16…

Con Bergoglio non ci siamo mai domandati quali fossero i passi biblici con cui ci identificavamo maggiormente. Con riferimento al nostro dialogo specifico, il tema del camminare insieme a Dio, come in Michea 6,8, o del camminare davanti a Dio con integrità, come in Genesi 17,1, ricorrevano nelle nostre conversazioni. Per quanto riguarda ciò che Bergoglio le ha manifestato circa il suo particolare sentire nella lettura di Ezechiele 16, non so affermare con certezza quale aspetto delle parole del profeta l’abbia colpito in maniera così particolare. A livello personale, quel capitolo riporta uno dei primi versetti biblici che ho imparato a memoria. Quando ero bambino, accompagnai mio padre al Cimitero israelitico in un giorno in cui ricorreva un anniversario della morte di mio nonno. Prima di raggiungere la tomba, mio padre volle trattenersi per un momento di riflessione davanti al monumento per i martiri della Shoah. È una costruzione alta, con un piccolo ambiente caratterizzato da finestre vetrate attraverso le quali si può vedere una piccola urna con la scritta: Ceneri di Auschwitz, di Treblinka… In quegli anni sulle pareti del monumento si leggeva il versetto 8 di Ezechiele 16: «Passai vicino a te, ti vidi mentre ti dibattevi nel sangue e ti dissi: Vivi nel tuo sangue». Il fatto che questo capitolo sia così vicino al cuore e alla mente di Bergoglio, e che vi si trovi uno dei primi versetti che mi hanno più colpito, fa parte delle coincidenze in cui c’imbattiamo nella vita: esse contengono un messaggio, da una parte, molto oscuro, ma anche, dall’altra, rivelatore.

Papa Francesco fa spesso riferimento alla parabola del Buon Samaritano. Su questa parabola poggia gran parte della sua missione, poiché parla anche di una «Chiesa samaritana». Nella sua letteratura esiste un’idea simile? Avete mai discusso di qualcosa del genere?

Una prima lettura di Luca 10,25-37 permette di dedurre che Gesù, attraverso la parabola del Buon Samaritano, vuole trasmettere un messaggio che ha due aspetti. Da una parte, c’è la critica al sacerdote e al levita che si disinteressano del moribondo perché non vogliono contaminarsi, altrimenti non potrebbero svolgere le loro funzioni nel Tempio di Gerusalemme, che era la loro meta. Il secondo aspetto riguarda l’atteggiamento del samaritano che presta aiuto a un giudeo, pur conoscendo la storia di dissidi che c’era tra i due popoli. Questa parabola è senz’altro una pietra angolare della visione religiosa di Bergoglio. Ne ha dato la migliore prova il fatto che egli ha lavato e baciato i piedi di una povera detenuta musulmana nella liturgia della prima Settimana Santa che ha celebrato come vescovo di Roma. Ha anteposto il suo affetto verso un prossimo sofferente, non cristiano, a qualsiasi possibile critica. Ha voluto offrire un’immagine viva della parabola di Gesù. Bergoglio ritiene che si debba servire l’uomo prima di servire Dio. Dio può aspettare, mentre l’uomo che soffre non può. Questo concetto è già presente nella letteratura profetica, per esempio in Isaia 1,11-17; Amos 5,21-24; Michea 6,6-8, e in quella talmudica: sia nel Talmud babilonese, sia in quello gerosolimitano.

Con queste citazioni mi fa capire che nella tradizione ebraica si parla di anteporre al culto la necessità urgente di una persona…

È così, infatti. Nei casi di Pikuach nefesh, cioè quando qualcuno — se stessi o il prossimo — si trova in pericolo di perdere la vita, è consentito trascurare tutti i precetti della Torah per salvarlo, e chi vi si adopera premurosamente viene lodato dai saggi (Talmud babilonese, Joma 84, b). Soltanto tre sono i precetti che non si possono trasgredire per salvare una vita: l’immoralità sessuale, l’idolatria e l’omicidio. Si tratta del caso in cui un nemico minacci dicendo: «Uccidi quella persona o io uccido te; violenta quella persona o muori; prostrati a quell’idolo o muori». In nessuna delle tre circostanze si può trasgredire (Talmud babilonese, Sanhedrin 74, a). Quantunque nella letteratura rabbinica si trovino interpretazioni che ritengono di esclusiva applicabilità tra ebrei la norma di abbandonare qualsiasi precetto per salvare la vita del prossimo, sicché si dovrebbe intendere che un ebreo, per esempio, non dovrebbe profanare lo Shabbat per salvare un gentile in pericolo, al tempo stesso quelle interpretazioni sono concepite per epoche in cui i drammatici confronti con i popoli idolatri avevano stravolto e alterato profondamente le relazioni tra le persone.

Quindi la parabola del Buon Samaritano ha un valore specifico per un ebreo. È così?

La parabola del Buon Samaritano, per il suo stile e il suo messaggio, si può inquadrare nella visione rabbinica dei saggi contemporanei a Gesù. L’uso delle parabole per trasmettere un messaggio è molto comune nella letteratura del Talmud e del Midrash. La parabola del Buon Samaritano è indubbiamente un’espressione della massima «Amerai il tuo prossimo come te stesso» che appare in Levitico 19,18, e che da Gesù viene intesa come uno dei principi che definiscono l’essenza di tutti i comandamenti (Mc 12,28-30; Mt 22,34-40). Identica percezione di questo versetto si riscontra tra i più cospicui saggi del Talmud. Per Hillel, contemporaneo di Gesù, uno dei grandi maestri del pensiero rabbinico, il precetto «Amerai il tuo prossimo come te stesso» compendia tutte le dottrine e i precetti biblici.

Ma nella parabola del Buon Samaritano c’è anche una critica all’atteggiamento di un sacerdote. Nel messaggio di Papa Francesco questa critica emerge spesso…

Deve essere approfondita la possibilità che la storia del Buon Samaritano vada interpretata vedendo nei samaritani una parte conflittuale della «famiglia» di Israele a quei tempi. Bisogna valutare se l’intenzione di Gesù non fosse quella di paragonare l’atteggiamento dei sacerdoti, di lignaggio speciale, con quello del samaritano, proselito che segue una tradizione per certi versi criticabile, ma che si comporta splendidamente. In questo caso il messaggio di Gesù punterebbe piuttosto a criticare coloro che svuotano lo spirito religioso che sorregge le leggi e le consuetudini adempiendolo meccanicamente, mentre esalta quanti, pur senza un compimento scrupoloso, si esprimono con la grandezza del loro cuore. La posizione di Bergoglio emerge chiara dalla visione delle varie interpretazioni del testo, che trova correlazioni evidentissime nelle fonti rabbiniche. È una visione ampia di grande audacia spirituale.

LA LEADERSHIP

Ma per Bergoglio l’audacia non è opposta al dubbio. Anche lei, ne «Il cielo e la terra», ha parlato di Mosè e dei leader religiosi dicendo che non erano esenti da dubbi. I dubbi sono parte dell’autorità. Penso che nella sua visione essi siano parte di un processo di discernimento… è d’accordo? Qual è il leader biblico a cui è più affezionato? Ha mai parlato con Bergoglio del tema «come essere un leader religioso ai giorni nostri»?

Abbiamo parlato a più riprese su come debba essere un leader religioso dei giorni nostri. Alcuni di questi scambi di idee appaiono ne Il cielo e la terra. Nei nostri incontri esso era un tema ricorrente, insieme alla preoccupazione per l’assenza di grandi leader positivi nell’attuale scenario mondiale. Il leader biblico per me più significativo è Mosè. La sua straordinaria umiltà, il suo coraggio e il suo impegno per il prossimo, che apprendiamo dal racconto dei suoi interventi, quando vide un egiziano che malmenava un ebreo, e due ebrei che litigavano, sono, a mio avviso, un riferimento determinante. I suoi dubbi, che esterna a Dio quando questi gli affida la missione di tornare in Egitto per liberare i figli d’Israele, piuttosto che la debolezza, ne rivelano la grandezza. Dio sembra adirarsi con Mosè per le scuse che egli frappone per scansare la missione. Ma il Creatore insiste, gli dona poteri sufficienti per dissipare i dubbi che i figli d’Israele potrebbero nutrire rispetto alla sua autorità. Si rende conto che i timori e le esitazioni che egli prova sono normali in qualsiasi leader che debba affrontare imprese simili.

Quindi è proprio del capo troppo sicuro di sé che bisogna dubitare…

Colui che fa, mostra di sapere e di capire tutto: in effetti, ha conoscenze tanto più limitate quanto più si crede onnisciente. Chi è profondamente conscio di un tema, non esita a rivelare i propri dubbi e gli aspetti che gli restano ignoti, perché si sente molto sicuro delle proprie conoscenze e, d’altra parte, sa che solo se affronta i suoi dubbi potrà accrescere la propria sapienza.

Se mettersi in discussione e dubitare sempre sono condizioni per una «leadership» positiva, non demagogica, dove il capo si mostra infallibile, tanto più lo saranno nella «leadership» religiosa, dunque…

L’esempio di dubbio che sempre propongo a questo proposito è quello dell’agire di Geremia riferito nel capitolo 27 del suo libro. Dio gli dice di mettersi un giogo al collo e di uscire con esso a gridare al popolo della Giudea: dovrà proclamare che così come lui sopporta il peso del giogo, essi devono continuare a sopportare la dominazione babilonese del sovrano Nabucodonosor. Il capitolo 28 descrive come Anania ben Azzur, un altro profeta animato da un esaltato sentimento nazionale, gli tolga il giogo e lo infranga, dicendo: «Così dice il Signore: A questo modo io romperò il giogo di Nabucodonosor, re di Babilonia» (Ger 28,10). La risposta di Geremia è sorprendente: il profeta si immerge nel raccoglimento, e Dio torna a confermargli la sua volontà e gli dice che Anania verrà castigato per il grave errore che ha commesso. Geremia si vide costretto a riparlare con Dio a causa della veemenza di Anania. Dubitò e chiese un’ulteriore conferma. Sono anch’io dell’opinione che il dubbio sia parte del processo di discernimento, connesso in ultima analisi a un atteggiamento e a una risposta finale che col tempo andranno sicuramente rivisti in alcuni dei loro particolari nel trascorrere dinamico della vita.

Non c’è il rischio di una sorta di relativismo?

No. Attenzione: da quanto ho detto non si deve inferire che tutto vada visto in un’ottica di dubbio e di relativizzazione. Nella visione talmudica, le leggi che appaiono nella Bibbia sono princìpi morali e giuridici inamovibili. Rubare e uccidere saranno sempre atti miserabili e condannabili, ma le definizioni esatte e la considerazione adeguata per ogni caso vanno affidate all’analisi. Il Talmud ha preso forma nelle interminabili discussioni tra saggi di ogni generazione e delle generazioni successive, che hanno analizzato il testo biblico in tutte le sue possibili forme. Ogni opinione risponde a una domanda, a un dubbio. Come si legge nel Talmud di Gerusalemme, comandare significa, dunque, farsi domande, ricercare e trovare risposte. Su questo punto, con Bergoglio siamo pienamente d’accordo. Nel capitolo dedicato all’analisi dei leader religiosi ne Il cielo e la terra troviamo la sua opinione, che io condivido pienamente. Lì egli dice che le grandi guide del popolo di Dio sono state uomini che hanno lasciato spazio al dubbio, e che chi vuole guidare il popolo di Dio deve lasciare spazio al Signore: per questo deve farsi piccolo, fare l’intima esperienza del non sapere come agire. Così si fa spazio a Dio e alla sua azione.

Ma, come sa, Bergoglio ha ricevuto critiche. Alcune persone lo accusano di relativismo. Secondo lei, perché la visione di Bergoglio spaventa qualcuno?

Possono esserci molte ragioni per cui qualcuno può sentirsi minacciato dalla visione di Bergoglio. Da una parte, è normale che lo critichino tutti coloro che si sentono toccati nei propri interessi dai cambiamenti che egli ha già compiuto e andrà compiendo per realizzare la sua visione di come dev’essere la Chiesa. La stessa cosa accadrà a tutti coloro ai quali dà fastidio qualsiasi cambiamento nelle forme e nelle consuetudini tradizionali. Sono quelli che non sanno distinguere l’essenza religiosa dalle forme in cui si manifesta. La santità sta nell’essenza, non nelle forme. Tutti coloro che consacrano le forme al di sopra dell’essenza corrono il rischio di snaturare il sentimento religioso, riducendolo in qualche caso  a terribili estremi, come nel caso dell’«uccidere e morire nel nome di Dio». Ecco i fondamentalisti. Quanti invece comprendono come i diversi aspetti che compongono l’esistenza vadano incessantemente setacciati, giorno dopo giorno, se si vuole affermare l’essenza della fede e ricreare i modi di esprimerla nel quotidiano operare, appoggeranno senza alcun timore la proposta di Francesco.

LA SHOAH

Che cosa ci può dire sulla Shoah? Ha parlato di questo argomento con Bergoglio?

Uno dei capitoli del nostro libro Il cielo e la terra è dedicato al tema della Shoah. Concordiamo sull’aspetto singolare di questo crimine. Bergoglio afferma che nel XX secolo ci sono stati molti crimini di massa esecrandi, e ciascuno di essi racchiude una sua terribile tragedia. Ma la Shoah possiede una caratteristica storica unica. Bergoglio si sofferma sull’abietto pensiero idolatrico, pagano, che si trova alla radice di questo crimine. Per Bergoglio la Shoah è un genocidio come tanti altri del XX secolo, ma ha una peculiarità: la costruzione di un’idolatria contro il popolo ebraico. La razza pura e il superuomo sono gli idoli sui quali è stato edificato il nazismo. Non si tratta solo di un problema geopolitico, c’è anche una questione religioso-culturale. Per lui, ogni ebreo ucciso fu uno schiaffo al Dio vivente in nome degli idoli. Nell’obiettivo nazista di cancellare dalla faccia della terra e dalla storia la presenza del popolo che definisce la propria identità nel testo biblico, si fa presente l’intenzione di eliminare dall’orizzonte umano la presenza di quel Dio che aveva stretto un patto con l’uomo affinché quest’ultimo curasse e lavorasse la sua opera creativa. La Shoah non è un tema del passato, trascorso, che si può analizzare come fosse un argomento di mero interesse intellettuale, per apportare ulteriori contributi alla descrizione dell’accaduto. Quell’atto atroce e ignominioso ha rivelato nella sua massima intensità il volto delle miserie più aberranti che pulsano nella condizione umana: quelle che dobbiamo affrontare e combattere. La Shoah dev’essere una materia di studio che interpella lo spirito di ogni individuo. Gesti come negarla, relativizzarla, manipolarla a fini politici, o banalizzarla, come si trova spesso nei media odierni e sulle bocche di politici e dirigenti, sono altrettanti ignominiosi tributi al male.

Che cosa pensa del ruolo di Pio XII e dell’apertura degli Archivi? Ha parlato di questo con Bergoglio?

Ne abbiamo parlato nei dialoghi che hanno dato vita al libro Il cielo e la terra. Non è un tema facile da analizzare, perché implica la considerazione di molteplici, variegati e complessi fattori. In quel momento di follia collettiva le passioni distruttive offuscavano qualsiasi maniera sensata di guardare alla vita. Ho visto molta documentazione degli sforzi che Pio XII ha compiuto per sottrarre la vita di tanti ebrei al destino che i nazisti avevano progettato per loro. La sua politica di fondo era quella di non affrontare direttamente quel regime omicida. Io faccio quel che i saggi talmudici hanno insegnato: «Non giudicare gli altri finché non ti sei trovato al loro posto» (Mishnah, Abot 2,4). Non mi azzardo a farmi un’opinione definitiva finché non si saranno adeguatamente analizzati tutti i documenti accessibili. Quel che Bergoglio ha espresso ne Il cielo e la terra a proposito degli Archivi mi sembra giustissimo. Lui vuole che si aprano gli Archivi in modo che tutto sia chiaro.

La Shoah è stata oggetto di conversazioni recenti con Bergoglio?

Lo scorso venerdì 17 gennaio Papa Francesco mi ha invitato a pranzo insieme a mia moglie. In quella occasione abbiamo affrontato molti argomenti. A un certo punto l’ho informato che, non appena giunto a Roma, il presidente della comunità ebraica italiana, Renzo Gattegna, si era fatto vivo per invitarmi caldamente alla cerimonia con cui si sarebbe commemorata la Shoah, il 27 gennaio, Giornata mondiale della Memoria dell’Olocausto. Sarebbe stato un incontro molto speciale, nel corso del quale la profondità di quel messaggio sarebbe stata affidata alla musica dei «Violini della speranza». Ho detto al mio amico: «Vorrebbero che lei presenziasse alla cerimonia. Capisco che è difficile…, ma si tratta della Shoah». Mi ha risposto immediatamente: «Purtroppo non posso venire di persona, ma le darò una lettera personale con alcune considerazioni sul tema». In quella lettera scrive: «Il prossimo lunedì 27 voi assisterete al Concerto per la Giornata della Memoria, denominato “I violini della speranza”. Vi accompagno spiritualmente in questo evento che costituisce di per sé un messaggio. Per la prima volta dodici violini e un violoncello sopravvissuti alla Shoah suoneranno insieme. Certo, il pubblico ascolterà musiche di Barber, Bloch, Sarasate, Vivaldi, Beethoven, ma il cuore di ciascuno dei presenti sentirà che dietro il suono della musica vive il suono silenzioso delle lacrime storiche, lacrime di quelle che lasciano traccia nell’anima e nel corpo dei popoli. Vi auguro che chiunque parteciperà a questo evento possa immedesimarsi in quelle lacrime storiche, che oggi giungono a noi attraverso i violini, e senta il forte desiderio di impegnarsi perché mai più si ripetano tali orrori, che costituiscono una vergogna per l’umanità». Queste righe scritte a mano da Bergoglio, frutto della sua risposta immediata a una richiesta su un argomento tanto serio, rivelano con meridiana chiarezza il pensiero e la visione che condividiamo nei confronti della Shoah.

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Su questo tema «caldo» della Shoah si conclude la mia conversazione con il rabbino Abraham Skorka. Ho avuto la percezione sensibile di un confronto con un uomo di profondo rapporto con Dio che ha i piedi ben piantati nella storia. Prima di chiudere questo dialogo, sento di chiedergli quale sia la prima parola che desidererebbe condividere con Papa Francesco in Terra Santa. Mi risponde non più con un discorso o una riflessione, ma semplicemente e brevemente con una preghiera di lode: «Benedetto sii tu, Dio nostro, Sovrano dell’Universo, che ci hai dato vita, ci hai sostenuti e ci hai permesso di giungere a questo momento».

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L'islam, il Papa, l'abbraccio di Gerusalemme

Nel viaggio in Terra Santa, compiuto dal 24 al 26 maggio scorso, papa Francesco ha voluto con sé due amici argentini, il rabbino Abraham Skorka e il dottor Omar Abboud, già segretario del Centro islamico di Argentina. A rappresentare profeticamente...